Demagogia direttaIl finto referendum di Orbán sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue

Fino al 20 giugno, gli ungheresi voteranno su una serie di questioni di interesse nazionale, tra cui l’adesione di Kyjiv all’Unione. Ma il premier ungherese ha organizzato tutto in modo da rafforzare il suo consenso

AP/Lapresse

A Budapest tra le insegne dei negozi e i cartelloni pubblicitari delle catene di integratori svettano manifesti che raffigurano i volti di Ursula von der Leyen, Volodymyr Zelensky e Manfred Weber. E gli slogan parlano chiaro: «Non lasciamo che decidano sopra le nostre teste!». Si tratta della campagna di punta della consultazione Voks 2025, la più recente delle iniziative con cui il governo ungherese chiede ai cittadini un parere diretto su questioni di interesse nazionale e, in questo caso, europeo.

L’obiettivo è sondare l’opinione dei cittadini sull’ipotesi che l’Ucraina entri a far parte dell’Unione europea. Sebbene non abbia valore legale, la campagna è accompagnata da un massiccio apparato comunicativo e da un preciso intento politico: fornire a Viktor Orbán uno strumento per rafforzare la propria posizione a Bruxelles e, allo stesso tempo, consolidare il proprio controllo sull’opinione pubblica. I manifesti, come quello ritratto nella foto scattata da Linkiesta nei pressi del XIII distretto di Budapest, usano una retorica forte e binaria: da un lato l’élite europea, accusata di voler decidere senza consultare il popolo, dall’altro un governo che si propone come scudo contro le decisioni prese «sopra le teste» della nazione.

Ilaria Potenza

La consultazione è iniziata nella primavera del 2025 e il suo meccanismo è ormai ben rodato. I cittadini nelle scorse settimane hanno ricevuto a casa un plico cartaceo con all’interno una lettera firmata da Orbán che si esprime con toni gravi: si parla di minacce alla sovranità nazionale, di decisioni imposte dall’Europa e di una battaglia imminente per difendere gli interessi del popolo ungherese. Allegato alla lettera, un libretto illustrativo propone una serie di «conseguenze» riguardo all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Questi contenuti sono presentati come informazioni oggettive, ma di fatto sono un collage selettivo e orientato, che mette in risalto solo i potenziali svantaggi dell’allargamento verso est: competizione per i fondi europei, rischi per l’economia agricola, minacce alla sicurezza nazionale. Non viene fatta alcuna menzione ai benefici strategici per la stabilità dell’area, della solidarietà politica o della difesa dei valori europei. A completare il plico c’è una scheda da compilare con risposte predefinite che il cittadino può restituire via posta in una busta preaffrancata.

Ma oggi la vera forza della consultazione si gioca online, attraverso un sito governativo appositamente creato per l’occasione: www.voks2025.hu. Qui, il cittadino può accedere al questionario tramite un sistema di autenticazione che richiede alcuni dati personali come nome, data di nascita, indirizzo email e luogo di residenza.

Non è necessario un login ufficiale tramite identità digitali verificate o simili, ma la piattaforma conserva le informazioni degli utenti che hanno già partecipato, creando così una tracciabilità implicita che molti percepiscono come una forma di controllo.
 Una volta dentro, l’utente viene guidato in una serie di domande formulate in modo retorico. Si chiede, per esempio, se è giusto che Bruxelles imponga all’Ungheria di accettare lavoratori ucraini o se i fondi europei debbano essere dirottati verso Kyjiv a scapito degli agricoltori ungheresi. Le risposte possibili sono limitate a “sì” o “no”, senza spazio per opinioni articolate o per dissensi ragionati. Il tono generale è quello del sondaggio, ma nella forma è più simile a un plebiscito, pensato per rafforzare l’idea che la maggioranza della popolazione condivide la linea dura del governo. È previsto che la consultazione resti aperta fino al 20 giugno, ma già oggi molti analisti notano come il meccanismo serva più a costruire un clima d’opinione che a rilevarlo.

Per comprendere la strategia comunicativa del governo Orbán è utile guardare al passato. Voks 2025 non è una novità, ma si inserisce in una lunga serie di consultazioni pubbliche lanciate nel corso degli anni.

Nel 2015 per esempio il governo promosse una consultazione nazionale sull’immigrazione e il terrorismo, proprio mentre l’Europa era alle prese con la crisi migratoria.

Anche in quel caso, le domande erano formulate in modo da suggerire una risposta negativa alla politica migratoria dell’Unione europea. Nel 2017, una nuova consultazione fu dedicata alla cosiddetta “Soros-terv”, ovvero il “piano Soros”, con cui si accusava il finanziere americano di voler favorire l’ingresso di migranti musulmani in Europa. L’iniziativa fu accompagnata da una martellante campagna pubblicitaria, con manifesti che ritraevano Soros come burattinaio dell’Europa.

Nel 2022, durante le elezioni parlamentari, si tenne un referendum su alcune leggi contro la «promozione dell’omosessualità tra i minori», un testo che molti osservatori europei e organizzazioni per i diritti umani hanno combattuto apertamente. Sebbene il referendum non abbia raggiunto il quorum, il governo lo utilizzò per alimentare il sentimento nazional-conservatore e stigmatizzare le posizioni dell’Unione europea. Lo schema si ripete anche oggi con Voks 2025: prendere una tematica calda a livello comunitario, come l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, e trasformarla in una battaglia tra Bruxelles e Budapest, tra poteri centrali e volontà popolare, tra globalisti e sovranisti.

È interessante notare come queste consultazioni vengano sempre presentate come strumenti di democrazia diretta, quando in realtà si tratta di strumenti di legittimazione del potere esecutivo. Non sono nate da iniziative popolari, né prevedono un dibattito paritario tra le parti in campo. I contenuti sono preparati esclusivamente dal governo, senza coinvolgimento di terze parti indipendenti, e la macchina mediatica – dai canali pubblici ai media vicini al potere – lavora in sinergia per rafforzarne il messaggio. In un contesto come quello ungherese, dove la libertà di stampa è fortemente limitata e la pluralità informativa è seriamente compromessa, queste consultazioni rischiano di diventare strumenti di propaganda più che di partecipazione democratica. Nonostante le critiche da parte delle istituzioni europee e delle organizzazioni internazionali, Orbán continua a fare leva su questi strumenti. Il loro successo non si misura tanto nella partecipazione effettiva o nella qualità del dibattito pubblico, quanto nella capacità di cementare il consenso tra la base elettorale e di fornire al governo una “copertura popolare” alle sue posizioni più controverse. Nel caso specifico dell’adesione dell’Ucraina, la consultazione permette a Orbán di mostrarsi come il difensore degli interessi ungheresi contro un’Unione europea percepita come invadente e sorda alle esigenze dei singoli stati membri.

Il contesto politico in cui si inserisce Voks 2025 rende poi tutto ancora più significativo. Nel 2026, l’Ungheria andrà alle urne per rinnovare il Parlamento. Orbán, al potere dal 2010, si prepara a una nuova campagna elettorale in cui vorrà presentarsi ancora una volta come l’unico garante della sovranità nazionale contro le ingerenze di Bruxelles e della Nato. In questo senso, Voks 2025 non è un evento a sé, ma un tassello di una strategia molto più ampia. I manifesti che tappezzano Budapest non sono solo strumenti informativi, ma veri e propri atti simbolici di dominio culturale e politico. La città diventa un palcoscenico permanente del potere. Ogni immagine ripetuta centinaia di volte contribuisce a creare una verità per saturazione: l’Ungheria è assediata, Orbán è il baluardo, e chi non è d’accordo è complice degli “altri”. In questo clima, diventa difficile distinguere tra partecipazione democratica e manipolazione. Le consultazioni popolari, almeno nella loro forma più pura, dovrebbero servire a dare voce ai cittadini. Ma quando le domande sono tendenziose, l’informazione parziale e lo spazio pubblico completamente monopolizzato, ciò che resta è solo un’eco amplificata del potere. Budapest oggi parla con una sola voce – e quella voce non chiede risposte: cerca conferme.

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