Regressione democraticaL’ambiguità italiana sull’Ungheria è un rischio per l’Europa liberale

La collaborazione tra Roma e Budapest mina la credibilità dell’Italia e la tenuta dei valori fondanti dell’Unione. Serve una netta discontinuità

AP/Lapresse

Il 29 maggio 2025, in Piazza Missori a Milano, abbiamo manifestato per esprimere solidarietà al Budapest Pride, ma soprattutto per denunciare le continue e gravi violazioni dello Stato di diritto in Ungheria. La manifestazione, promossa da Europa Radicale e Certi Diritti, ha avuto un obiettivo politico preciso: sollecitare una presa di posizione chiara da parte del governo italiano nei confronti del regime illiberale di Viktor Orbán.

L’Ungheria rappresenta oggi uno dei casi più emblematici di regressione democratica in Europa. La sua traiettoria istituzionale degli ultimi anni mostra una progressiva erosione dei principi fondamentali dell’Unione europea: separazione dei poteri, tutela dei diritti fondamentali, libertà di stampa, pluralismo politico e garanzie per le minoranze. Il nuovo divieto costituzionale delle manifestazioni legate al Pride ne è solo l’ultima espressione, sintomatica di un progetto politico che si alimenta della sistematica marginalizzazione delle soggettività non conformi e della repressione del dissenso.

Questo approccio è in aperta violazione dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea e degli articoli 11 e 12 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, oltre a compromettere il principio stesso di appartenenza a una comunità politica fondata sul rispetto reciproco degli standard democratici minimi. Non a caso, il 27 maggio, durante il Consiglio Affari Generali, si è svolta un’audizione formale sullo Stato di diritto in Ungheria, nel quadro dell’articolo 7 del Tue. È venti Paesi membri hanno firmato una dichiarazione di condanna, evidenziando la gravità delle violazioni. L’Italia ha scelto di non essere tra i Paesi firmatari.

Questa scelta non è neutrale. In un momento in cui si discute apertamente della possibilità di sospendere alcuni diritti di adesione dell’Ungheria all’Unione europea, la permanenza dell’Italia in una posizione di ambiguità costituisce un segnale politico preoccupante. Essa non solo mina la nostra credibilità europea, ma rischia di compromettere la tenuta del fronte democratico all’interno dell’Unione.

Per questa ragione, chiediamo al governo di chiarire la propria posizione ufficiale rispetto alla decisione ungherese, di valutare la sospensione degli accordi bilaterali con Budapest, alla luce delle violazioni dello Stato di diritto e di prendere parte attiva alla condanna promossa da una larga maggioranza degli Stati membri.

Non si tratta di una questione marginale o meramente diplomatica. La relazione politica con il governo Orbán implica una legittimazione di pratiche istituzionali incompatibili con la democrazia costituzionale. Continuare a coltivare un’alleanza strategica con il governo ungherese – in nome di una presunta comune difesa della tradizione – significa rinunciare a un ruolo guida in Europa e contribuire attivamente alla normalizzazione dell’autoritarismo.

Le retoriche sull’ideologia *gender» e sulla famiglia naturale sono funzionali a un disegno di concentrazione del potere e a un attacco sistemico contro i diritti individuali, in particolare quelli delle persone Lgbtqia+, delle donne, delle minoranze etniche e religiose. In questo contesto, il silenzio non è mai neutro: è complicità.

L’Italia ha una responsabilità storica nella costruzione dell’Europa dei diritti. Ha contribuito alla sua nascita, alla sua espansione, alla sua legittimazione internazionale. Oggi, quella stessa Italia rischia di compromettere tale patrimonio per una contingenza politica interna, o per ragioni di convenienza nelle alleanze eversive con i conservatori europei.

È dunque necessario un atto di chiarezza e di rottura. Il nostro governo deve assumere una posizione esplicita: dalla parte dell’Unione europea come spazio di diritto, libertà e democrazia pluralista, non come federazione tecnica dove il rispetto dei valori può essere negoziato. Il futuro dell’Europa si gioca anche su questi passaggi. E la difesa della democrazia liberale non è un compito della sola Commissione o del Parlamento europeo, ma di ogni singolo Stato membro. L’Italia deve scegliere da che parte stare.

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