Need to knowIl lessico di Teresanna, le diapositive Instagram, e il naufragio della lettura

C’è chi legge poco e si percepisce esperto, chi legge troppo e dimentica perché l’ha fatto. E poi ci siamo noi che ci illudiamo di sapere mentre affoghiamo nel rumore

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Subito prima di cominciare a scrivere questo articolo, sono andata su Amazon e ho ordinato tre libri. “Iperconnessi”, di Jean M. Twenge (Einaudi); “L’era della dopamina”, di Anna Lembke (ROI); “L’attenzione rubata”, di Johann Hari (La nave di Teseo). Scrivo sui giornali da venticinque anni, e se aggiungiamo a quelli gli anni in cui ho scritto per la radio fanno una trentina d’anni, che possiamo dividere in tre metodi di lavoro.

Nei primi anni, Amazon neppure c’era. Se un articolo mi avesse citato tre libri su un tema, io sarei andata a ordinarli in libreria, avrei aspettato settimane o mesi che arrivassero, e solo dopo avrei scritto di questo tema. Certo, c’entrava che ero giovane, e lo ero in un’epoca diversa da questa, e mi sembrava di non saperne mai abbastanza – ma non è solo quello.

Gli anni intermedi erano quelli in cui già iniziava l’overdose di informazioni, informazioni che non erano neanche più tali, ma perlopiù rumore di fondo. L’overdose di informazioni coincideva col troppo di tutto: troppe opportunità, troppa scolarizzazione, troppa mitomania. Erano gli anni che avrebbero condotto al lessico di Teresanna – ma a questo poi arriviamo. I libri si accumulavano, le idee di articoli anche.

(Ho rubriche sui giornali da venticinque anni, e da venticinque anni chi fa altri lavori mi chiede: ma come fai ad avere un’idea al giorno? Chi fa questo lavoro sa che la domanda giusta è: come scegli tra le venticinque cose di cui potresti scrivere ogni giorno?).

Poi è arrivato questo periodo qui. Quello in cui ordini i libri citati in un articolo sul collasso della capacità di concentrazione, e poi pensi: arrivano lunedì, e io lunedì mi sarò dimenticata perché li avevo ordinati, fammi scrivere ora prima che la nebbia agli irti neuroni salga.

E questa terza fase è comunque meno disperata di quella di voialtri, che non solo non avete ordinato i libri citati, ma neppure avete letto l’articolo: il New York Magazine ve l’ha riassunto in tre comode diapositive Instagram, avete letto quelle, bastano e avanzano.

Voialtri che avete visto le tre diapositive (in analfabetese: slide) in cui il NYMag vi ha riassunto che nel 2005 un adulto poteva stare concentrato su uno schermo per due minuti e mezzo, nel 2012 per un minuto e 15 secondi, e tra il 2015 e il 2021 per 47 secondi, voi non siete il più sconvolgente indicatore del problema. Il più scioccante segno che siamo diventati analfabeti è un altro.

E no, non sto parlando di te, lettore che non sai più cosa sia il linguaggio figurato e quindi proprio ora sei su un qualche social a protestare che non sei analfabeta, perché analfabeta è chi non è in grado di riconoscere le parole e tu riconosci «analfabeta» e sai che non indica te, te che non capisci il tono e ti stanchi a leggere un testo per intero, te che sei previsto e infatti io, che sono gheparda, «analfabeti» l’ho scritto al settimo paragrafo, sapendo che nell’assaggio di testo su Instagram, ovvero nel pascolo dei peggio analfabeti in circolazione, di paragrafi ne entrano al massimo cinque.

Non sto neanche parlando di quelle che su TikTok si truccano parlando dei problemi del mondo, che secondo la mia amica F. lo fanno perché ormai la gente è così distratta che devi catturare la sua attenzione facendo cose, ma secondo me è una valutazione sbagliata: ti metti l’ombretto perché pensi che, ipnotizzata dalla gestualità, resterò lì ad ascoltarti mentre mi dici la tua sull’Iran, sul maggioritario secco, su Moravia, ma io mica ti sento, io cerco solo di capire se quella sfumatura d’ombretto mi starebbe bene.

Sto parlando di People. People era, quando trent’anni fa un capufficio cattivo ma disposto a insegnarmi cose m’ingiunse di leggerlo, il miglior settimanale popolare del mondo. People era il posto dove andavi se volevi vedere le prime foto della prima bambina partorita da Angelina Jolie ma anche sapere tutto ciò che c’era da sapere sulla morte di John John Kennedy. Era un rotocalco negli anni in cui le vite dei famosi non le vedevamo su social che c’illudessero d’esserne amici, ma ci venivano raccontate da intermediari alfabetizzati e informati.

Adesso che l’economia dei giornali è andata a meretrici, io People non vado più a comprarlo all’edicola di piazza Colonna, dove trovavo il numero di tre settimane prima, ma leggo in contemporanea agli americani i loro articoli sul loro sito, e ogni volta che clicco su uno di quegli articoli mi viene da piangere per una cosa che sono renitente a scrivere qui, perché conosco i miei polli e so con la certezza dei passeggeri del Titanic che, quando la scriverò qui, nelle redazioni dei giornali italiani gente di mia conoscenza si guarderà e si dirà ma che splendida idea, ma perché non ci abbiamo pensato prima, ma copiamola subito (forse qualcuno lo fa anche già, e io non me ne sono accorta perché non apro praticamente mai i siti dei giornali italiani).

In cima a ogni articolo recente, sul sito di People, c’è un riquadro intitolato “Need to know”. È il giornalismo fatto a forma di Gustave Flaubert, nel senso del “Dizionario dei luoghi comuni” (Adelphi), quelle agili paginette (scusate, sono posseduta da un funzionario editoriale la cui mansione sia invogliarvi a comprare un libro dicendovi che vi porterà via poco tempo) in cui l’autore vi forniva scampoli di nozioni che vi aiutassero a bluffare nelle conversazioni: se qualcuno dice «Achille», voi aggiungete «pie’ veloce», acciocché tutti pensino che abbiate fatto il classico.

Mica puoi perdere tempo a leggere per intero le trenta righe di quest’articolo sull’attore di “Grey’s Anatomy” con la sclerosi laterale amiotrofica: eccoti qui il comodo riassuntino per punti, così ti dai un tono in società facendo la lettrice forte. Need to know: ha fatto la sua prima intervista televisiva dalla diagnosi, ha pianto, ha detto che non si considera un uomo finito. L’intelligenza artificiale non avrebbe saputo riassumerlo meglio.

Non possiamo neanche dire che in principio fu il Bignami perché, quando l’editoria pubblicava riassuntini per chi non voleva sforzarsi, era nozione comune che quei riassuntini li usassero i più ciucci tra gli studenti; adesso, quelli che non vogliono sforzarsi a leggere si percepiscono intellettuali perché ascoltano gli audiolibri, e quelli che leggono le voci d’un’enciclopedia dilettantesca si percepiscono informati su quel tema.

Ricopio da “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (Luiss): «L’istruzione superiore dovrebbe guarirci dall’erronea convinzione che siamo tutti intelligenti. Sfortunatamente, nel ventunesimo secolo l’effetto delle iscrizioni universitarie di massa è il contrario: l’enorme numero di persone che è entrato in un’università o anche solo che ci è passato vicino pensa a sé come il dotto pari di qualunque raffinato accademico o esperto».

E Nichols è americano, quindi non si occupa della riforma Berlinguer, quella per cui non puoi portare a un esame un intero testo altrimenti sfori il numero dei crediti. L’altro giorno mi sono passate davanti le diapositive Instagram d’un articolo che ovviamente non ho letto. Era l’articolo d’una signora che si occupa di libri e che, spiegava, legge talmente tanto che si è dovuta rassegnare e passare agli audiolibri altrimenti questa sua attività di lettrice forte le avrebbe mangiato la vita.

Una delle diapositive diceva quanti libri avesse letto nei tre anni precedenti alla resa agli audiolibri (cioè: alle fiabe della buonanotte per adulti); e poi diceva: «Un numero mostruoso di pagine». Solo che, se hai fatto le elementari negli anni in cui insegnavano le divisioni, o se hai la calcolatrice sul telefono, sai che quel numero di libri diviso tre anni fa meno di quattro libri al mese. Quel che, quando leggevamo, leggeva una chirurga, una profumiera, una barista, una vigilessa, una cantante: una qualunque tizia il cui mestiere non fosse leggere ma che per svago si addormentasse la sera dopo una ventina di paginette.

L’altro giorno ho visto dei pezzetti dell’“Isola dei famosi”, e a un certo punto c’era un’eccezione allo standard dei dialoghi. La ragione per cui i reality sono diventati inguardabili quando sono arrivati i social è che persino noi, il pubblico più rimbecillito della storia del mondo, abbiamo una soglia di sopportazione del nulla. Se oggi abbiamo scrollato un’ora i TikTok di tizie che ci raccontano i loro gravissimi drammi percepiti col capufficio e la cognata, poi la sera abbiamo bisogno d’un po’ di trama: non possiamo passare tre ore a guardare gente che baccaglia su quante porzioni di riso, quello ha preso il pezzo mio di cocco, tu hai usato l’acqua di quell’altro.

Per pura fortuna, ho trovato un pezzettino eccezionale: Mario Adinolfi (ex giovanilista, ex politico di sinistra, cattolico: lì in mezzo, Simone Weil) bisticciava con una tale Teresanna, di cui ho vaghi ricordi di corteggiatrice negli anni in cui guardavo “Uomini e donne” perché TikTok ancora non c’era; tema della discussione: il regno delle due Sicilie.

Lei è napoletana, e dice che il sud era pieno di ricchezze e invenzioni e patrimoni depredati dal nord e da quel delinquente di Garibaldi. Adinolfi vorrebbe riderle in faccia, ma si trattiene perché non si ride in faccia a una donna con velleità culturali (vi ricordate della sindrome Marilyn, sì?). Teresanna cita persino un libro, nientemeno. Solo che, ogni volta che vorrebbe dire che il sud è stato depredato, ha il problema che hanno tutti quelli con la soglia d’attenzione contemporanea: l’italiano non è una lingua che conosce, ma un insieme di suoni che riproduce a orecchio.

Teresanna dice che il sud è stato deturpato, e fin lì una pensa ma forse intende le razzie dei barbari garibaldini; Teresanna dice che il sud è stato deportato, e purtroppo il contesto del discorso impedisce d’illudersi che si tratti di raffinato riferimento all’emigrazione del dopoguerra. Non vorrei citare sempre Elide Catenacci che in “C’eravamo tanto amati” si percepisce intellettuale nonostante dica «idrocarburi» invece che «carboidrati»; non vorrei citare Elide che dice al fantasma del marito «Si vede che non hai letto il “Siddharta”», però forse negli ultimi cinquant’anni l’analfabeta della commedia è diventata standard della semitragica realtà.

Se lo studente che non sfora i crediti non leggendo per intero un libro mai ma fa la magistrale e la triennale, se quello si percepisce plurilaureato; se il lettore che ha guardato il boxino “Need to know” di People, se lui si percepisce informato; se quello che quando dite «Achille» vi completa in automatico «pie’ veloce» si percepisce brillante conversatore; se la giornalista da tre libri al mese si percepisce lettrice forte; ma mi dite perché Teresanna – unica, di tutti i personaggi elencati, ma pure unica in un gruppo che includa me e voi, ad aver temprato i propri neuroni vivendo per settimane senza social e telefoni con la telecamera – mi dite perché mai non dovrebbe percepirsi raffinata intellettuale?

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