Qualunque cosa si pensi dell’intervento armato israelo-americano contro i siti nucleari degli Ayatollah non può cancellare tre verità incontrovertibili sulla repubblica islamica d’Iran: l’Iran è una teocrazia millenarista fondata sullo spargimento di sangue dei suoi stessi concittadini, mandati a uccidere e a farsi uccidere in nome della rivoluzione sciita; l’Iran, da quarantasei anni, è la fonte primaria del terrore nel Grande Medio Oriente e degli attacchi a Israele; infine, l’Iran è il principale alleato della Russia di Vladimir Putin nella guerra d’aggressione all’Ucraina.
Queste tre verità non legittimano la decisione di Benjamin Netanyahu, e nemmeno quella improvvisata di Donald Trump, anche perché la motivazione ufficiale dell’intervento militare è l’annientamento della capacità nucleare degli Ayatollah a protezione di Israele, non il cambiamento di regime a Teheran o a Mosca.
Il ruolo dell’Iran, però, aiuta a mettere tutte le cose al loro posto, e a comprendere il contesto del caos che stiamo vivendo. Ogni notte centinaia di droni killer di fabbricazione iraniana colpiscono le abitazioni ucraine, uccidendo nel sonno decine di civili inermi. Soltanto domenica, i droni lanciati contro l’Ucraina sono stati oltre trecentocinquanta, metà dei quali iraniani, oltre a numerosi missili, alcuni dei quali di produzione nordcoreana.
I vertici iraniani che oggi subiscono l’umiliazione della sconfitta aerea e della distruzione dei siti nucleari aiutano da anni la Russia a massimizzare il numero delle vittime ucraine, nel tentativo di piegare il morale di un popolo che da tre anni resiste con coraggio e orgoglio all’invasore. In cambio, gli iraniani hanno ottenuto una protezione nei consessi internazionali, numerosi vantaggi regionali e soprattutto l’agognata tecnologia nucleare.
Gli iraniani hanno fatto un ulteriore grande, grandissimo, favore alla Russia, dopo la fornitura dei droni: il pogrom del 7 ottobre 2023, eseguito da Hamas, è stato pianificato dagli Ayatollah e dai pasdaran di Teheran certamente per far saltare gli Accordi di Abramo tra i paesi arabi e Israele, ma anche per distogliere l’attenzione americana e occidentale dall’aggressione russa all’Ucraina, che da quel momento infatti è passata in secondo piano nei notiziari, nel dibattito pubblico e nella priorità militari dei paesi occidentali.
Putin ha gradito. Nonostante il 7 ottobre siano morti sedici cittadini russi per mano dei tagliagole di Hamas, il Cremlino non ha condannato la caccia agli ebrei, del resto anche Mosca è impegnata nella caccia all’ebreo Volodymyr Zelensky, e anzi ha ripreso a ospitare nella capitale russa i boss di Hamas, assieme ai diplomatici iraniani, perché evidentemente non bastava averlo già fatto per più di venti volte prima del 7 ottobre.
Come un adolescente capriccioso, Trump bombarda l’Iran che arricchisce l’uranio con cui minaccia Israele, e che produce i droni Shahed con cui uccide gli ucraini (e gli israeliani), ma il presidente americano è uno dei corresponsabili, con Putin e gli Ayatollah, delle stragi quotidiane in Ucraina. Putin punta i droni contro le case, gli Ayatollah forniscono l’arma volante, e Trump rifiuta di fornire i sistemi di difesa sufficienti a proteggere gli ucraini, oltre a fare da portavoce globale alle mire imperialiste di Putin e da esecutore materiale dell’indebolimento europeo a maggior gloria della Grande Madre Russa.
Le due guerre in Iran e in Ucraina sono collegate molto più di quanto se ne discuta nel dibattito pubblico, eppure nelle piazze e nei talk show l’indignazione pacifista e antimilitarista si manifesta soltanto per l’operazione contro l’Iran, oltre che per Gaza, e non per l’Ucraina aggredita e martoriata da Russia e Iran, e scarsamente difesa da Trump.
In un acrobatico capovolgimento della realtà, i pasdaran e i mullah, ma anche la Russia e in alcuni casi pure i miliziani di Hamas, sono considerati le vittime della protervia ebraico-americana, e occidentale, mentre gli ucraini che si difendono dall’aggressione russo-iraniana, e con loro quei pochi intellettuali e politici europei impegnati ad aiutarli, sono accusati di volere lo scontro armato, di essere bellicisti, guerrafondai.
Il risultato è che «la guerra d’Europa», come Michele Chiaruzzi e Sofia Ventura hanno perfettamente definito l’aggressione russa nel loro splendido libro, è scivolata ancora più in basso nei notiziari, mentre l’Ucraina è sotto attacco più che mai.
Iran e Ucraina sono due paesi molto diversi, non solo per le ovvie differenze storiche e culturali tra l’Asia e l’Europa: l’Iran è un regime teocratico e oscurantista che tortura e imprigiona i suoi cittadini, quando non li manda a morire a centinaia di migliaia; l’Ucraina è una vibrante democrazia, libera, indipendente, attratta dall’idea di poter vivere in una società aperta anziché in un macabro regno del terrore.
Ma c’è anche un’altra gigantesca diversità tra i due Paesi, che per il momento sta decidendo il loro destino e che in un mondo non impazzito dovrebbe aiutare a capire quale dei due è un pericolo per la sicurezza globale e quale è un alleato di cui fidarsi.
La Repubblica islamica fin dalla rivoluzione khomeinista del 1979 si vuole dotare della tecnologia nucleare per contare di più nello scacchiere geopolitico regionale ed esportare la rivoluzione, per questo da decenni è al centro di negoziati, di accordi, di controlli della comunità internazionale e di interventi militari volti a contenere il rischio atomico per il resto del mondo.
L’Ucraina, invece, è il Paese che disponeva di quasi duemila testate nucleari, ma che nel 1994, con il Memorandum di Budapest firmato con russi e americani, decise di consegnarle volontariamente a Mosca in cambio di una garanzia, offerta da Russia e Stati Uniti, sulla propria sicurezza, indipendenza e integrità territoriale.
È andata a finire come è andata a finire, con l’Ucraina denuclearizzata, la Russia armata fino ai denti e svelta a bombardare le città, occupare i territori e a non riconoscere l’indipendenza ucraina. Gli Stati Uniti si sono rimangiati la parola, e hanno concesso anche questo a Mosca, altro che espansione aggressiva della Nato. Mosca ne ha approfittato, applicando lo stesso metodo imperiale in Cecenia, Georgia, Moldova, Belarus, Siria e lo farebbe anche altrove se riuscisse a prendersi l’Ucraina (ma non ci riuscirà).
La morale è che avere o minacciare di costruirsi l’atomica paga. Gli Ayatollah, aggressori e sponsor di terrorismo, non li ha toccati nessuno, almeno fino a ieri, e oggi raccolgono la solidarietà delle piazze occidentali perché evidentemente comportarsi da bulli conviene. Con i russi, poi, tutti vogliono tornare a fare affari, a cominciare da Trump fino agli utili idioti del Parlamento italiano.
Gli ucraini che vogliono vivere liberi e indipendenti, e che per questo hanno rinunciato a duemila testate atomiche consegnandole al loro storico oppressore, invece vengono abbandonati, sono dimenticati. Non qui su Linkiesta, per quel che vale. L’attualità della crisi iraniana, così come la tragedia di Gaza, non ci farà abbandonare né dimenticare la resistenza democratica ed europea del popolo ucraino.