Un premio nato come semplice elenco di fine anno è diventato uno dei più influenti riconoscimenti della ristorazione mondiale.
Quest’anno, per la prima volta, la cerimonia si è tenuta in Italia.
Sei gli chef italiani nei primi 50 posti, svelati durante una cerimonia di premiazione che vuole assomigliare agli Oscar per dinamismo, energia, impostazione e presentazione.
Dopo i saluti istituzionali di Alberto Cirio e del ministro Lollobrigida, lo svelamento dei ristoranti, dal 50esimo al primo, che entra nel novero dei best of the best e non parteciperà più alle prossime classifiche, lasciando posto agli altri.
Soddisfazione moderata dunque per la delegazione italiana degli chef, che mantengono la loro presenza senza grandi rivoluzioni.
Scala di qualche posizione il primo italiano in lista: è sedicesimo Riccardo Camanini, che con il fratello guida lo splendido Lido 84, ristorante meta dei gourmet sulle sponde del lago di Garda, attento conoscitore delle bontà del luogo e riflessivo sperimentatore.
Diciottesimo Niko Romito, filosofo della cucina nel suo Reale a Casteldisangro, in Abruzzo, capace con la dua ricerca di dare segnali identitari e diretti al settore.
Grande salto in avanti di Norbert Niederkofler, che dal 52esimo posto scala la classifica fino al ventesimo posto con la sua nuova avventura montana dell’Atelier Moessmer.
Al quarantatreesimo posto c’è Mauro Uliassi, con il suo impegno di ricerca e di sperimentazione, capace con il suo Lab di rinnovarsi di anno in anno.
Al trentaduesimo posto sale Enrico Crippa con il Piazza Duomo, ristorante di Alba della famiglia del vino Ceretto, punto di riferimento italiano per tecnica e precisione, eleganza e cura.
Trentunesimo piazzamento per Le Calandre, del riflessivo Massimiliano Alajmo, che con la sua famiglia ha costruito un mondo gastronomico partendo da Rubano, in Veneto.
Ma c’è un altro premio per l’Italia: è il Woodford reserve icon award che va a Massimo Bottura e Lara Gilmore per il loro lavoro in Osteria Francescana.
Il podio è composto da tre dei ristoranti più chiacchierati dai critici di tutto il mondo, che da giorni avevano fatto ipotesi e previsioni, che in effetti sono state rispettate.
Miglior ristorante del Sud America è Maido (Lima), che conquista anche il primo posto assoluto della classifica.
Miglior ristorante europeo, al secondo posto assoluto, si posiziona Asador Extebarri (Atxondo).
Terzo posto per il Messico con Quintonil, che vince anche il premio come miglior ristorante del Nord America.

Quali sono le possibili ricadute di aver ospitato questo evento?
Giovedì 19 giugno, Torino ha ospitato per la prima volta in Italia la cerimonia dei World’s 50 Best Restaurants, l’appuntamento che ogni anno annuncia i 50 migliori ristoranti del mondo secondo il voto di 1.200 esperti del settore. Un evento che, nel tempo, ha acquisito un ruolo centrale nel racconto dell’alta cucina e che ora punta a lasciare il segno anche sul territorio italiano. Ma è davvero così incisivo e i risultati saranno all’altezza delle previsioni?
Il progetto di portarla in Italia, fortemente voluto dalla famiglia Ceretto e sostenuto dalla Regione Piemonte, che ne ha assunto la guida, ha reso per una sera Torino capitale dell’alta cucina internazionale.
Secondo Roberta Garibaldi, esperta di turismo enogastronomico e già amministratore delegato di ENIT, che ha contribuito alla candidatura dell’Italia a ospitare la manifestazione, i benefici attesi da questo evento sono molteplici e si muovono su tre livelli. Il primo è la visibilità: l’evento dovrebbe generare una copertura mediatica internazionale di grande impatto. Prendendo come riferimento l’edizione di Valencia del 2023, che ha prodotto un valore pubblicitario equivalente di oltre 100 milioni di dollari e oltre 12.000 articoli pubblicati, le aspettative per Torino sono altissime. Ma questa visibilità si tradurrà davvero in un ritorno stabile e concreto per l’Italia?
Il secondo livello riguarda l’impatto economico diretto. Si stimano oltre 1.200 ospiti internazionali, tra i principali protagonisti della scena gastronomica globale. A Valencia, numeri simili hanno generato benefici diretti per circa 5 milioni di dollari, tra voli, pernottamenti e consumazioni. Torino vivrà lo stesso fermento? E soprattutto, quanto rimarrà nei mesi successivi?
Infine, c’è il tema della “legacy”, dell’eredità immateriale che eventi come questo possono lasciare. L’auspicio è che la presenza in Italia di tanti opinion leader del settore possa stimolare l’interesse verso luoghi e realtà meno conosciute, valorizzando il patrimonio produttivo e culturale del nostro Paese. Ma anche in questo caso, molto dipenderà da quanto il sistema italiano sarà capace di attivarsi in modo coeso e lungimirante.
La 50 Best ha indubbiamente contribuito, nel corso degli anni, a dare risalto a cucine e territori prima poco considerati, come il Nord Europa o il Sud America. Ha influenzato gusti, orientato tendenze e modificato il modo stesso in cui si comunica la cucina d’autore. Ma non tutti concordano sul suo reale potere di trasformazione.

La sfida sarà guardare oltre l’evento e trasformarlo in un’opportunità concreta e duratura, evitando che rimanga un momento isolato, confinato nel perimetro di una cerimonia.
Ma cos’è la 50 Best?
Non è una guida, non è una classifica Michelin, non è neppure un elenco redatto da una redazione specializzata. Eppure, la World’s 50 Best Restaurants è diventata, negli anni, uno dei riferimenti assoluti della ristorazione internazionale. La sua forza? Sta nel mix tra votazione globale, equilibrio geografico e capacità di raccontare non solo la qualità dei piatti, ma l’intera visione di un ristorante.
Nata nel 2002 come iniziativa della rivista britannica Restaurant Magazine, la classifica ha conquistato in breve tempo chef, critici, giornalisti e appassionati. Oggi il sistema è gestito da un’organizzazione indipendente e coinvolge oltre 1.000 esperti del settore – tra cui cuochi, gastronomi e viaggiatori del gusto – distribuiti in tutto il mondo, con un sistema di voto pensato per bilanciare genere, provenienza e ruoli professionali. La regola più importante? Chi vota deve aver effettivamente mangiato in quei ristoranti negli ultimi 18 mesi. E ogni anno almeno il 25% dei votanti viene rinnovato, per evitare cristallizzazioni e cordate.
Per comprenderla meglio è utile guardare anche a chi questa classifica l’ha già vinta. Il primo ristorante a conquistare il titolo fu El Bulli di Ferran Adrià, che dominò per anni il ranking (dal 2002, poi dal 2006 al 2009). Seguirono mostri sacri come The French Laundry in California, The Fat Duck in Inghilterra, Noma a Copenaghen (più volte primo), Eleven Madison Park a New York, Osteria Francescana di Massimo Bottura (2016 e 2018), Mirazur di Mauro Colagreco, Central a Lima e, più recentemente, Disfrutar a Barcellona. Tutti ristoranti che oggi fanno parte della cosiddetta “Best of the Best”, una Hall of Fame in cui entrano i vincitori assoluti e da cui, da regolamento, non possono più essere votati.

È una scelta pensata per dare spazio a nuove voci e per evitare che i soliti nomi occupino stabilmente le prime posizioni. E infatti, ogni anno la classifica si rinnova con debutti sorprendenti e rientri inattesi. In questa edizione, ad esempio, si è già parlato molto di Cocina Hermanos Torres, Txispa e altri nomi spagnoli emergenti.
In un settore che cambia rapidamente, dove i confini tra fine dining, sostenibilità e accessibilità si fanno sempre più fluidi, la 50 Best resta uno degli osservatori più sensibili e ascoltati, sicuramente per la comunicazione del comparto e per la sua eco tra i colleghi fuori lista.


