Un suono che parte da una delle metropoli più dinamiche, Milano, e poi si spinge verso Roma e Palermo, Terraforma Exo 2025 – di cui Linkiesta Etc è media partner – è un festival di musica elettronica d’avanguardia, ma è anche un progetto culturale che mette in dialogo musica, ecologia, e consapevolezza del territorio. Un evento che si propone come esperienza collettiva e politica, dove il suono diventa un medium per leggere il presente e re-immaginare il futuro.
Fin dalla sua nascita, l’evento ha orientato la propria ricerca verso un’idea di sostenibilità ambientale e sperimentazione sonora. La sua evoluzione in Terraforma Exo riflette un ampliamento di questa visione: «Exo si muove come un organismo agile, che si adatta ai luoghi ma che anche li trasforma, attivando nuove relazioni tra persone e luoghi – racconta a Linkiesta Etc Ruggero Pietromarchi, direttore artistico e founder di Terraforma – In un tempo in cui gli spazi urbani stanno cambiando radicalmente, crediamo che un evento culturale debba essere anche un gesto infrastrutturale: capace di generare connessioni, di dare nuova forma all’abitare collettivo, di promuovere modelli di convivenza sostenibili. La musica, l’arte, l’ascolto sono strumenti per ridefinire il nostro modo di essere insieme».
Questa interazione tra musica e spazio fisico si carica di una valenza da un forte impatto sociale. In un’epoca segnata da fratture ecologiche, diseguaglianze sociali e nuove forme di colonialismo digitale, la scelta di portare performance come The Drum and The Bird – collaborazione tra il collettivo Forensic Architecture e il dj Bill Kouligas – diventa un modo per rendere la musica un medium per non rimanere ignari di quanto succede oggi nel mondo. Suoni ambientali e testimonianze orali si intrecciano a ricostruzioni visive per mettere al centro ciò che è stato messo a tacere: la voce dei popoli, la memoria, e le identità. La musica non è mai neutra. È un veicolo per smascherare le dinamiche del potere, un invito a riascoltare il mondo con orecchie più attente.

Il viaggio sonoro di Terraforma Exo si intreccia strettamente con i luoghi che attraversa. A Roma, il Forte Antenne si trasforma da rovina militare in un contenitore di nuove narrazioni grazie a performance site-specific come è quella di Nkisi, artista che esplora le “tecnologie spirituali” attraverso la danza e la memoria corporea, ma anche la band Underground Resistance. A Palermo, invece, tra gli agrumeti di Villa Tasca, artisti come Rrose, ma anche l’artista tedesco Moritz von Oswald, che proporrà una riflessione sulla relazione tra suono umano e artificiale, memoria e futuro.
Per Terraferma Exo l’ecologia non si limita a una questione di rispetto ambientale, ma diventa un concetto relazionale. Il festival promuove infatti un ascolto profondo, un’acuta attenzione agli equilibri e consapevolezza dell’interconnessione tra chi ascolta, e tutto ciò che ci circonda. È una prospettiva che risuona con l’urgenza del nostro tempo: quella di riconoscere la complessità dei sistemi – climatici, sociali, economici – e di ripensare il ruolo dell’essere umano all’interno di essi. «Il suono è un medium invisibile ma estremamente potente – continua Ruggero Pietromarchi –. Attraversa i corpi, modifica le percezioni, attiva memorie. In un’epoca segnata da crisi multiple – climatiche, sociali, urbane – pensiamo che l’esperienza sonora possa diventare uno strumento di ascolto profondo e collettivo. La musica, in questo senso, non è solo una pratica estetica, ma una forma di attenzione politica e trasformativa verso l’ambiente e verso l’altro».

La necessità di portare una riflessione più approfondita sul tema dell’abitare un territorio, anche in termini di consepevolezza e ecologica e ambientale, ha portato Terraferma Exo a collaborare con Atlas of Change, un progetto che attraverso il telerilevamento e l’analisi dei dati rende visibili l’impatto ambientale della crisi climatica nei contesti urbani. Questa collaborazione rivela una sinergia di intenti dei due progetti. «C’è una forte affinità tra l’approccio cartografico di Atlas of Change e la visione “terraformante” del festival – aggiunge Pietromarchi – . Entrambi lavorano sull’idea di geografia come processo: una mappa non fissa, ma in continua trasformazione. Insieme, stiamo cercando di creare una narrazione che sia allo stesso tempo immersiva e informativa; in cui il pubblico non solo assista, ma attraversi e abiti i cambiamenti in atto. Questo si traduce in una programmazione diffusa, che alterna momenti performativi, incontri e dispositivi visivi che restituiscono in tempo reale la complessità ambientale del presente».
Arte, musica e scienza si incontrano così in una sinergia che supera le barriere disciplinari. Il festival mette in campo una visione che unisce estetica e impegno sociale, dove l’esperienza sensoriale non è mai fine a se stessa, ma viene connessa a un contesto più ampio: il territorio, le comunità, le sfide locali e quelle globali, che sono sempre interconnesse. «Lavorare in questi contesti significa attivare una relazione di lungo periodo con il territorio – chiude il direttore artistico -. La sostenibilità per noi non è solo una questione tecnica, ma una pratica culturale. Significa costruire formati che siano adattivi, che valorizzino l’esistente, che riducano l’impronta ecologica attraverso scelte logistiche, artistiche e architettoniche coerenti. Le installazioni temporanee, le performance site-specific, il coinvolgimento delle comunità locali: tutto concorre a creare un ecosistema in cui arte, paesaggio e sostenibilità si co-progettano».