Dollaro bucato Trump sta aggravando i sei squilibri economici che porteranno l’America alla recessione

Il presidente degli Stati Uniti evita sistematicamente di affrontare i problemi strutturali, preferendo soluzioni illusorie e nemici di comodo. Ma la realtà sta per presentare il conto

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Le convulsioni e le assurdità dell’amministrazione Trump sono un patetico e impossibile tentativo di nascondere la realtà dei fatti alla sua base elettorale, realtà che, però, non potrà che emergere tanto più dolorosamente per la popolazione statunitense dopo questi tentativi assurdi di non affrontare il problema.

Il vero problema da affrontare è il tenore di vita della nazione, che per anni è vissuta completamente al di sopra dei propri mezzi e delle proprie, peraltro immense, possibilità, senza per nulla affrontare o risolvere il nodo della sostenibilità dei suoi debiti. Dichiarare questa realtà all’elettore statunitense è tuttavia una ricetta automatica per essere sconfitti alle urne in modo anche clamoroso, e quindi non succederà. Negarlo, e comportarsi come se non fosse vero, è invece una ricetta automatica per peggiorare il problema, e farlo esplodere in tutta la sua gravità in modo più forte, e con conseguenze negative per tutta l’economia mondiale.

Il problema nasce dalla concomitanza dell’eccesso di indebitamento su tutti i fronti negli Stati Uniti. E ciascuno dei sei squilibri elencati sotto sarebbe sufficiente a provocare una recessione negli Stati Uniti. Insieme, probabilmente, saranno in grado di scatenare una recessione globale.

Il primo – lo Stato federale viaggia con un rapporto deficit su Pil del sette per cento. In Europa sarebbe insostenibile e bloccato da immediate procedure di infrazione. Negli Stati Uniti no, e anzi il Big Beautiful Bill (su cui non si può che essere d’accordo con Elon Musk che lo ha definito «un’immensa porcata») peggiora le cose, aumentando il deficit per una cifra stimata tra tre virgola cinque e cinque trilioni di dollari.

Il debito americano è intorno al centoventicinque per cento del Pil, analogo a quello italiano, e di questo passo si arriverà entro quattro anni, al termine della nefasta amministrazione Trump, al centocinquanta per cento. A quel punto l’aggiustamento della spesa pubblica sarà inevitabile, attraverso una riduzione della spesa (difficile come ovunque) o, più probabilmente, un drastico aumento delle tasse, che, per quanto impopolare, sarà inevitabile. Sarà allora molto facile che si scateni una recessione da crollo degli investimenti, con il conseguente avvitarsi e peggiorare del deficit pubblico. Non vedo, però, alcuna possibilità che questo scenario non si manifesti da qui al 2028. Non si può dire quando con esattezza, ma è molto difficile che non succeda entro il 2028.

Il secondo squilibrio. Lo stato di valuta di riferimento del dollaro ha permesso di sostenere l’offerta di debito americano mantenendo tassi di interesse molto più bassi di quanto fosse normale senza tale privilegio, e quindi di pagare meno il debito. Anche questo enorme privilegio è destinato a erodersi progressivamente e, anche in questo caso, Trump sta facendo ogni sforzo perché l’erosione sia più rapida, dolorosa e traumatica per il Paese.

Isolarsi dal mondo, appoggiare esplicitamente Vladimir Putin (sembra evidente che esista un sostanziale debito di riconoscenza personale di Trump pregresso all’elezione, altrimenti non si spiegherebbero le posizioni quasi illogiche di sostegno), la politica commerciale altalenante, incerta e comunque fuori senso, non fanno che convincere il mondo interno che non ci si può fidare dell’amministrazione americana.

Da qui, il passo di convogliare i surplus di risparmio, laddove esistano, lontani dall’area dollaro è pressoché scontato. In primis perché tutti i detentori di surplus (Cina, Giappone, Arabia Saudita, Norvegia, Germania) sono assolutamente strapieni di dollari. E poi perché il timore che, prima o poi, Trump si inventi un’assurda «tassa di detenzione dei dollari» è più che fondato. Quindi, comprare dollari è sbagliato per effetto di una maggiore diversificazione sempre più necessaria, ed è sbagliato per il rischio intrinseco delle follie di Trump.

Negli ultimi vent’anni, comprare dollari è stato quasi inevitabile perché, banalmente, non c’erano alternative. Le ricorrenti crisi del sistema euro, l’indebitamento a tasso zero e la crisi demografica del Giappone, e la volontà dei cinesi di spingere in ogni modo le loro esportazioni strumentali alla crescita dei redditi interni sono state cause concomitanti di un rimandare il problema a tempi futuri. Adesso il tempo è arrivato e comprare dollari appare a chiunque prodromico di un grosso problema futuro.

Il terzo squilibrio riguarda l’eccezionalismo americano, che è finito. L’innovazione tecnologica non è più in monopolio e le azioni di smantellamento del sistema di ricerca universitaria americana, sempre pensate dal dittatore Trump, non fanno che accelerare la fuga dell’innovazione. Lo status di nirvana degli investimenti delle magnificent seven (Google, Apple, Nvidia, Tesla, Amazon, Microsoft e Meta) si scontra con valutazioni stratosferiche, problemi antitrust (Google), concorrenza, mancanza di stabilità del core business (Tesla) e margini sotto pressione (Apple).

Quindi è probabile che vedremo un deflusso da questi titoli con conseguenti vendite. Solo per riferimento, la capitalizzazione di queste aziende vale diciotto trilioni di dollari, cioè cinque volte la capitalizzazione delle cinquanta aziende europee più grandi (l’indice Eurostoxx 50), che danno lavoro a un numero di persone trenta volte più grande, pagano tasse per un ammontare multiplo, sono immanenti nell’economia europea e non godono delle valutazioni irrazionali tipiche del mercato statunitense.

Quindi, il continuo convogliare asset verso gli Stati Uniti sta diventando un ordinato (per ora) ritirare asset dagli Stati Uniti. E si inizia a parlare di eccezionalismo europeo. Purtroppo, le mode e gli atteggiamenti di comportamento di gregge sono evidenti nella storia dei mercati e, se il ritiro di asset fosse meno ordinato, assisteremmo a un crollo delle quotazioni e a un’offerta di dollari smodata.

Il quarto squilibrio, invece, riguarda il consumatore americano, da sempre iper indebitato. Lo è tuttora, ma la novità non è che è indebitato su tutto (case, consumi, leva delle aziende), bensì che è assai improbabile che tassi di interesse e inflazione scendano. Quindi non solo è indebitato, ma difficilmente troverà sollievo per l’abbassarsi del costo del debito. La conseguenza è che difficilmente aumenterà il ricorso al debito, al massimo lo terrà costante, e questo significa che la propensione al consumo, confrontata con quella degli ultimi cinque anni post-Covid – dove il consumatore è stato letteralmente inondato di liquidità e quasi costretto a indebitarsi – si ridurrà.

Se la propensione al consumo americana si riduce, l’economia cresce meno, o arretra, e si va in recessione. Anche qui l’immenso Trump ci mette del suo, perché lo stato di incertezza e volatilità delle sue politiche genera appunto confusione, e il consumatore indebitato, quando è confuso, riduce i consumi.

Quinto punto: il dollaro da almeno vent’anni è mediamente sopravvalutato. La parità del potere di acquisto, per quanto indicatore imperfetto, oscilla intorno a uno virgola tre dollari per un euro. Il livello del costo della vita negli Stati Uniti è palesemente e aneddoticamente molto più costoso che in Europa. Inutile chiamare investimenti produttivi in America se il costo del lavoro è almeno il venti per cento più caro che in Europa (il cinquanta per cento più caro che in Italia).

I flussi di risparmio, per quanto illustrato nei punti precedenti, portano a una massiccia offerta di dollari, non controbilanciata in alcun modo da domanda di dollari. Chi compra dollari? Solo le banche americane, ma presto saranno costrette a fermarsi perché non hanno spazio infinito, ovviamente. Quindi è facile prevedere un indebolimento del dollaro. Se ordinato, si arriva a uno virgola venti/uno virgola venticinque sull’euro. Se disordinato e traumatico, per qualche nuova idea balzana del genio della Casa Bianca, si può arrivare a livelli che sembrano irreali oggi, ma che non sarebbero impossibili: uno virgola trenta/uno virgola quaranta.

Immediatamente, l’effetto recessivo sul resto del mondo sarebbe molto accentuato. Dollaro debole (e quindi yuan debole, perché i cinesi mai e poi mai rivaluteranno sul dollaro) significa deflazione in Europa, calo del costo delle materie prime e difficoltà enorme a sostenere le esportazioni europee e dei Paesi in via di sviluppo, ma significa anche che il consumatore americano faticherà molto di più a comprarsi Bmw o Ferrari, o borse Louis Vuitton, o qualsiasi bene prodotto fuori dall’area dollaro, con nefaste conseguenze globali.

Last but not least, Trump ha disperato bisogno, con la sua base elettorale, di sostenere un’assurda politica migratoria (aumenterà il costo del lavoro dei lavori a bassa produttività), un’assurda politica di continua ricerca del colpevole (adesso punta contro Joe Biden, colpevole di averlo sconfitto nel 2020, ma poi cambierà bersaglio) per non affrontare i problemi interni, che esistono e che non ha dichiarato, e in generale dovrà creare nemici fittizi per giustificare il crollo abbastanza traumatico della sua economia.

Nulla fa presagire niente di buono, perché la ricerca del colpevole, tipica nelle dittature per evitare di guardare la realtà, genererà ancora extra costi e politiche demenziali. Ma, vista la personalità e la psiche del personaggio, si può tranquillamente scommettere che troverà nemici fittizi da sconfiggere, a costo abnorme, per proteggere la propria immagine di vincente. L’Europa è un ottimo candidato, insieme alla Cina, a diventare il nemico fittizio, purtroppo.

Cosa dovrebbe fare (e non farà per nessun motivo al mondo) Trump? Dovrebbe alzare gradualmente le tasse per ridurre il deficit statale. Molto gradualmente, per evitare la recessione, ma alzare progressivamente le tasse. Dovrebbe azzerare le barriere doganali in ogni modo per ridurre l’inflazione e favorire il ribasso dei tassi di interesse (invece di urlare alla Fed che deve abbassare senza guardare i dati). Dovrebbe continuare a garantire flussi migratori significativi, che la capacità di assorbimento di “esterni” degli Stati Uniti può gestire molto meglio dell’Europa bloccata e non ancora multietnica a sufficienza. Dovrebbe favorire e incrementare il vantaggio tecnologico e di ricerca, aumentando il gap già notevole con le università non americane, garantendo generosi incentivi alla ricerca.

Dovrebbe sostenere il dollaro in modo intelligente, continuando a garantire una politica di strong dollar in modo esplicito in ogni dichiarazione pubblica. Dovrebbe continuare ad aprire il Paese a viaggi, scambi di ogni tipo per attirare flussi di reddito dall’eccezionalismo della società americana agli occhi di consumatori europei e asiatici. Dovrebbe iniziare a spiegare ai suoi elettori che l’equilibrio e la sostenibilità del debito a lungo termine impongono qualche (modesto) sacrificio di breve, pur partendo da un’invidiabile situazione di prosperità, piena occupazione, redditi eccezionalmente alti e consumi elevatissimi.

Dovrebbe, in sintesi, non essere Trump ma uno statista e un uomo al servizio del benessere del suo Paese, e non del suo arricchimento personale e della sua personale gloria eterna (che sarà tra quattro anni damnatio aeterna in tutto il mondo per lo tsunami economico che scatenerà). Quindi non farà nulla di ciò che dovrebbe fare, anzi farà l’esatto contrario, amplificando il problema.

Noi europei non possiamo fare molto, purtroppo. Assistiamo all’abbandono dell’Ucraina, colpevoli di non avere capito a tempo che la partita che si gioca a Kyjiv ci riguarda molto direttamente e ha a che vedere con la difesa della nostra libertà e democrazia dall’attacco dell’amico e collega dittatore di Trump, cioè Vladimir Putin. Assistiamo alla svalutazione del dollaro, colpevoli di non avere capito che il livello raggiunto nel recente passato era del tutto anomalo e, per quanto utile nel breve, non sostenibile.

Possiamo, però, costruire debito comune e fare sì che sia l’euro a raccogliere l’eredità del dollaro. Possiamo eliminare barriere doganali e nazionalismi vari, costruendo difesa comune e un mercato dei servizi davvero unico e non nazionale. Possiamo spingere davvero l’innovazione tecnologica e raccogliere anche qui il testimone delle libere università sepolto dalla dottrina Trump.

Possiamo costruire un rapporto non subalterno ma equilibrato con la Cina, evitando i dumping smodati (le auto elettriche), e chiedendo vera apertura al nostro commercio di beni e soprattutto servizi. Possiamo superare l’errore della Brexit e de facto riaccogliere il Regno Unito nella casa europea senza clamore, ma con progressive azioni di distensione dei rapporti (e sta succedendo).

In sintesi: anche se gli Stati Uniti dovessero andare a rotoli, come è già accaduto altre volte nella storia, ne uscirebbero comunque rapidamente. E se trovassero di fronte un’Europa finalmente unita, forte e solidale, potremmo davvero avere l’opportunità di costruire un nuovo eccezionalismo europeo.

Lo credo perché, nonostante tutti i limiti della politica e del populismo continentale, da noi una figura come Trump non avrebbe mai ottenuto la maggioranza dei voti. Non che Nigel Farage, Marine Le Pen, AfD o, in Italia, Matteo Salvini e Giuseppe Conte siano molto meglio. Ma si fermano, al massimo, al trenta per cento dei consensi – non al cinquantuno, come è accaduto con Trump – e la loro pochezza è, tutto sommato, meno dannosa.

Almeno si spera che continui a essere così. E forse, assistere al disastro provocato da Trump, aiuterà a capirlo ancora meglio anche a quel trenta per cento di irriducibili.

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