Atlante di storieDisertare l’immaginario comune, con il festival di fotografia di Arles

Dall’Australia al Brasile, passando per l’America del Nord e i Caraibi, Les Rencontres de la Photographie di Arles cerca di ribaltare la visione del mondo per come lo vediamo oggi, attraverso le lenti della fotografia

Retratistas do Morro. Courtesy of the artists

Le nostre identità, scriveva lo scrittore francese Édouard Glissant, non sono radicate in un unico territorio. Si espandono, si incrociano, si spostano e vengono costantemente ricreate. Proprio per espandere le sue traiettorie, Les Rencontres de la Photographie di Arles propone una mappatura polifonica che dalla Francia si sposta in Brasile, passando per l’Australia e il Nord America.

Arles torna anche quest’anno ad accogliere uno dei più longevi e importanti festival europei dedicati alla fotografia. Fondato nel 1970 per artisti, curatori, critici e appassionati di fotografia, questa esposizione è una tappa obbligata nel calendario dell’arte visiva contemporanea. Ogni rito, però, per non diventare mera celebrazione, deve interrogarsi su ciò che accade fuori dai propri confini.

Jia Yu. Nomad Gengsang Angmao and her brother, Mala Chazhui Pasture, the Gyaring Lake, Strangers (still), 2021. Courtesy of the artist

Proprio lì, fuori dalle mura romaniche di Arles, il mondo è attraversato da crisi molteplici: guerre, emergenze ambientali, migrazioni, accelerazioni tecnologiche, polarizzazioni sociali. E anche l’immagine – il suo senso, le sue qualità e le sue declinazioni – viene messa in discussione. L’intelligenza artificiale ha ridisegnato i confini tra ciò che è visto e ciò che è simulato. Ma ad Arles, la fotografia sembra ancora avere un contenuto, seguire un tempo, e occupare uno spazio, senza necessariamente rincorrere il tempo dell’urgenza. Il tema dell’edizione 2025 è la disobbedienza visiva. Il titolo Disobedient Images promette di uscire dai tracciati tradizionali, e di percorrere deviazioni nel tessuto liscio dell’immagine istituzionale.

Il focus sulla Stagione Brasile-Francia 2025 è uno dei lavori più potenti. Ancestral Futures riflette sulla memoria e sull’identità collettiva, con opere che rielaborano archivi visivi per approfondire il tema dell’eredità coloniale e le lotte delle comunità afrodiscendenti, indigene e queer. Un lavoro di riscrittura e reinterpretazione, che prova a rileggere il passato.

Afonso Pimenta / Ritratti di Morro. Zoi’s Son, Serra Community, Belo Horizonte, MG, 1989. Courtesy of the artist

Nel progetto Retratistas do Morro, invece, i fotografi João Mendes e Afonso Pimenta restituiscono uno sguardo sulla favela Serra di Belo Horizonte, con duecentocinquantamila negativi che raccontano vite che raramente entrano nei musei: la quotidianità minuta, le feste, i gesti d’affetto, il lavoro. Un esempio di fotografia popolare e comunitaria.

Non manca la rilettura dei grandi nomi. Viene ricordata per esempio Claudia Andujar, pioniera dell’attivismo fotografico, celebrata con un percorso che mostra l’evoluzione del suo impegno a favore dei popoli Yanomami. Ma anche Louis Stettner, figura chiave della street photography americana, omaggiato in una retrospettiva che ripercorre il suo sguardo su un’America urbana attraversata da molteplici tensioni.

Accanto a loro, il lavoro di Letizia Battaglia. La mostra a lei dedicata, curata da Walter Guadagnini, è un viaggio nella cronaca della città, tra mafia, processioni, concorsi di bellezza e quotidianità violenta. «C’era la spazzatura nelle strade e il concorso delle miss, arrivava Mina e fotografavo pure lei. Anche a fotografare le ragazze in topless a Mondello mi mandavano. Ma a Palermo c’era la mafia, c’erano le vittime della mafia. E io ho fotografato anche quelle. Tante. Troppe da sopportare».

Letizia Battaglia. Rosaria Schifani, Palermo, 1992. Courtesy of Archivio Letizia Battaglia

Una delle domande che ispirano l’intera manifestazione è se nell’era dell’AI la fotografia umana — lenta, imperfetta, manuale — possa ancora aggiungere qualcosa. Alcuni artisti sembrano crederci ancora. Keisha Scarville lavora sul lutto per la madre con immagini dense di simbolismo; Sarah Carp ritrae i suoi figli come piccoli attori in tableaux vivant; Raphaëlle Peria incide fisicamente le fotografie di famiglia, graffiando i paesaggi per renderli oggetti vivi, quasi sculture.

Altri artisti interrogano il concetto di nucleo familiare, superando l’idea della famiglia biologica: Nan Goldin torna con un lavoro che esplora l’intimità come resistenza; Carmen Winant, Carol Newhouse e Lila Neutre riscrivono i codici della parentela in chiave queer e politica, sfumando i confini tra personale e collettivo.

Un altro nodo geografico forte di questa edizione è l’Australia, protagonista con On Country: Photography from Australia, una mostra che indaga il legame spirituale e storico tra i popoli aborigeni e la loro terra. Un legame che resiste alla modernità, all’estrattivismo, al linguaggio della proprietà: le immagini diventano portatrici di un sapere ecologico che supera la mera estetica.

Mayara Ferrão, 2024. Courtesy of the artist

La tecnologia, questa volta, resta ai margini. L’artista Augustin Rebetez è infatti l’unica a presentare un’opera in cui l’AI produce volti mostruosi, maschere digitali in cui si riflettono le paure moderne. Nel resto dell’esposizione, l’intelligenza artificiale è quasi assente.

A latere del festival, esposti in un supermercato, una scuola, un’ex manifattura, si trovano le sperimentazioni più vitali. Il Prix Découverte Louis Roederer 2025, curato da César González-Aguirre, ospita nuovi talenti che parlano di crisi ecologiche, corpi ibridi, e linguaggi mutevoli. L’immagine si fa fragile e instabile, e forse proprio per questo torna ad essere capace di generare senso.

Carol Newhouse and Carmen Winant. Double exposure, 2024. Courtesy of the artists

Anche il dialogo con altre arti trova spazio: la mostra Yves Saint Laurent e la fotografia racconta il rapporto tra il couturier e i fotografi del tempo, un esempio di immagine che si nutre di altre discipline senza perdere la propria autonomia.

L’intento sovversivo e ribelle del Festival di fotografia di Arles, però, non sembra totalmente raggiunto. Scrive Walker Mimms sul New York Times che nei fatti la disobbedienza si mostra più come postura che come gesto radicale.  Secondo Mimms le opere che denunciano, contestano, ribaltano lo fanno spesso con un’estetica familiare, già codificata: identitarie ma ben confezionate, coraggiose e inoffensive. «Che sia per scelta o per caso, i Rencontres evocano questa umanità della vecchia scuola in parte attraverso il tema di quest’anno, “Immagini disobbedienti”. Ma chi sta disobbedendo? Dopo tre giorni ad Arles, non ne sono sicuro».

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