Accordi di DonaldL’ultimo azzardo di Netanyahu potrebbe allontanare l’estrema destra dal governo israeliano

La guerra di Gaza sta distruggendo l’onore dello Stato ebraico, ma il premier ha pianificato con Trump una mossa spregiudicata che potrebbe portare a un miglioramento dei rapporti con gli Stati arabi e, in un futuro (molto) lontano, alla nascita di uno Stato palestinese

AP/Lapresse

Benjamin Netanyahu è davanti a un bivio ed è tentato da una mossa spregiudicata, non la prima della sua carriera. Il dato di fatto che fa da sfondo è più che scabroso: come avevamo previsto, la massiccia operazione militare “Carri di Gedeone” non ha estirpato Hamas da Gaza ed è servita solo a massacrare civili palestinesi e a distruggere i pochi edifici ancora in piedi – come voluto dai ministri fascisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, che l’hanno imposta.

Non è un genocidio e lo dimostra il fatto che a pochi chilometri di distanza, dentro Israele, due milioni di palestinesi vivono liberissimi, votano i loro partiti e non sono discriminati in nulla. Ma è una cinica pulizia etnica voluta da chi, come appunto i ministri fascisti, sostiene che i palestinesi devono andarsene da Gaza e dalla Cisgiordania che devono essere annesse a Israele, abitate da soli ebrei come ha appena ribadito il ministro della Giustizia Yariv Levin.

Dunque, la guerra di Gaza è a un’impasse e sta distruggendo il nome e l’onore di Israele con lo stillicidio delle decine e decine di morti che cadono ogni giorno in occasione della distribuzione degli aiuti alla popolazione, vuoi per colpa di Hamas, vuoi perché uccisi da soldati israeliani.

Donald Trump, per parte sua, non tollera più questa situazione marcia a Gaza, che incrina il successo del bombardamento americano sull’Iran, e punta quindi a ottenere un primo risultato nella sua opera di pacificatore proprio in Medio Oriente. Da qui le premesse per la svolta strategica di Netanyahu, che si consoliderà nel suo imminente incontro col presidente americano alla Casa Bianca.

Sarà un’operazione in più tempi. In un primo momento, la firma degli Accordi di Abramo da parte della Siria e del Libano, con lo storico loro riconoscimento dell’esistenza dello Stato di Israele. Un passo non facile, probabilmente preceduto nelle prossime settimane da un meno impegnativo trattato territoriale, perché, quanto alla Siria, oltre al retaggio di un secolo di odio arabo, è forte il contenzioso territoriale con Israele per le alture del Golan, annesse nel 1986, e il monte Hebron, da pochi mesi occupato dalle Forze di Difesa israeliane (Idf).

Quanto al Libano, il contenzioso territoriale è limitato alle Fattorie di Chebaa, ma riconoscere l’esistenza dello Stato di Israele significherebbe per il governo di Beirut mettere la firma sulla fine ingloriosa della ragione costituente fondamentale di Hezbollah, che è appunto la distruzione dello Stato ebraico. Dunque, un grande problema di un quadro di politica interna che vede però oggi Hezbollah in drammatico declino. Anche qui, si intravede nelle prossime settimane la firma di un trattato temporaneo, preludio alla firma degli Accordi di Abramo in tempi più maturi (essenzialmente, dopo la firma decisiva dell’Arabia Saudita).

Forte, fortissima, è dunque in questo momento la pressione diplomatica, politica ed economica di Washington sui governi di Damasco e Beirut, ambedue in pessime condizioni di bilancio, perché accettino le amputazioni territoriali richieste da Israele a tutela della propria sicurezza, firmando ora dei trattati temporanei, avviando una tabella di marcia per arrivare un domani alla sigla degli Accordi di Abramo.

In contemporanea, si intensificano gli sforzi del Qatar, che ha preso atto del sostanziale rafforzamento di Israele e della netta sconfitta dell’Asse della Resistenza iraniano, per imporre ad Hamas – che dal Qatar dipende con rapporti sotterranei – per la restituzione di tutti gli ostaggi israeliani e quindi la fine della guerra di Gaza.

Questi sono i primi passaggi del percorso tracciato da Netanyahu e Trump, che martedì ha annunciato i sessanta giorni di tregua accettati da Israele.

Sullo sfondo, come ultimo atto, l’Arabia Saudita attende paziente che si consolidino questi passaggi per riprendere le trattative col governo di Gerusalemme e con Washington per arrivare a una sua firma degli Accordi di Abramo, accompagnata da un mega accordo per il nucleare civile ed enormi quantità di forniture militari con gli Stati Uniti.

Se questa tabella di marcia arriverà a compimento, e si accompagnerà al definitivo declino delle politiche aggressive degli Ayatollah e dei Pasdaran iraniani e a una trattativa seria sull’arricchimento dell’uranio iraniano, il Medio Oriente sarà definitivamente cambiato in meglio e si chiuderà una crisi iniziata dopo la Prima guerra mondiale.

Ma questo percorso che Netanyahu si accinge a seguire, ripetiamo, in pieno e stretto raccordo con Donald Trump, ha un’implicazione strategica fondamentale che lo obbliga a una virata sulla questione palestinese. Anche se con tempi sfumati e con una fase di amministrazione delegata agli Stati arabi, quantomeno della Striscia di Gaza, la firma degli Accordi di Abramo da parte di Mohammed bin Salman e dell’Arabia Saudita sarà subordinata al riconoscimento da parte di Israele dei due Stati, quindi della nascita di uno Stato palestinese. Il regno saudita non può derogare da questa condizione di principio, può solo stemperarla in tempi biblici e annacquarla. Ma il principio deve restare.

Da sempre contrario a questa prospettiva, come costituzionalmente e storicamente tutto il Likud, Netanyahu si accinge così a un’ennesima operazione spregiudicata. Da una parte lavorerà per definire la formula più sfumata, imprecisa e soprattutto lontana nel tempo per la definizione della prospettiva dei due Stati nei nuovi Accordi di Abramo da siglare con l’Arabia Saudita. Dall’altra parte però non può che rompere l’alleanza con i fascisti Itamar ben Gvir e Bezalel Smotrich, non disponibili a nessuna formula di Stato palestinese, e che sono decisi invece a imporre un Eretz Israel, un Grande Israele, con l’annessione, anche violenta, della Cisgiordania e di Gaza.

Una rottura che il premier israeliano mette spregiudicatamente già oggi nel conto, puntando a un proprio successo elettorale conseguente alla estensione dei trattati e poi della road map per siglare un domani gli Accordi di Abramo con Siria, Libano e soprattutto con la strategica Arabia Saudita.

Nel caso, ottenuto questo risultato storico, Netanyahu deciderà di andare a elezioni anticipate e alla scelta di nuovi alleati. In fondo, molti tra gli attuali concorrenti elettorali di Netanyahu – Naftali Bennet, Avigdor Lieberman e Benny Gantz – nel recente passato sono stati suoi ministri e alleati.

X