«Allucinante»Beppe Sala, Obama, Antonio D’Ausilio, e la fine dell’età adulta

Il sindaco di Milano si indigna con lo stesso lessico di Silvia del Pippo Chennedy Show. Il problema non è lui: è che nessuno intorno gli dice che «non esiste proprio»

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Dov’è Antonio D’Ausilio, e perché non si offre di risolvere i problemi del presente? Sento che potrebbe essere risolutivo, lui che è lo spirito del tempo che unisce Beppe Sala ai diciottenni che ormai non sanno più come farsi notare agli orali della maturità, scrivono lettere ai ministri, fanno sacrifici alla luna, tutto pur di finire su giornali che non comprano.

Antonio D’Ausilio ha la mia età, quindi è stato giovane in anni normali, normali come sono stati tutti gli anni fino a questi ultimi, questi ultimi in cui gli adulti dicono che non guardano la tal serie perché ai figli non interessa. Ogni tanto penso a quanto mi fa orrore la fantascienza e provo a immaginarmi mio padre dire ai suoi amici che no, non andrà a vedere “Blade runner” perché alla bambina non piace.

Barack Obama è andato al podcast di sua moglie e ha detto che i ragazzini di oggi non sanno cavarsela perché diversamente da noi (noi genitori, noi adulti) non sono mai stati fuori tutto il giorno senza che nessuno sapesse dov’erano, giacché i genitori nostri si preoccupavano solo se non tornavamo all’ora di cena.

Scusa, Barry, ma non è che ci fossero nuove leggi che v’ingiungevano di fare i compiti coi figli, di andare ai concerti coi figli, di guardare la tv coi figli. Cioè, capisco se lo fanno le mie amiche, che con la maternità spacciata per affare a tempo pieno giustificano il fatto di non essere riuscite a procurarsi una carriera, ma tu che scusa hai? (Nessuna, lo so: mica hai fatto davvero la chioccia, stai solo facendo la parte sono-come-voi indispensabile per ottenere consenso in questo secolo).

E non venitemi a dire che adesso non si possono lasciar liberi i ragazzini perché il mondo è più pericoloso. La figlia di Erica Jong, Molly, nel suo memoir racconta all’ignaro pubblico odierno che negli anni Ottanta tutti i ricchi avevano paura che i figli venissero sequestrati. Adesso al massimo hanno paura che qualcuno rubi loro i dati della carta di credito su Instagram.

Nel 1997 Antonio D’Ausilio ha sì e no venticinque anni, e va al “Pippo Chennedy Show” a prendere per il culo le ragazzine. «Sono Silvia, ho vent’anni, sono del segno del Leone ascendente Cancro. Il mio colore preferito? Il rosso. La mia pietra preferita? Lo smeraldo. Se ho sogni nel cassetto? Non lo so».

Ci sono due cose minori che dovete sapere di questo personaggio, e una maggiore. Quelle minori sono che sì, D’Ausilio era travestito da ragazza: ora si chiamerebbe “identità di genere”, allora si chiamava “fare il comico”; e che l’autodescrizione di Silvia fa più ridere se all’epoca leggevate i settimanali pieni di queste domande, fa ridere come oggi farebbe ridere una parodia dei codici di Instagram.

La maggiore è che l’interlocutrice di D’Ausilio, Serena Dandini, era il contrario degli adulti di oggi: faceva l’adulta. Non quella che dice che i maturandi che sono contro il sistema dobbiamo ascoltarli di più, non quella che dice che i giovani sono fantastici e ci salveranno dal mondo orrendo che abbiamo lasciato loro in eredità, non quella terrorizzata che le diano della boomer: l’adulta.

Cosa c’entra Beppe Sala, direte voi. Prima di spiegarvelo devo fare una piccola divagazione. Quando ho letto che Beppe Sala era indagato, mi sono chiesta se quindi funzioni il pensiero magico (o, come lo chiamano su Instagram, il manifesting). Ho molte amiche milanesi, e sono incontentabili: ce l’hanno con Sala per qualunque cosa, dall’abolizione della 73 alla piccola criminalità che ormai è ovunque.

(Qui farei un’altra divagazione sul fatto che la piccola criminalità è la ragione per cui il mondo vi sembra più pericoloso di quando magari per strada un terrorista ti gambizzava o in un posto pubblico ti esplodeva una bomba. Perché è una cosa minima ed è statisticamente più facile che ti rubino il portafoglio oggi di quanto lo fosse finire in un attentato quarant’anni fa. Ma è, diversamente dalle questioni macroscopiche di quand’eravamo piccini, un microscopico problema senza soluzione: siamo più di otto miliardi, nel 1997 eravamo meno di sei, siamo troppi, e insieme alla popolazione generale aumentano i poveri, i disperati, quelli cui sembra che tutti stiano meglio di loro, quelli che non hanno nessuna intenzione di faticare, quelli fuori di testa. Siamo troppi e non ci saranno mai abbastanza risorse perché la situazione migliori, qualunque sia la soluzione auspicata, da più stato sociale a più polizia: non si può fare, le città non saranno mai posti completamente sicuri, facciamocene una ragione).

Sala, dicevo. Figurati se le mie amiche non gli augurano la galera, già tanto se non gli augurano di peggio. D’altra parte l’altra mattina, a Bologna, ho passato un’oretta in un bar di strada Maggiore, chiusa al traffico perché il sindaco ha deciso di rifarne la pavimentazione in un periodo in cui mezzo centro è chiuso per i lavori del tram ed era rimasta praticamente l’unica via da cui passare, e diciamo che tra avventori e baristi era una gara a chi diceva le cose meno affettuose di Matteo Lepore. Se uno vuol essere benvoluto, forse è meglio che non faccia il sindaco.

Basta con queste divagazioni. Sala dice al Corriere che trova «allucinante che il sindaco apprenda da un giornale di essere indagato». Sì, parla di sé in terza persona, ma ora non cavilliamo sulla sintassi dell’uomo che si fece fotografare mentre leggeva il suo stesso libro. Concentriamoci sul lessico. Chi mi ricorda quell’«allucinante»? Ci ho dovuto pensare un po’. Ma certo: D’Ausilio.

«Ho un grossissimissimo problema, Dandiiii». «Beh, se ha un problema è diverso, noi siamo qui anche per risolvere i problemi dei giovani, abbiamo anche il dibattito». «Ho le doppie punteeee, come devo fare?». «Ma che è un problema, questo?». «È un problema sconvolgente, a tratti allucinante».

Ecco chi ha fornito il lessico a Beppe Sala: Silvia, Leone ascendente Cancro, colore preferito rosso, paghetta settimanale ottocentocinquantamila lire. «Allucinante» è tutto ciò che è rimasto di quegli sketch oggi irripetibili, in cui un’adulta trasecolava perché una ragazzina aveva il cellulare pagato da papà, in cui le doppie punte venivano liquidate senza che ne nascesse un movimento politico di ventenni annoiati che accusavano gli adulti di invisibilizzare i loro problemi, di invalidarli, di aver rubato il loro futuro e la possibilità d’un parrucchiere passato dal servizio sanitario nazionale. E senza che gli adulti rispondessero con contrizioni assortite e sensi di colpa senza senso.

Purtroppo gli orali della maturità sono finiti, i giornali dovranno trovarsi un nuovo format giovanile (ma non possiamo tornare ai bambini in treno? Mi pare che li abbiamo accantonati un po’ troppo in fretta), e le Silvia che sono contro il sistema e scrivono al ministro per chiedere che venga loro abbassato il voto non hanno una Dandini che li prenda a coppini e ricordi loro che una volta quelli contro il sistema si davano alla lotta armata, mica boicottavano l’interrogazione (questo è il rigo che sui social diventa: Soncini dice che si stava meglio quando si stava terroristi).

Alle Silvia di oggi Keir Starmer avrebbe dato il diritto di voto da (almeno) quattr’anni, il che fa di Enrico Letta un Keir Starmer d’insuccesso. Purtroppo Antonio D’Ausilio ci ha abbandonati alla nostra inadeguatezza, della sua Silvia è rimasto solo l’«allucinante» mutuato da Beppe Sala, il quale forse avrebbe dovuto prendere da quel personaggio un altro tormentone, utilissimo anche per i maturandi ribelli: «Non esiste proprio». 

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