Dipendenza cognitivaL’intelligenza artificiale, e i rischi per il pensiero critico

Nuovi studi parlano di un effetto collaterale delle nuove tecnologie: più vengono usate, meno si ragiona. Ma trattando ChatGpt e simili come assistenti e non come un sostituti è possibile sfruttarne i vantaggi senza perdere agilità mentale

AP/Lapresse

L’intelligenza artificiale promette di alleggerire il lavoro mentale. Ma questa delega alla tecnologia generativa ha un costo da pagare. Secondo un recente studio del Mit, usare sistemi come ChatGpt durante la scrittura riduce l’attività cerebrale nelle aree legate alla creatività e all’attenzione. Gli studenti coinvolti nello studio, monitorati con elettroencefalogrammi durante la stesura di saggi, mostravano una netta diminuzione dell’attività neurale. Non solo, chi si affidava all’assistente virtuale faticava poi a ricordare o citare correttamente ciò che aveva appena scritto.

L’Economist ha raccolto i dati del Mit e di altri studi simili che sollevano dubbi sugli effetti cognitivi dell’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale.

Un’indagine della Microsoft, condotta su trecentodiciannove lavoratori, ha mostrato che gran parte dei compiti svolti con l’ausilio di strumenti come ChatGpt o Copilot risultano «sostanzialmente meccanici», con un minor coinvolgimento critico. In un altro studio condotto in Gran Bretagna dal professor Michael Gerlich, gli utenti che fanno più uso di tecnologie genereative ottenevano risultati inferiori nei test sul pensiero critico. «Molti insegnanti ci hanno contattati dopo la pubblicazione», spiega Gerlich, «perché lo studio riflette esattamente ciò che stanno vivendo in aula».

Non è ancora certo se l’uso dell’intelligenza artificiale provochi direttamente un declino cognitivo, ma l’Economist sottolinea il rischio di un’abitudine sempre più diffusa a «delegare» il pensiero. È il fenomeno del cognitive offloading (scarico cognitivo) descritto da Evan Risko – psicologo dell’Università di Waterloo ed esperto del tema – come la tendenza a delegare operazioni mentali complesse a strumenti esterni. «Il problema», dice Risko, «è che l’IA consente di scaricare non solo compiti semplici, ma interi processi complessi come scrivere o risolvere problemi». Una volta abituati a questo automatismo, tornare indietro diventa difficile.

Il rischio è quello di una spirale pericolosa, che Gerlich chiama «ciclo di retroazione»: meno pensiamo, più deleghiamo; più deleghiamo, meno siamo in grado di pensare criticamente. Lo dimostra il commento di un partecipante al suo studio: «Dipendo così tanto dall’intelligenza artificiale che non saprei più risolvere certi problemi da solo».

Oltre al pensiero critico, l’intelligenza artificiale sembra intaccare anche la creatività. In un esperimento dell’Università di Toronto, chi riceveva più suggerimenti da chatbot produceva soluzioni meno originali rispetto a chi lavorava in autonomia. Alla domanda «come riutilizzare un paio di pantaloni?», l’intelligenza artificiale proponeva di farne uno spaventapasseri. Una persona, invece, suggeriva di riempirne le tasche di noccioline per creare una mangiatoia per uccelli.

Ma non ci sono solo gli aspetti negativi. Alcuni ricercatori suggeriscono approcci più attivi alle nuove tecnologie. Trattare l’intelligenza artificiale come un assistente, chiedendo magari di affiancare il ragionamento anziché fornire tutte le risposte, può portare ottimi risultati senza arrivare al declino cognitivo descritto in precedenza. Alcuni ricercatori propongono di usare chatbot “maieutici”, cioè che pongano domande anziché risposte. «In questo caso si può immaginare che perfino Socrate approverebbe», scrive l’Economist.

Al momento, il cervello umano resta ancora lo strumento più valido a disposizione. Ma aziende e professionisti si affidano sempre più all’intelligenza artificiale. E anche se la tecnologia è giovane, bisognerebbe iniziare a porsi alcune domande fondamentali: «Prima o poi bisognerà valutare se i benefici superano davvero i costi cognitivi», conclude l’Economist.

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