C’è uno studio cheIl barista di Termoli, DiCaprio e i narcisisti con la Fomo

Gaza sta all’estate 2025 come Giulia Cecchettin stava all’autunno 2023: il pretesto perfetto per sentirsi rilevanti, anche se non si ha niente da dire. Un gigantesco «Cagatemi, vi prego» sotto forma di militanza social

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Finalmente posso cominciare un articolo con la frase più stupida tra quelle che usano le persone intelligenti: c’è uno studio che. «C’è uno studio che» nasce con le migliori intenzioni – contrapporre i dati fattuali alle impressioni della comare Cozzolino – ma purtroppo si scontra col fatto che, negli ultimi trent’anni, il mondo è cambiato più che nei precedenti trecento.

Già prima degli ultimi trent’anni, per la verità, dire che l’aneddotica non era statistica andava bene per gli allievi somari delle medie, ma non bastava con interlocutori più attrezzati: di solito, l’aneddotica di chi sa osservare la precede, la statistica; altrimenti Bourdieu non avrebbe potuto scrivere “La distinzione”.

Non tutti gli aneddoti vengono dal cugino di Elio e le storie tese: alcuni vengono da gente che si accorge prima dell’altra che ci si ammala sempre più di cancro, o che a scuola s’impara a leggere sempre meno, e in quel luogo infernale che sono i social si sente dire «fonte?» finché, appunto, non arriva la statistica. E, quando i dati confermano le impressioni, chi non s’era accorto d’un’ovvietà e stava lì a domandare un link, quello lì mica imparerà dai limiti del proprio sguardo: al giro successivo starà ancora lì a dire «credo nella scienza» e altri ossimori che si è deciso non ti facciano sembrare stolido.

Una cosa che è successa negli ultimi trent’anni è che i dottorati di ricerca sono diffusi quanto la lettura dell’oroscopo. Così come in un mondo che ha un eccesso di psicologi toccherà inventarsi nuovi disturbi della psiche, in un mondo con un eccesso di PhD ci saranno studi che dimostrano tutto e il suo contrario.

Uno dei miei passatempi preferiti è inserire “Ozempic” nella ricerca del Times: è una grandissima lezione sofista, l’archivio degli articoli dimostra che si può dimostrare tutto. Un giorno ti dicono che resti cieco, un giorno che è ottimo per la vista, un giorno che muori di crepacuore, un giorno che è cardioprotettore, un giorno che ti ammazza subito, un giorno che vivi in eterno. C’è sempre uno studio che.

Oggi vengo dunque a voi, come tutti, con uno studio che dice esattamente ciò che intendevo sostenere. L’ha pubblicato Nature, lo studio secondo il quale è diretta la proporzione tra la stupidità d’un individuo e la sua propensione a lanciarsi in militanze politiche sui social. Lo studio dice che oltre che scemi questi individui sono anche psicopatici, narcisisti, e malati di paura di venire esclusi (“Fomo”, fear of missing out) ma non voglio esagerare coi «ve l’avevo detto».

Traduco due righe dello studio che sono perfette per l’articolo che avevo già deciso di scrivere fidandomi del mio spirito d’osservazione e senza aspettare che ci fosse uno studio che. «Abbiamo trovato che migliori abilità cognitive sconsigliassero la partecipazione politica on line e, più importante, moderassero gli effetti dei più oscuri tratti di personalità e della paura di venire esclusi, nella maggior parte dei contesti. Gli effetti di moderazione sono più stabili per la psicopatia e per la paura di venire esclusi di quanto lo siano per il narcisismo».

E quindi eccomi, dopo solo cinquanta righe, a scrivere l’incipit che avevo pensato per questo articolo prima di scoprire che c’era uno studio che. Vi prego di non cavillare ricordandomi che dopo cinquanta righe non è tecnicamente più un incipit.

La cosa che accomuna tutti i casi recenti di riempitivi di colore rispetto a quel troiaio che è la questione Israele-Gaza, la cosa che accomuna tutte le notizie e tutti i commenti alle notizie, che si tratti di Leonardo DiCaprio socio d’un albergo di lusso in costruzione a Tel Aviv (notizia del 2018, ma nel 2018 Israele non era il tema d’indignazione più à la page) o di un barista di Termoli, provincia di Campobasso, che affigge un cartello dicendo che agli israeliani è vietato l’ingresso (chissà cosa ci farà un israeliano a Termoli), dell’azienda dei trasporti milanese che mette dei cartelli su Gaza sul tram così potete prendervi un PhD in medioriente mentre aspettate la fermata, ma poi dice che non li ha mica messi lei, o di quelli che si mettono a urlare «Free Palestine» a un turista francese in autogrill, la cosa che accomuna tutta la farsa attorno alla tragedia è una sola: le persone vogliono essere cagate.

Gaza è diventata Sanremo, è diventata le Olimpiadi, è diventata le navi di profughi che Salvini lasciava affondare, è diventata quel che erano le Torri Gemelle nella seconda metà del settembre 2001: l’unico argomento di cui devi parlare se vuoi percepirti al centro delle cose e non sei abbastanza autorevole da imporre la rilevanza di altro col tuo solo eloquio. L’argomento che ti assicura che qualcuno ti cagherà.

Andrea Minuz ha scritto su Twitter che il tizio che ha messo il cartello a Termoli l’ha fatto sperando di finire al Tg1, e io ho pensato che aveva ragione, ho pensato che magari ci era già finito (non guardo i telegiornali), ho pensato che l’economia dell’attenzione è una scienza esatta. Sappiamo prestare attenzione a una sola cosa alla volta, e Gaza sta all’estate 2025 come Giulia Cecchettin stava all’autunno 2023.

Non è solo il tema che ti assicura che qualcuno ti cagherà, è anche il tema che si mangia tutti gli altri temi contigui: io continuo a non capacitarmi che l’opinione pubblica, nel 2023, si sia filata assai meno Giulia Tramontano, il cui caso – incinta, ammazzata dal fidanzato dopo mesi di ricerche per capire come ucciderla meglio non per scomposta reazione al fatto che lei non volesse più stare con lui ma per gelida insofferenza: a lui piaceva un’altra, e quella gravidanza era un ingombro – mi pare più agghiacciante, ammesso abbia senso fare una classifica di sdegno tra due morte ammazzate.

Tuttavia so che il successo d’una notizia presso la nostra labile attenzione è persino più inspiegabile del successo d’una canzone o d’un film, e quindi non provo a spiegare il monopolio del troiaio mediorientale, con qualche decennio di ritardo, presso l’opinione pubblica: saranno i video sul telefono, sarà la grafica accattivante della bandiera, sarà che al liceo abbiamo tutti avuto una kefiah. E, per la tifoseria avversa, sarà il numero strabiliante di giganti del pensiero ebrei, sarà il senso di colpa per la Shoah, sarà che i grandi comunicatori di Hamas son stati così scemi da fornire alla comunicazione avversa la scusa degli ostaggi.

Fatto sta che, nel mondo in cui non solo le notizie ma anche gli individui competono per l’attenzione, se vuoi provare a ottenerne, la tua unica chance è dire qualcosa di perentorio su quel conflitto che gente assai più sveglia di te non è riuscita a risolvere. Dire qualcosa da una parte o dall’altra, non importa. Quel che conta è il gigantesco «Cagatemi, vi prego» che è il tuo intervenire sul tema del momento.

Leonardo DiCaprio è l’ultima star creata da Hollywood. Non c’è più stato, dopo “Titanic”, un film che sia riuscito a prendere degli attori e trasformarli in star a lunga durata. Leonardo DiCaprio è l’ultima star del Novecento, epperciò non gliene frega niente dei social e della finta fama di questo secolo rimbecillito. Ha un account Instagram perché lo staff gli avrà detto che ne deve avere uno, ma certo non lo usa per condividere col mondo le sue vacanze o i suoi tappeti rossi. Ci mette roba istituzionale, i trailer dei film, gli appelli al voto, le raccolte fondi per aiutare le vittime degli incendi a Los Angeles, le campagne ambientali con cui si balocca da decenni (cioè, «ci mette»: ce le metterà l’assistente dell’assistente, lui non avrà neanche la password).

Ha sessanta milioni di follower, perché quel che tutti i consulenti per l’engagement del mondo, quelli pagati per spiegarti come fare il post che prenderà più cuoricini, quel che tutti gli idioti retribuiti in questo secolo delle opportunità non possono darti, lui ce l’ha senza aiuto: tutti sappiamo chi è.

L’ultimo post è d’una settimana fa, gli ultimi sei post hanno i commenti chiusi. Ma il narcisista scemo con la Fomo non demorde, e va ad apporre il suo «cagatemi» sotto il trailer d’un documentario postato a giugno. «Siccome non potevi costruire sull’isola di Epstein hai deciso di costruire hotel di lusso in Palestina dove i bambini muoiono di fame» (più tre punti esclamativi). «Vergognati» (Gabibbo, è lei?). «E come la mettiamo con l’ambiente in Palestina?». «Ecocidio e genocidio» (pure la rima). E, naturalmente, un numero che non mi metto certo a contare di «Free Palestine», perché ogni moda ha bisogno del suo slogan (e anche ogni polemica: senza «i bambini oncologiciiii», lo scandalo Ferragni sarebbe stato dimenticato in tre giorni).

Il problema, con chi è abbastanza fesso da darsi alla militanza social, è che non è in grado di capire che Leonardo DiCaprio i commenti di Instagram non li guarda, e diversamente da una celebrità di serie B non delega squadre di collaboratori nel panico a studiare il sentiment (il modo in cui a Milano chiamano queste puttanate) e a temere l’impatto. Il problema è che DiCaprio sa che il dissenso social non gli cambia il fatturato né lo status di star: mica è la Ferragni.

Il problema, che è anche uno dei dati più interessanti del presente, è l’incapacità del pubblico medio di distinguere tra l’intimidazione che può funzionare col turista in autogrill e quella che può sfiorare la star miliardaria. Il problema è che non c’è uno studio che glielo spieghi, al volenteroso commentatore politicizzato, che no, uno non vale uno.

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