Ursula von der Leyen non rischia perché la mozione di sfiducia presentata dalla destra non passerà mai. Domani si vota a Strasburgo. La presidente della Commissione europea sta lavorando per ricomporre una situazione molto antipatica. Il pasticcio europeo assomiglia alle mille convulsioni italiane, con giochi e giochetti un po’ da Prima Repubblica. I partiti guardano ai propri interessi con occhio nazionale, ed è un ulteriore segno dell’involuzione della politica europea intesa come politica sovranazionale.
La mozione della destra contro von der Leyen – «gli amici di Putin», li ha chiamati lei in un discorso di una certa dignità politica –, il cui cuore è la gestione della controversa campagna europea d’approvvigionamento e distribuzione dei vaccini durante l’emergenza Covid, ha già acquisito il consenso del Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte, ormai un vero rossobruno, mentre Giorgia Meloni, leader dei conservatori di Ecr in cui milita il presentatore della mozione contro la presidente, il rumeno Gheorghe Piperea, è in evidente imbarazzo: è chiaro che la presidente del Consiglio italiana, dopo aver imbastito una complicata trama per stare dentro la maggioranza Ursula, non può votare contro di lei.
I socialisti duri, cioè gli spagnoli, sono tentati dal voto di astensione, non potendo per ragioni di evidente igiene politica votare a favore del documento dell’estrema destra, un modo furbetto per esprimere una quasi-sfiducia verso la presidente della Commissione. Uno stratagemma in realtà molto connesso con le pesanti vicissitudini del governo Sánchez, invischiato in un paio di scandali pesanti: la capogruppo di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo Iratxe García Pérez ha fatto capire l’aria che tira: «Non voteremo contro la Commissione, ma non perché siamo convinti al cento per cento. Ma la Commissione deve cambiare direzione». Un penultimatum. Se a Madrid la situazione dovesse precipitare, a Bruxelles ci sarebbero conseguenze. Poco importa evidentemente che tra una guerra guerreggiata in Europa e una guerra economica con gli Stati Uniti la Commissione possa traballare.
Non si può dar torto a Antonio Tajani, per il quale votare la sfiducia a Ursula von der Leyen è «da irresponsabili». Quanto al Partito democratico, che com’è noto a Bruxelles sono due Pd (schleiniani e riformisti), bisogna tenere conto che Elly Schlein è molto critica verso Ursula von der Leyen e quindi assai vicina ai fiammeggianti spagnoli del caro Pedro Sánchez. Eppure è consapevole che non solo non si può sostenere la mozione Piperea, ma anche che non è il momento migliore per provocare una crisi politica in Europa. E tuttavia, a parte i soliti estremisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada, è assai probabile che qualcuno degli schleiniani non parteciperà al voto.
Ieri Filippo Sensi, riformista, aveva dato l’allarme: «Non ho alcuna simpatia per le ambiguità di UvdL (che, tuttavia, erano note). Ma pensare, come mi pare facciano i socialisti europei, di astenersi sulla mozione di sfiducia dei rossobruni mi parrebbe qualcosa di peggio di un errore: una cinica viltà». Viltà, nel senso che ci si metterebbe al riparo di una mozione inutile, qual è quella di Piperea, per dare un segnale pur senza assumerne la responsabilità. E soprattutto si darebbe l’idea di voler seguire Conte nella sua crociata anti-Ursula. Al Nazareno il tweet di Sensi pare sia stato preso malissimo. Sempre della serie: i Pd sono due.