Regioni d’influenzaSala impone la rotta su Milano, e Schlein si adegua per tener unito il Pd

La segretaria media senza incidere, appoggiando candidati forti ma non suoi. Il Partito democratico si regge su equilibri locali più che su una leadership coesa

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Beppe Sala ha fatto un gran discorso, riuscendo a ricompattare la sua maggioranza, dunque anche a mettere il Pd milanese e soprattutto nazionale di fronte all’evidente necessità di andare avanti senza troppi indugi. Elly Schlein, d’altronde, non aveva grandi alternative: rompere con il sindaco di Milano sarebbe stato senza alcun senso politico (e ad abbaiare contro l’incredibile trasformazione di Milano ci sono i quattro estremisti visti ieri pomeriggio davanti a Palazzo Marino). È vero che il Partito democratico ha piazzato alcuni paletti, ma Sala la linea ce l’aveva ben chiara in testa di suo, cosicché, dal punto di vista politico, la questione può considerarsi chiusa qui.

La segretaria del Pd, dunque, esce sana e salva da una situazione complicata nella quale per due giorni aveva fatto fatica a orientarsi, e contestualmente si avvia a chiudere il dossier delle elezioni regionali. Si tratta, vedremo come, di mettere il sigillo alla candidatura di Eugenio Giani in Toscana: malgrado la battaglia del Nazareno contro di lui (che ha persino visto lo strano e non motivato commissariamento della federazione provinciale di Pisa, dove è rotolata la testa di un segretario riformista), il presidente uscente si appresta a diventare rientrante.

In Campania, dopo anni di contumelie reciproche, ha funzionato la triangolazione di potere Schlein–Conte–De Luca nel nome di Roberto Fico; in Puglia in campo scenderà il favoritissimo Antonio Decaro; e nelle Marche corre in buona posizione Matteo Ricci per cercare di strappare la regione alla destra.

Nessuno di loro è schleiniano, ma a questo punto si apre un’altra fase, quella di una campagna elettorale che nei fatti partirà tra pochi giorni: il centrosinistra, dato per vincente in quattro regioni su cinque (ovviamente c’è poco da fare per Giovanni Manildo alla guida di un centrosinistra largo in Veneto), cercherà di sfruttare le divisioni dello schieramento avversario e la forza di un insediamento «militante» che ancora qua e là regge, e naturalmente il bottino di voti dei vari leader locali, cacicchi compresi.

È una battaglia che la leader del Pd vive, e indica, come un passaggio cruciale nella traiettoria che porterà tra meno di due anni alle elezioni politiche generali, quando lei s’immagina sul ring pronta a giocarsela contro Giorgia Meloni. Il che, peraltro, è tutto da vedere, non solo per il prevedibile veto di Giuseppe Conte ma anche per le manovre già in atto che potrebbero sfociare nell’indicazione di un nome «terzo» scelto tra i sindaci: Gaetano Manfredi, ben visto anche dal capo dei Movimento 5 stelle e da personaggi come Goffredo Bettini e Dario Franceschini; Silvia Salis, apprezzata da Matteo Renzi; Roberto Gualtieri, ultimamente in sintonia con Paolo Gentiloni, soprattutto sulle questioni europee.

In tutto questo Schlein ha ovviamente bisogno di evitare spaccature nel suo partito. Ha già acquisito il consenso dell’ex competitor Stefano Bonaccini, ma non certo quello della componente riformista che si sente sempre più distante dalla segretaria, e non lo nasconde.

Nella prossima Direzione, peraltro ancora non convocata, Schlein rivolgerà un appello unitario a fare campagna elettorale pancia a terra, sperando che non emergano dissensi plateali: come si fa a votare contro una relazione che chiama all’unità del partito in campagna elettorale? Ma non è detto che basti.

I riformisti stanno dicendo ad alta voce cosa pensano un po’ su tutte le questioni e hanno anche dimostrato di saper vincere una battaglia concreta, come quella che ha portato alla cancellazione del concerto di Valéry Gergiev alla Reggia di Caserta. Un successo che si deve in particolare a una persona, Pina Picierno, che ormai è difficile non considerare come un’alternativa reale a Elly Schlein.

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