
Ieri abbiamo scritto a Valery Gergiev. Nessun giro di parole, nessuna ambiguità: gli abbiamo chiesto conto delle sue scelte, dei suoi silenzi, dei suoi legami. Volevamo sapere se condanna l’invasione russa dell’Ucraina, se considera la morte di Alexei Navalny un crimine politico, se si riconosce in chi, in Russia, ha pagato con la prigione il dissenso. Gli abbiamo chiesto spiegazioni sul suo patrimonio immobiliare in Italia, intestato a una società con un solo dipendente e bilanci opachi. E gli abbiamo chiesto di chiarire il suo rapporto con il manager italiano Alessandro Ariosi, figura centrale in una rete che muove soldi pubblici, fondazioni liriche e nomine politiche.
Nessuna risposta. Nessuna smentita. Nessuna condanna. Solo il silenzio complice che contraddistingue chi è a libro paga dei regimi.
Ma il silenzio di Gergiev non è un silenzio isolato. È il riflesso fedele di una larga fetta della classe politica italiana: quella che finge di non vedere, che tace per convenienza, che si affida al prestigio formale dell’arte per coprire il vuoto della responsabilità. È il silenzio di chi è connivente con i conflitti di interesse che si consumano nella maggioranza di governo come in alcuni settori dell’opposizione, in un risiko di poltrone, nomine e appalti mascherati da cultura. È il silenzio di chi sa, ma preferisce applaudire. Di chi, da un palco, dirige non solo orchestre prestigiose ma anche il familismo amorale del settore.
Il concerto di Caserta è ormai divenuto un simbolo non solo della penetrazione ibrida nella nostra società, ma anche del disvelamento degli armadi della vergogna in un settore – quello culturale – attraversato da una stagione di opacità e consociativismo.
Il concerto di Gergiev sembra voluto da molti, da tanti, in modo trasversale. Il primo, secondo quanto abbiamo appreso da nostre fonti confidenziali all’interno del Ministero della Cultura, fu Gennaro Sangiuliano, all’epoca ministro della Cultura: fu lui a sognare di suggellare la pax col Cremlino proprio con il maestro putiniano.
Un’eredità raccolta da Gianmarco Mazzi, sottosegretario e ministro ombra della Cultura, sempre di Fratelli d’Italia, su spinta dell’amico e manager Alessandro Ariosi, che – come abbiamo raccontato – sogna di piazzare il proprio sovrintendente al Teatro San Carlo di Napoli e al Petruzzelli di Bari.
E se la destra gongola all’idea, il centrosinistra tace, bloccato dal suo kingmaker della cultura: il capace e sempreverde manager culturale Salvo Nastasi, oggi presidente della Siae, che con Mazzi va molto d’accordo. Talmente d’accordo che quest’ultimo lo presenta a molti colleghi di partito come partner affidabile, facendo storcere il naso a più di un “fratello” e a diverse “sorelle” d’Italia.
In tutto questo, la mobilitazione per far annullare l’evento prosegue. Anche perché, mentre i presunti liberali giocano a nascondersi, il concerto che ogni giorno e ogni notte gli ucraini ascoltano è composto dal suono dei droni, dalla contraerea, dalle esplosioni dei missili che cadono sui palazzi. Quel suono che Gergiev dirige con la sua bacchetta e con i suoi milioni di rubli che drena nei suoi conti in banca e in quelli delle sue fondazioni.
Anche per questo, continua la mobilitazione per la protesta del 27 luglio promossa da Europa Radicale, Pina Picierno, dalle comunità ucraine e dai dissidenti russi che nel corso di questi giorni ha visto crescere adesioni e pullman che raggiungeranno la Reggia di Caserta per una doppia protesta fuori e dentro il palazzo.