
La guerra politica sulla storia è una costante del dibattito italiano ed è nuovamente esplosa a partire dal caso di un manuale in uso nelle scuole superiori, “Trame del tempo” (Editori Laterza), accusato di avere diffamato il partito di Fratelli d’Italia per il fatto di averlo descritto – mi permetto questa sintesi – come figlio del fascismo del passato e padre del fascismo del futuro.
In genere in queste dispute hanno tutti torto e questo caso non sembra fare eccezione. Ha torto la destra a lamentare l’oltraggio di un giudizio semmai troppo mediocremente giornalistico sull’ascesa della destra post-fascista, ma non esattamente costruito su falsi storici o addebiti inventati. Ha torto la sinistra a rivendicare il diritto della storiografia di farsi politica e di imbastardire scienza e militanza. Su entrambi i lati della barricata, sembra decisamente abusiva la pretesa di entrambi di dettare o rettificare la storia impossibile della politica contemporanea.
È invece un peccato che continui a non suscitare né interesse né allarme (neppure da destra, pour cause) uno scandalo ben più gravemente macroscopico: la permanenza nei manuali scolastici per gli studenti italiani, a proposito degli sviluppi della storia post-sovietica, delle più classiche narrazioni strategiche russe, di cui a fare le spese sono proprio i popoli che dopo il crollo del Muro di Berlino si sono liberati del giogo di Mosca e ora sono tornati nel mirino delle sue ambizioni imperiali: l’Ucraina, in primo luogo, ma anche la Georgia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Moldavia.
Un preziosissimo lavoro di denuncia e documentazione in questo senso è stato realizzato da Massimiliano Di Pasquale e Iryna Kashchey per l’Istituto Germani, nel research paper “Narrazioni strategiche russe nei libri di testo delle scuole secondarie di primo grado italiane”, che ha analizzato ventotto manuali di geografia in uso tra i ragazzi di seconda media (dodici o tredici anni).
Gli autori documentano come la stragrande maggioranza dei volumi risulti «consapevolmente o inconsapevolmente organica all’immagine della Russia che si è consolidata nel nostro Paese negli ultimi ottant’anni. Un’immagine che Mosca ha costruito nel tempo con grande abilità grazie a operazioni di soft power, sharp power, hybrid analytica, history and culture weaponisation, lavorando in profondità nella mente degli italiani anche attraverso la creazione di miti collettivi».
Il volume è anche un interessante glossario delle tecniche con cui le narrazioni strategiche riescono a colonizzare e modellare le percezioni e le decisioni politiche di Paesi terzi, per rafforzare l’agenda del Cremlino e delegittimare i suoi oppositori, all’interno e all’esterno della Russia. Una delle tecniche più efficienti è quella di qualificare la vulgata demagogica come verità storiografica, quindi di convocare, a loro insaputa, milioni di studenti a scuola di russismo.
Così impareranno che il Russkij mir è l’alveo naturale di gran parte della storia est europea, che l’identità nazionale degli stati ribelli, a partire dall’Ucraina, è inventata e fittizia, che la loro economia è destinata al fallimento, che la russofonia è un lasciapassare naturale per la russificazione coatta di territori non russi e che «il crollo dei regimi comunisti, che sostenevano la pacifica convivenza tra le etnie, ha favorito la rinascita di nazionalismi»: quel che si legge letteralmente in uno dei manuali scrutinati, con la trasformazione dell’imperialismo russo in una sorta di ideologia pacificatrice delle tensioni etnico-nazionali est europee.
Le narrazioni strategiche non sono semplicemente un insieme di informazioni false o distorte, diffuse per orientare le reazioni dell’opinione pubblica internazionale a favore della Russia, ma sono vere e proprie storie – non annali di eventi, bensì mitologie politiche – costruite per rendere tutte le azioni russe in sé giustificate, senza bisogno di ulteriori conferme.
Chi inizia a vivere intellettualmente e psicologicamente dentro la narrazione russa, non ha neppure più bisogno di essere ingannato dal Cremlino, perché non ha più bisogno di conoscere la realtà dei fatti per continuare a credere alla verità del loro significato.
Ad esempio, dopo avere appreso e metabolizzato la “verità” dell’allargamento della Nato ai Paesi est europei come minaccia esistenziale all’incomprimibile spazio vitale russo, non c’è bisogno di sapere nient’altro per giustificare l’invasione dell’Ucraina come legittima reazione alla “vera” e precedente invasione: quella della Russia.
Allo stesso modo, non servono prove per qualificare come risposte e non come attacchi i bombardamenti russi su tutte le principali città ucraine, dopo che l’intera storia di questo conflitto dal 2014 ad oggi è stata raccontata ed appresa come un attacco genocida alla popolazione russofona del Donbas, soccorsa dalla cavalleria moscovita.
Che gli italiani imparino molto presto, con un’istruzione da balilla putiniani, a dare ragione al Cremlino spiega perché l’Italia è il Paese europeo con l’Ungheria di Viktor Orbán più favorevole a scaricare Volodymyr Zelensky e a dare alla Russia la pace che vuole l’uomo di Mosca, cioè la dissoluzione dell’integrità e della sovranità politica dell’Ucraina.
È però molto ingenuo sperare, come spiega meritoriamente il lavoro di Di Pasquale e Kashchey, che gli effetti della russificazione del pensiero nazionale si fermino ai confini esterni dell’Unione europea e non arrivino a insidiare quelli interni dell’Italia.