
L’unica cosa che ricordo del mio esame di maturità è il vestito che avevo all’orale di quelli che lo davano nei giorni precedenti al mio. Non so chi, non so che giorni: nessuna persona non da ricovero in neuropsichiatria si ricorda l’esame di maturità da adulta, figuriamoci ricordare che lettera fosse stata estratta per gli orali e quindi chi andasse a farsi interrogare prima di me.
Però avevo un vestito a sottoveste di seta lavata, di Katharine Hamnett, e la ragione per cui me lo ricordo è che dagli orali altrui mi cacciarono. Sono stata senza tette fino ai diciott’anni, mi sono cresciute ingrassando per la prima volta, durante il viaggio dopo la maturità. Agli orali, la parte superiore del vestito, non riempita da nulla, ballava. Si vedeva tutto (nonostante non ci fosse niente da vedere), dissero i professori indignati. Oggi andremmo su TikTok a dire «slut shaming»: per fortuna avevamo meno modi di renderci ridicoli, in quell’estate di trentaquattro anni fa.
Due mesi dopo, misi lo stesso vestito l’ultima sera del viaggio dopo la maturità, il viaggio che avevo passato a dire «ma io sto ingrassando» e le altre sbuffavano. Improvvisamente, la parte superiore era piena: la mia compagna di banco guardò la mia ex prima divenuta una quarta e disse «forse in effetti sei ingrassata». Tutte quelle che non erano in vacanza con noi, se le incontro, mi guardano pensando: ah, ti sei rifatta le tette.
A parte questo, non era cambiato niente. La prof di francese che non voleva farmi ammettere alla maturità aveva ragione: avevo fatto tante di quelle assenze che neanche mi riconoscevano, le rare volte in cui andavo in classe invece che a casa di quello che pensavo fosse il mio grande amore (e che finì il liceo a ventidue anni, quindi perché io mi sarei dovuta sbrigare).
La prof di italiano e storia continuava a non capire perché avessi portato storia, in cui ero sempre andata malissimo, e non italiano, in cui avevo voti ampiamente sufficienti, e io fino a oggi non ho mai avuto cuore di spiegarglielo. Che sia arrivato il momento?
Nei trentaquattro anni intercorsi tra la mia scena muta in storia e l’estate in cui annaspiamo ora, è cambiato il mondo in molti modi. Uno è che abbiamo continuato, a ogni generazione, a perdere un ciclo scolastico. Le scuole che avevano frequentato genitori e altri parenti a metà del secolo, i loro ginnasi valevano un postdottorato dei tempi miei; ma il liceo di adesso fa sembrare un covo di intellettuali il liceo dei miei tempi, quello in cui pure una ciuccia che faceva scena muta all’orale della prima materia poteva venire promossa.
Le tracce di italiano della maturità di quest’anno erano compiti che noialtri alle scuole medie avremmo trovato un po’ troppo semplici, ma sarebbero andati benissimo per prendere la licenza elementare (che forse non esiste più, perché mica vorremo che i nostri figli soffrano la società della performance; il padre di Francesco Guccini, nonostante lui l’esame l’avesse passato, gli fece ripetere la quinta elementare non ritenendolo pronto per la prima media: ma mica vorremo dire che quei metodi lì producevano il boom economico e i nostri metodi molli producono tempi in cui la parola “ansia” è usata con ridicola frequenza, no?).
Questo ingannevole secolo ha promesso studi superiori a tutti, e per farlo li ha resi alla portata di tutti. Quindi, se ai tempi miei ti bocciavano difficilmente, in questi ti rendono le cose così facili che non deve neanche venirti il dubbio di dover essere tu a essere all’altezza. Non hanno abbassato l’asticella: l’hanno tolta.
Tempo fa discutevo con Claudio Giunta degli universitari che non sanno leggere e scrivere, e lui mi ha detto – cito a memoria, non prendetele per sue letterali parole – che una volta leggere e scrivere erano abilità che ti facevano fare il salto di classe sociale, e adesso no. In effetti, chi è che si prende l’incomodo di imparare ad andare a cavallo, se essere un cavaliere non ti servirà a guadagnarti da vivere o ad avere frequentazioni altolocate.
Il diciannovenne che a Padova si è rifiutato di rispondere all’orale di maturità viene raccontato nel modo sbagliato, e non mi riferisco solo al fatto che, nella frase che gli virgolettano, ci sono due errori di italiano che sospetto non siano suoi.
Con il sistema di punteggio che c’è ora, il liceale sapeva benissimo che sarebbe stato comunque promosso (come è stato). Ha fatto, a costo zero, un investimento sul suo futuro: leggere e scrivere non ti dà accesso a particolari opportunità nel mondo di oggi, ma avere faccia tosta ed essere notiziabile sì.
Il mondo è di Edoardo Prati, che con un po’ di parlantina e quattro nozioni alla portata di chiunque abbia sfogliato un Bignami di letteratura ha conquistato tutto il cucuzzaro del ceto medio riflessivo, da Fazio a Repubblica. Quest’inverno faceva una serata al Duse, il teatro di prosa più prestigioso di Bologna, e io mi sto chiedendo da mesi se il fatto che io alle medie abbia visto lì Gassman e Proietti, Bene e Gaber, e i ragazzini di oggi ci vedano Edoardo Prati, se sia questo il più clamoroso segnale dell’apocalisse delle élite culturali, o sia proprio necessario aspettare la pioggia di rane.
L’esame di maturità non vale più niente, perché tutto ciò che fa è trasferire in inutili università ragazzini semianalfabeti: quello che non ha risposto all’orale per diventare personaggio farà, dicono i giornali, dietologia o fisioterapia, e io ancora non mi ero ripresa dalla scoperta che c’è una facoltà universitaria pure per fare l’igienista dentale, acciocché proprio chiunque possa percepirsi dottore coi soldi della fiscalità generale.
Ma, proprio quando non vale più niente nemmeno per i diciottenni, che nella migliore delle ipotesi lo usano come espediente per finire sui giornali e aumentare gli iscritti al loro TikTok, dell’esame di maturità gli adulti parlano ogni anno per mesi. Non so se dipenda dalla stessa sindrome per cui ci sono cinquantenni che ti parlano della loro laurea (non avendo evidentemente combinato niente di rilevante nei trent’anni successivi), o dall’invenzione della nostalgia: se non trovo il biglietto per gli Oasis, ripiego sul raccontarti che all’orale di inglese portai Beckett.
Fatto sta che ho appena cercato su Google la prof di italiano della quinta liceo. Mi sentivo pronta per confessarle perché avevo portato storia e non italiano: perché non sapevo niente di nessuna delle due materie. Avevo buoni voti in italiano perché, professoressa, avevo parlantina e faccia tosta, che in certe materie bastano per bluffare: non sapevo niente di niente, e lei non se n’è mai accorta. Presi nove nel tema su Leopardi, e tutto quel che sapevo di lui era che era molto di malumore perché gobbo, con una finestra senza panorama causa siepe, e quella tal Silvia non lo voleva.
Inventarsi le battaglie di Napoleone era meno semplice che improvvisare la vita d’un infelice, e le poesie comunque le sapevo, per forza: avevano le rime, credo che ora non si usi più mandare a memoria ma per noialtri imparare le poesie in rima era facile come imparare l’inglese guardando i videoclip coi sottotitoli di Deejay Television.
Non ero ciuccia in storia, professoressa: ero ciuccia in tutto, tranne in ciò che era impossibile non assorbire se leggevi i romanzi, guardavi i film, vedevi la tv (“I promessi sposi” li imparai dal Trio, mica da Manzoni) e facevi tutte le attività che noialtri consideravamo svago e oggi sono considerate gravoso impegno intellettuale.
I ciucci della mia generazione sapevano più cose di quante ne sappiano quelli bravi di questa, è andata così ed è inutile indignarsene o lamentarsi. Certo però, se tra dieci anni mi serve un fisioterapista, mi segno tra quelli da non chiamare il nome del maturando che rifiuta l’orale: non vorrei finire in mano a uno il cui esibizionismo gli impedirà probabilmente d’imparare come vadano maneggiati i muscoli, impegnato come sarà a filmarsi mentre fa pratica.