
La discussione sul documento presentato dalla Relatrice speciale sulla “Situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967” ha avuto i prevedibili toni da stadio, con apologeti che ne lodavano non solo la veridicità ma persino il coraggio, se non l’eroismo, e detrattori che avevano gioco più facile nel mostrare alcune opinabili affermazioni della relatrice, che avevano gioco più facile nel contestarne i contenuti. Credo che, per inquadrare un testo così importante, siano necessarie lucidità e senso di prospettiva, anche perché questa relazione rimanda a tutto un sottotesto ideologico e propagandistico che spesso prevale sulla ricostruzione dei fatti e sulle finalità specifiche della relazione stessa.
Insomma, mi pare che in questo lavoro si intreccino due testi: uno è quello che dovrebbe essere, ossia i risultati di un’indagine specifica su possibili violazioni commesse da Israele nei territori occupati (e che ovviamente si guarda bene dal notare qualsiasi malefatta dell’altra parte); dall’altra, materiale di propaganda, pronto a essere usato direttamente nell’azione politica di chi vuole avversare Israele, all’interno di una specifica prospettiva storico-politica.
Le manchevolezze del primo testo, spero di mostrarlo, sono in realtà molto utili al secondo – il che chiarisce quale dei due impianti sia il preminente.
Il punto di partenza è il linguaggio della relazione, perché le parole, specie in un documento presentato con questo cappello e in quella sede, contano moltissimo. E qui sono continuamente presenti una serie di parole d’ordine, segni di riconoscimento di una specifica parte e della sua cultura di riferimento, tipiche dei testi della propaganda, che funzionano in gran parte – proprio come i testi sacri – per ribadire l’appartenenza a un gruppo e ripeterne i dogmi più salienti. Ciò non vale solo per il lessico, ma naturalmente anche per la versione dei fatti salienti e per i criteri di definizione del problema e della soluzione, nonché nell’interpretazione del contesto generale, che è poi la cornice ideologica di fondo. Raggruppo, quindi, questi elementi in quattro categorie.
La prima è il lessico: già nella prima riga del sommario, si parla di “Israel’s settler-colonial project” (progetto israeliano di insediamento coloniale). Subito dopo, nel primo paragrafo dell’introduzione, abbiamo una modalità di dominio nota come “colonial racial capitalism” (capitalismo coloniale razziale). Il terzo termine chiave si trova poco più giù, al paragrafo 13: “Global Minority States” (Stati della Minoranza Globale). Come si vede, si tratta di espressioni che appartengono a un gergo ben definito, tanto che chi non lo pratica potrebbe non riconoscerne immediatamente il significato.
Ebbene, mettiamoli in chiaro: si tratta di tipiche parole d’ordine provenienti dall’ambito degli studi post-coloniali e ripresi dal cosiddetto movimento anticoloniale, che si oppone a Israele in quanto tale perché vede in esso l’ultima manifestazione del colonialismo occidentale e, per converso, nei palestinesi dei resistenti che si fanno campioni di una causa universale, intorno a cui si raccoglie tutto il cosiddetto Sud Globale.
Secondo questa visione, un gruppo di potenze occidentali (appunto, la Minoranza Globale) eserciterebbe tutt’ora un modello di capitalismo essenzialmente coloniale e razzista, nel quale lo sfruttamento dei popoli indigeni (richiamati nel paragrafo 1) sarebbe una leva fondamentale per produrre profitti, anche attraverso l’uso di avamposti e insediamenti coloniali, dei quali Israele sarebbe l’esempio più macroscopico.
Ora, tutto questo è l’espressione di una specifica ideologia nella quale tutto il documento si iscrive esplicitamente, citandone i dogmi senza porsi il problema di argomentarli. In altre parole, o si presuppone che questi siano universalmente validi e accettati, per lo meno all’interno delle Nazioni Unite, oppure si cerca (invero, in modo assai goffo) di infilarli surrettiziamente nella cornice valutativa di riferimento. Il fatto che si ricorra continuamente a questo genere di espressioni e non a quelle del diritto internazionale, che ovviamente sarebbe più appropriato al contesto, indica con chiarezza in quale cornice interpretativa si collochi l’intero lavoro.
Più nello specifico, si parla di genocidio e apartheid come se nemmeno valesse la pena di discutere sull’opportunità di questi termini: ormai sarebbe del tutto assodato, a dar retta alla Relatrice, che queste siano le parole per definire con più esattezza la condotta israeliana.
Infine, la vera chicca: nel documento, escluse le note, ci sono ben venti occorrenze del lemma “ottobre 2023”. In nessuno di questi casi, il lemma è preceduto dal numero 7, che indicherebbe la data del massacro perpetrato in Israele. Per tutto il documento, questo riferimento temporale serve solo a marcare l’inizio delle operazioni di «genocidio» a Gaza, come se queste fossero sorte spontaneamente, come Atena dalla testa di Benjamin Netanyahu. Viene il sospetto che, nell’impossibilità di difendere il massacro come atto di resistenza, si tenda a cancellarlo o, per lo meno, a metterlo tra parentesi, per sottolineare invece come la politica israeliana sia, per motivi del tutto propri, passata dall’occupazione al genocidio.
Passiamo al tema dei fatti di riferimento e della loro ricostruzione. Qui prenderei in considerazione due linee principali, limitandomi ad alcuni esempi. La prima è quella della ricostruzione storica.
Prendiamo per esempio questo passaggio, sempre dal ricchissimo paragrafo 1. Subito dopo il “capitalismo coloniale razziale”, troviamo questa perla: «Lo stesso vale per la colonizzazione israeliana delle terre palestinesi, la sua espansione nei territori palestinesi occupati e la sua istituzionalizzazione di un regime di apartheid di insediamento coloniale».
Secondo il rapporto, l’intera storia di Israele sarebbe dapprima la colonizzazione delle terre «palestinesi», poi la sua espansione nei territori occupati e infine l’istituzionalizzazione di un modello di apartheid.
Altri due passaggi completano il quadro (ce ne sarebbero ancora, ma penso che questi possano bastare). Il primo è nel paragrafo ventidue: «Storicamente, in Palestina le aziende private hanno guidato e abilitato il processo di espulsione-sostituzione della popolazione araba, fondativo per la logica di cancellazione propria all’insediamento coloniale. Il Fondo nazionale ebraico, un’entità giuridica fondata nel 1901 per l’acquisto di terreni, ha aiutato a pianificare e svolgere la rimozione graduale degli arabi palestinesi, che si è intensificata con la Nakba ed è continuata da allora in poi».
Qui si chiarisce la portata della faccenda: il colonialismo sarebbe precedente la fondazione dello stato di Israele. In una (fantasiosa) «Palestina» sarebbe iniziata questa rimozione degli arabi, che poi si sarebbe intensificata con la «Nakba», la cui evocazione serve ovviamente a evitare ogni riferimento alla fondazione e riconoscimento di Israele, ridotto a colonia occupante.
Ed ecco il terzo passaggio, al paragrafo ventinove: «La violenza militarizzata ha creato lo Stato di Israele e resta il motore del suo progetto di insediamento coloniale». Ecco che alla colonizzazione per via economica e creazione di insediamenti si aggiunge la violenza militare, con una versione dei fatti che trascura, incredibilmente, come siano stati i Paesi vicini a dichiarare guerra a Israele, nel 1948. Insomma, siamo di fronte all’ennesima ricostruzione storica ideologicamente falsate per negare la legittimità di Israele.
Passiamo alla seconda linea di identificazione dei fatti: il rapporto dovrebbe portare alla luce le complicità di varie aziende in specifici comportamenti criminali di Israele, magari legati a quelle famose pratiche di «apartheid» e «genocidio» di cui vorremmo ci fosse data qualche prova.
Il punto è che per tutto il documento si alternano vaghi riferimenti all’uso di prodotti e servizi di queste aziende alla denuncia del semplice fatto che queste operino in Israele («Drummond Company Inc. e Swiss Glencore plc sono i principali fornitori di Israele di carbone per l’energia elettrica», par. 57; «Alcune delle maggiori banche mondiali, come Bnp Paribas e Barclays, si sono fatte avanti per rafforzare la fiducia dei mercati sottoscrivendo questi buoni del tesoro, interni e internazionali, permettendo a Israele di contenere i tassi di interesse, nonostante il downgrade del credito. Tra i soggetti che li hanno comprati, i gestori patrimoniali (68 milioni di dollari), Vanguard (546 milioni) e Pimco, sussidiaria di Allianz (960 milioni) – insieme ad almeno 400 investitori di 36 Paesi», par. 74; «Dal 2014, la Comunità Europea ha conferito più di 2,12 miliardi di euro a entità israeliane, tra cui il ministero della difesa, mentre le istituzioni accademiche europee, allo stesso tempo, beneficiano di questo intreccio e lo rafforzano. L’Università tecnica di Monaco (Tum) riceve 198 milioni e mezzo di euro in finanziamenti tecnici, tra cui 11,47 per 22 collaborazioni con partner israeliani, aziende militari e tecnologiche», par. 84.
Potrei andare avanti, ma mi limito alla vera perla: «La sussidiaria della Volvo è nel database delle Nazioni Unite e, con il suo socio d’affari nella Merkavim Transport Pty Ltd, produce autobus corazzati che servono le colonie», par. 46. In pratica, la Volvo sarebbe colpevole di produrre bus corazzati, la cui funzione è ovviamente quella di proteggere, ostinatamente, i passeggeri da fucilate, esplosivi e Molotov: tutelare l’incolumità fisica dei civili è un crimine, se sono israeliani.
Insomma, per tutto il rapporto si intreccia una caratterizzazione di Israele in quanto tale come entità coloniale illegittima e il continuo spostamento tra la collaborazione con attività illegittime (per esempio, la costruzione di colonie illegali) e quella con lo Stato israeliano e le sue entità pubbliche e private in quanto tali. Tutto questo, allo scopo di fomentare un boicottaggio globale di Israele.
Qui si spiega anche la più evidente carenza dell’impianto del documento, che presenta una gran quantità di fonti, ma in gran maggioranza di provenienza Onu o di Ong fortemente schierate, o ancora di “volontari” che avrebbero offerto prove raccolte spontaneamente, senza avere alcuna contezza dei criteri con cui sono state valutate.
Mancano completamente le fonti governative israeliane, che pure sarebbero state utilissime: Israele documenta, come ovvio, tutti gli appalti pubblici e li rende disponibili su risorse web note, puntuali e aggiornate. L’ideale, insomma, per mostrare che l’azienda x ha ricevuto l’appalto per la fornitura di y alla colonia z e inchiodarla alle sue responsabilità. Invece, si opta per una vaghezza nella quale è facile trasferire l’accusa da eventuali complicità in progetti criminali o illegali fino a forniture del tutto accettabili, a meno di voler ritenere criminale qualsiasi acquiescenza con Israele in quanto tale, ossia entità di settler colonialism che pratica apartheid e genocidio come sua ragion d’essere.
Terzo punto, la definizione di problema e soluzione: qui basta leggere il titolo. “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, è tutto un programma. La tesi di fondo è che «Israele ha creato e mantenuto la propria economia attraverso l’occupazione e un’economia vincolata per i palestinesi» (par. 6) e, infine che «il motore permanente ideologico, politico ed economico del capitalismo razziale ha trasformato l’espulsione-sostituzione dell’economia israeliana di occupazione in un’economia del genocidio. Si tratta di una “impresa criminale congiunta”, in cui le azioni del singolo contribuiscono, da ultimo, a un’intera economia che guida, alimenta e abilita questo genocidio» (par. novantuno). Insomma, l’intera economia israeliana sarebbe frutto dell’oppressione e oggi del genocidio dei palestinesi: tesi ridicola persino più che atroce.
Ma è, appunto, una conclusione inevitabile, visti i presupposti: dato che, secondo questo documento, l’esistenza stessa di Israele coincide con l’oppressione dei palestinesi, ciò vale, a maggior ragione, per la sua economia. Per inciso, è vizio tipico della prospettiva post-coloniale asserire che tutto il benessere della Minoranza Globale derivi dallo sfruttamento dei popoli indigeni, come se non avessero altri fondamenti. Ricostruzione assai zoppicante di per sé, ma che diventa grottesca nel caso di Israele, che certamente godrebbe di prosperità ancora maggiore se non si trovasse in questo continuo stato di allarme (e infatti i sostenitori di estrema destra della colonizzazione sono fortemente avversati nella società israeliana anche per il prezzo che impongono a tutti).
La soluzione? «Boicottaggi, disinvestimenti, sanzioni» (par. novantacinque), riprendendo direttamente la sigla (Bds) di una nota organizzazione anti-Israeliana. Tutti coloro che, a qualsiasi livello, collaborano con Israele diventano automaticamente complici di «genocidio e apartheid» e quindi bisogna creare una sorta di cordone sanitario, un ghetto economico, commerciale e politico nel quale lo stato coloniale soffochi, impedendo di contagiare la parte sana del mondo. Sto forzando la mano? Mai quanto si fa nel rapporto citato.
Finisco con il quadro generale di riferimento. Qui si coglie una caratteristica chiave del documento, che è, ancora una volta, nelle sue omissioni, a loro volta riconducibili a due filoni. Il primo riguarda le responsabilità palestinesi: la decisione di non citarne nemmeno mezza e, anzi, di sposare le tesi più oltranziste fino a far diventare gli stessi accordi di Oslo solo uno strumento dell’espansione israeliana («Gli accordi di Oslo del 1993 hanno consolidato questo sfruttamento, istituzionalizzando di fatto il monopolio di Israele sul 61 per cento (area C) della Cisgiordania, ricca di risorse», par. ventiquattro) li assimila al ruolo di vittime assolute, il che è funzionale a dipingere Israele, di converso, come carnefice assoluto e dunque esistenzialmente colpevole.
La seconda, è la vaghezza con cui tutto ciò viene fatto. Non c’è, ovviamente, un solo passo in cui il documento arrivi alla sua ovvia conclusione, ossia all’illegittimità di Israele come tale, ma ci si limita, nell’impianto generale e in ogni occasione utile, a suggerirla. In questo modo, il testo mantiene la sua patina di ufficialità, ma si offre a chi ne parla il linguaggio principale come strumento per sostenere la tesi che, appunto, qui ci si limita ad accennare. Anche questo è un elemento tipico dei testi di propaganda, che autorizzano le interpretazioni più radicali pur senza autorizzarle esplicitamente. Credo che si farebbe un torto alla Relatrice e ai suoi collaboratori se si disconoscesse questo impianto e la sua intenzione di fondo.
Sottolineo, ancora, un solo punto: che, a queste condizioni, Israele cessa di essere un oggetto concreto, un paese in cui vivono dieci milioni di persone, ma diventa una figura retorica, il simbolo di un’oppressione coloniale che, secondo costoro, opprimerebbe il mondo intero. La lotta contro questo Stato, pertanto, assume un valore globale; l’antisemitismo, qui, non è tanto un fattore causale quanto un gradito incentivo, che fornisce tutto un arsenale retorico ben collaudato. Quello che conta è mantenere l’integrità della lotta contro il simbolo, che non può ammettere concessioni.
Questo furore ideologico si rivolge contro gli israeliani ma le sue vittime principali rischiano di essere gli stessi palestinesi, cui viene negata qualsiasi prospettiva concreta in nome di una lotta nella quale essi stessi sono solo pedina, strumento, occasione.