Se oggi Matteo Ricci, indagato per concorso in corruzione, interrogato dai magistrati di Pesaro, non sarà per Giuseppe Conte più che convincente, il Movimento gli ritirerà l’appoggio. Emettendo la sentenza in nome della pulizia delle liste, cioè il codice di procedura penale e politico che Giuseppe Conte adopera quando gli serve, la spada di Damocle di un avvocato travestito da giudice, infilando le monetine nel juke-box della convenienza politica: e dunque, eventualmente, Ricci no, ma Chiara Appendino a Montecitorio sì.
Al Nazareno, sede del Pd, fanno la danza della pioggia perché l’ex presidente del Consiglio non stacchi la spina al candidato del Partito democratico alla presidenza delle Marche (il quale, peraltro, potrebbe andare avanti da solo): semmai – questo filtra dal Castello di Elly Schlein – la vera preoccupazione è che l’inchiesta pesarese possa travolgere i collaboratori dell’ex sindaco, in particolare quel Massimiliano Santini che nei giorni scorsi si è avvalso della facoltà di non rispondere ai pubblici ministeri, un’eventualità che potrebbe essere per Ricci un colpo al cuore.
Ieri Conte ha fatto mostra di non temere una ritorsione del Pd che avrebbe come agnello sacrificale Roberto Fico, candidato in pectore in Campania e com’è noto vicinissimo all’avvocato del popolo. Ma come può pensare, Conte, che se ritirasse l’appoggio a Ricci la cosa non avrebbe conseguenze? È il dramma della logica del pacchetto, per cui se a me tocca la Toscana, a te va la Campania e via dicendo. Se cade una carta, crolla tutto il castello: ecco perché obiettivamente Fico rischia se Ricci va in crisi.
È ovvio che questa guerra dei nervi tra Pd e Movimento, cui, da convitato di pietra, partecipa la magistratura come nei momenti topici della vicenda politica, non può che logorare entrambi i leader in lotta tra di loro per la candidatura del campo largo a Palazzo Chigi, la madre di tutte le battaglie. Il proposito di Conte di sabotare la vittoria di Schlein alle Regionali può essere vero, ma certo è che sotto le macerie si ritroverebbe anche lui, e con un Pd che lo additerebbe come il Grande Traditore.
Per questo al Nazareno si «nutre fiducia», per usare la formula di Luigi Facta prima della Marcia su Roma, sul fatto che alla fine andrà tutto a posto. Ma è oggettivo che Elly e Giuseppi saranno sempre più reciprocamente sospettosi, correndo in un crescendo di asprezze verso primarie testardamente non unitarie. Anche per evitare una disfida tra due personalità logorate si rafforza il lavorìo per un terzo uomo, o una terza donna. Perché, come ha ripetuto la neosindaca di Genova Silvia Salis a Vanity Fair, «c’è un tema di leadership su cui la sinistra e il campo progressista devono lavorare». Più chiaro di così.