Il dito medio, e la lunaSe mi tocca ancora difendere la libertà di un cafone, giuro che cambio secolo

Un cinquantenne in braghette se la prende con La Russa, il presidente del Senato manda la scorta a chiedergli i documenti, e io mi ritrovo ancora a dover spiegare che soprattutto i gesti dei pirla vanno protetti

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Ogni volta che sbuffo, scalpito, strepito, perché santiddio, va bene tutto ma io non posso sempre trovarmi a difendere dei perfetti idioti, io meriterei un secolo in cui le cause fossero altrettanto perse ma meno sceme, il livello del dibattito meno da seconda media, io meriterei di occuparmi delle grandi questioni filosofiche e non di gente cui la telecamera del telefono ha devastato il cervello, ogni volta io penso a George Clooney.

Anni fa stavo preparando un libro sulla libertà d’espressione e nel farlo ho letto tutto, ho catalogato tutto, ho sottolineato tutto, ho guardato tutto, ma nessun filosofo e nessun romanziere e nessun defunto e nessun cattedratico mi hanno illuminata quanto una frase di George Clooney che faceva più o meno così: non si tratta di difendere qualche bravo comico, ma qualche coglione che brucia la bandiera.

Quindi, facciamo un bel respiro e ripetiamo tutti insieme: poiché vogliamo tutti – anche lei, presidente Meloni, anche lei, presidente La Russa – vivere in quella che Popper (in mancanza d’una definizione data da Clooney) chiamava società aperta, cioè una in cui i precetti morali ai cittadini li imponga la coscienza dei cittadini e non qualcun altro, sia questo qualcun altro un ayatollah o un assessore, possiamo evitare scenette come quella del bar Stoppani?

La scenetta del bar Stoppani è, a quanto sembra di capire dai videocomizi delle parti lese (sì, insomma: del tizio cui hanno chiesto i documenti e del suo civilmente unito), la copia carbone della scenetta della Scala. Io me lo ricordo, governo Meloni, quando mi costringesti a difendere il diritto d’un pirla esibizionista di strillare «viva l’Italia antifascista», e poi ad assistere per settimane allo spettacolo patetico degli opinionisti col kit del piccolo rivoluzionario che su qualunque palco si trovassero si percepivano eroi a dire «viva l’Italia antifascista» e prendere il facile applauso, io me lo ricordo, governo Meloni, e ci metterò molti anni a perdonartene. E ora pure le repliche.

Repliche in cui, ma chi me lo doveva dire che le scuole medie non sarebbero finite proprio mai, ci toccherà difendere il diritto d’un cittadino d’alzare il dito medio verso una macchina istituzionale che passa dalla sua strada. Un altro giorno in cui ci balocchiamo con le stronzate, mentre il mondo cade a pezzi.

Dunque siamo, se i miei corrispondenti dai covi di busoni di porta Venezia hanno riconosciuto la scenografia, al bar Stoppani, pare che Ignazio La Russa abiti lì vicino e faccia quindi colazione in quel bar. Lo dico non perché sia esperta in vite delle figure istituzionali e di esse fornitori di brioche, ma perché lo spiega nella sua arringa Christian Correnti.

Christian Correnti non so chi sia e cosa faccia di lavoro, ma sul suo Instagram alla fine della settimana scorsa compare un monologo in cui racconta la turpe notte dell’albergo Molise – scusate, mi sono confusa: l’increscioso pomeriggio del bar Stoppani.

«Ho alzato il dito medio in segno di protesta, in segno di nessuna affinità intellettuale e politica con quest’uomo. Premetto che alzare il dito medio non costituisce reato». Christian Correnti avrà cinquant’anni, a occhio, i capelli come la Pina Fantozzi quando voleva farsi bella con la pettinatura a schiaffo (però ricci), un collarino verde, una camicia sbottonata, svariati anelli, e un’idea di dialettica che è: ho alzato il dito medio.

«“Io non concepisco nulla di buono in quello che tu stai facendo”: il senso è questo, del dito medio, non è “vai a farti inculare”, perché non ti piace, quindi perché ti dovrei far fare una cosa che non ti piace, non sono mica un fascista, io» – a questo punto Correnti distoglie lo sguardo dalla camera e fa una pausa, quelle pause sorridenti che nelle canzoni di De Gregori fanno le donne e nella vita gli uomini convinti d’aver azzeccato una grande battuta.

«Nutro un profondo rispetto nei confronti dell’arma dei carabinieri, e questo mio sentimento è più volte documentato sia on line che nella vita privata». Il profondo rispetto è evidente in un secondo video – non certo diffuso dai detrattori, ma postato dallo stesso Correnti – in cui egli urla come una vaiassa, e dal quale è evidente il problema che accomuna Correnti e La Russa e un po’ tutti, classe dirigente e popolazione, politici ed elettori, in questo tempo sbandato. Il problema è: non esistono più gli adulti.

Vi prego di credermi se vi dico che non faccio questa affermazione dopo aver notato che nel video del turpe pomeriggio il Correnti è vestito con le braghette e i calzini bianchi Nike e i mocassini, anche se certo questo non aiuta il mio umore: se neanche i busoni di porta Venezia han più senso estetico, dove mai andremo a finire?

Non ci sono più gli adulti perché un cittadino che si considera all’opposizione del governo in carica non ha migliori risorse dialettiche che far vedere il dito medio a una macchina che passa («continuamente si alzano i diti medi in segno di protesta», spiega al suo pubblico il Correnti, e io imploro la scuola italiana di prevedere ore di retorica alla scuola dell’obbligo: è emergenza nazionale); e perché un presidente del Senato che la settimana prossima compie settantott’anni ancora non ha capito che i bambini che lanciano i giocattoli dal seggiolone cercano attenzione: è inutile mandare le forze dell’ordine a identificarli. Quando ben li hai identificati cos’hai ottenuto, a parte trasformarli da coglioncelli che fanno le linguacce agli adulti in martiri della libertà d’espressione?

Per non parlare di quanto saranno felici gli elettori di sapere che, mentre nelle città ci sono più delinquentelli che tassisti (fate pure la vostra battuta sull’intersezione dei due insiemi), e a Milano è più facile che ti rubino il telefono che non che tu riesca a capire dove diavolo si cambia dalla blu alla gialla, le forze dell’ordine vengono distolte dalle mansioni in cui potrebbero essere utili alla cittadinanza per venire impiegate in mansioni utili solo alle visualizzazioni di Instagram: chiedere i documenti a uno che, ohibò, ha fatto un gesto cafone.

Nel pezzetto dello spettacolino per il pubblico con uso di spritz ai tavolini del bar Stoppani, instagrammato da colui che chiama Correnti «marito» (che non mi pare una buona idea: se ti accontenti della pantomima, quando mai otterrai il matrimonio egualitario?), c’è la conferma d’una mia antica convinzione: se ti fissi contro qualcuno, è perché quel qualcuno è il tuo specchio.

Il Correnti si sbatte il ventaglio su una coscia strillando «mi denunci» a uno della scorta, e poi, con un vibrato che non sentivo dai discorsi dal balcone di piazza Venezia, dice che La Russa gli ha mandato i suoi «perché non ha le palle di venire qua, il presidente del Senato, a farsi mandare affanculo uno per uno da tutti: vergogna!»: persino il «vergogna» riesce a essere più mussoliniano che gabibbiano.

Tralasciando il mandare affanculo, che a caldo non era ancora diventato «nessuna affinità intellettuale e politica»; tralasciando le palle, che poi nel monologhetto diventeranno «Quel “non ha le palle” può essere interpretata [concordanze come nell’originale, ndS] come una locuzione diciamo così maschilista, sessista: no, non va letta così»; tralasciando l’unito civilmente che ringrazia il Correnti per «l’esempio di democrazia» (ma democrazia significa che il tuo voto vale quanto il mio, mica che puoi metterti i calzini da tennis sotto i mocassini), mi concentrerei su quel che diventa la mancanza di coraggio in quel successivo monologo, nel quale il Correnti si chiede perché il La Russa non sia andato lui a chiedere perché il Correnti l’avesse sfanculato.

«Se lei, presidente del Senato, avesse fatto una cosa di questo genere, probabilmente io sarei rimasto senza parole, quasi affascinato, e lo poteva fare, perché sa benissimo che in quel bar lei è a casa sua, ci fa colazione tutte le mattine quand’è qua a Milano, e nessuno mai le ha dato fastidio». È un momento illuminante, perché dentro ci sono tutti i «Bobo Vieri, che me lo fai un video per mamma che ti segue sempre?» che sono fondamenta del nostro tempo, e che quasi sempre vengono articolati da gente che dieci minuti prima commentava l’Instagram di Bobo Vieri dandogli dello scarso o del cornuto.

È un momento illuminante, perché mette a fuoco una dinamica così ovvia che se solo il governo la capisse risparmierebbe a sé stesso e a noialtri che per mestiere ne commentiamo le gesta un sacco di scocciature. Nella vita come sull’internet, non c’è nessuna differenza tra il fan che ti spara e quello che ti chiede l’autografo, tra quella che vuole il selfie insieme e quella che ti spacca le gambe, tra “Misery non deve morire” e Christian Correnti, tra Mark David Chapman e Vongola75. Correnti voleva la foto con La Russa, e La Russa invece gli ha mandato la scorta: si può essere così istituzionalmente incompetenti?

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