La pace dei mortiTrent’anni dopo Srebrenica, la neutralità rimane il lasciapassare dell’orrore

L’11 luglio del 1995 ottomila musulmani bosniaci furono ammazzati dalle milizie serbe. Pochi giorni prima Alex Langer si era suicidato dopo avere denunciato che con la neutralità europea tra aggressori e aggrediti si era arrivati a un punto di non ritorno

AP/Lapresse

Alex Langer si suicidò una settimana prima del massacro di Srebrenica, avvenuto esattamente trent’anni fa, perché l’aveva visto arrivare e disperava che si sarebbe potuto fermare. Infatti, non si fermò. Solo dopo quella mostruosa ufficializzazione del progetto genocida dei serbi, ebbe avvio una massiccia campagna aerea della Nato che riportò, per breve tempo, il regime di Slobodan Milosevic a più modesti, ma non miti consigli.

In quello che è a tutti gli effetti il suo testamento politico, “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”, uscito sulla rivista “La terra vista dalla luna” quasi in contemporanea con la sua morte, Langer aveva scritto: «Dopo tre anni tutti noi, umili o potenti, assistiamo al quotidiano ormai banalizzato di una guerra i cui bersagli sono donne, bambini, vecchi, deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici mortali che sparano dal nulla. Tre anni di una politica inutile di neutralità che ci ha privato di ogni credibilità presso i bosniaci e di ogni rispetto da parte degli aggressori. Ormai siamo arrivati a un punto di non-ritorno».

In un altro passaggio di questo scritto, Langer aveva ricordato l’atteggiamento di sprezzante sufficienza con cui il presidente francese Jacques Chirac, ricevendo una delegazione di deputati europei al termine di una manifestazione per la Bosnia-Erzegovina, aveva detto loro che «sì, liberare Sarajevo dall’assedio è una priorità, ma che non esistono buoni e cattivi, e che non bisogna fare la guerra».

Il massacro di Srebrenica compiuto dalle milizie serbe di Ratko Mladic contro ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi, consegnati agli assassini dai caschi blu che avrebbero dovuto proteggerli, fu la conseguenza del pervicace rifiuto di riconoscere che per fare la guerra, come lo stupro e a differenza dell’amore, non bisogna essere in due, ma basta e avanza l’aggressore e l’assenza di difesa, il rifiuto del soccorso e la rimozione della realtà – che si sia travolti dall’orrore o corrotti dall’interesse o dal fanatismo – rende l’aggressione ancora più bestiale e la violenza ancora più padrona delle anime e dei corpi degli aggrediti.

Il mattatoio ex jugoslavo aveva persuaso Langer, figlio di un pacifismo cristiano intransigente, che la nonviolenza è nel fine e non nei mezzi, nel contrasto e idealmente nella cessazione dell’imperio della violenza, non nella dissociazione personale e collettiva dall’uso delle armi. Langer si era convinto anche del fatto che la resistenza disarmata ha un valore dove ha un’utilità, dove mette in difficoltà l’avversario e potenzialmente lo disarma, non dove consegna le vittime alla mercé dei carnefici, con la scusa di portare la pace dove c’è la guerra. Aveva imparato, per dirla con le parole di Marco Pannella, che la violenza è la strage di diritto che diventa strage di vite e di popoli, e che la pace dei morti è il suggello della violenza.

A distanza di trent’anni a molti è capitato di pensare che l’Europa muore o rinasce in Ucraina e anche in questo caso, dopo tre anni di sostegno condizionato e riluttante alla causa della libertà degli ucraini, il peggiore pericolo sarebbe il ritorno a una comoda neutralità europea, dopo il tradimento americano.

A differenza di quanto avvenne con la guerra nell’ex Jugoslavia, in questo caso l’Europa non può neppure illudersi di scampare alle conseguenze della guerra totale e sperare che queste rimangano contenute in un perimetro circoscritto ed esterno, come quello balcanico. Peraltro – come si vede anche in questi mesi – avere abbandonato, salvo interventi d’emergenza tardivi e precari, la putrefazione etnica dell’ex Jugoslavia alla sua evoluzione naturale ha lasciato i Paesi europei e la Nato ancora impelagati sia in Bosnia sia in Kosovo, e ha avvicinato la minaccia russa.

Se la guerra di Belgrado degli anni Novanta non aveva obiettivi esterni all’area dell’ex federazione titina, quella di Mosca di oggi non rispetta né i confini dell’Unione europea, né quelli della Nato. Come scrivono giustamente Michele Chiaruzzi e Sofia Ventura in “Perché l’Ucraina combatte”, quella della ex Jugoslavia è stata «l’ultima guerra in Europa», mentre quella dichiarata dalla Russia è – cosa del tutto diversa – «la prima guerra d’Europa».

La neutralità dell’Europa verso una guerra europea sarebbe un monumento al cupio dissolvi e un lugubre lasciapassare dell’orrore, a maggior ragione se dettato dal narcisismo etico pacifista degli auto-proclamati eredi di Langer, che fanno e dicono esattamente le cose per cui lui si è ammazzato.

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