
È il 1975, il compositore americano John Williams realizza la colonna sonora di un film di Steven Spielberg e da quel momento una semplice e martellante sequenza di due note diventa un simbolo ansiogeno universale, incarnazione acustica di un pericolo mortale in agguato. Chissà se, nei cinquant’anni trascorsi, anche gli squali hanno sviluppato un loro riferimento acustico che li metta in allarme quando all’orizzonte compare la minaccia umana.
Perché questa è la situazione attuale: più di un terzo delle specie di squali esistenti (circa cinquecento in totale) è a rischio estinzione, e il numero di esemplari uccisi dall’uomo o per conseguenza delle attività dell’uomo è impressionante. Secondo le stime, si va dai cento milioni di capi nel 2000 ai 97 milioni del 2010, e poi dai 76 milioni del 2012 ai circa 80 milioni del 2019, ma se a questo ultimo numero si aggiunge la stima degli esemplari non correttamente identificati per specie, ecco che il totale sale a 101 milioni. E questo nonostante l’entrata in vigore negli ultimi anni di regolamentazioni e norme protettive, sia locali che internazionali, come il regolamento Ce n. 1185/2003 modificato poi dal regolamento Ue n. 605/2013.
Da cosa dipende questa caccia frenetica? Dall’alimentazione. E stiamo parlando di quella umana. Ormai è risaputo che l’uomo non fa parte della dieta di questi pesci, e secondo quanto rilevato nell’International Shark Attack File 2024 dal Florida Museum of Natural History (University of Florida) lo scorso anno gli attacchi in mare confermati a livello mondiale sono stati 71 (di cui 47 non provocati e 24 provocati da una qualche iniziativa umana), con quattro decessi.
Siamo noi i veri grandi predatori, e con “noi” si intende non solo la categoria umana ma proprio la popolazione italiana. Buona parte del problema a livello mondiale è certamente legato alla pratica del shark finning, ovvero una pesca finalizzata a procurarsi solo le pinne (rigettando in mare il resto del corpo, destinato quindi a morte certa entro breve). Sono queste infatti l’ingrediente pregiato (e costoso) di un piatto tradizionale e celebrativo della cucina cinese, la zuppa di pinne di pescecane appunto. Ma non è solo un problema di zuppa cinese.
Venendo ai dati pubblicati dalla Fao, si rilevano nel 2021 631.000 tonnellate totali mondiali di produzione per la classe dei pesci cartilaginei (tra i quali squali e razze), mentre nel report specifico sul tema, “State of the global market for shark products”, realizzato nel 2015 sempre dalla Fao, il nostro Paese risulta uno dei maggiori mercati per il consumo di carne di squalo e si classifica come terzo maggiore importatore al mondo in termini di volume.
Questo dato in particolare potrebbe sorprendere il consumatore italiano che ne viene a conoscenza, e portarlo a pensare «Non io!», ma una ricerca firmata da Ginevra Boldrocchi, coordinatrice scientifica di One Ocean Foundation e ricercatrice presso l’Università dell’Insubria, appena pubblicata sulla rivista scientifica Marine Policy, mette ben in chiaro il problema alla base di questi numeri e della nostra propensione a disconoscerli.
A novecento persone residenti nell’area metropolitana di Milano coinvolte nello studio è stato chiesto se avevano mai mangiato carne di squalo, e il 92,7 per cento ha risposto negativamente. Dopo che alle stesse persone sono stati nominati pesci come palombo, verdesca o smeriglio (specie appartenenti alla famiglia degli squali), il trenta per cento degli intervistati ha ammesso di averlo mangiato senza esserne consapevole. Altro dato rilevante: solo il quattro per cento degli intervistati ha dichiarato di considerare l’Italia un Paese “ad alto consumo”.
Questo impiego inconsapevole di carne di squalo non è però solo un tema ambientale, di salvaguardia di una specie a rischio e di tutela della biodiversità marina, ma è una questione che tocca anche la salute pubblica: essendo al vertice della catena alimentare marina, gli squali tendono ad accumulare nelle proprie carni alti livelli di metalli pesanti, come mercurio, cadmio, piombo, nichel, ma anche inquinanti organici persistenti (detti Pop, persistent organic pollutants) e persino microplastiche.
Alcuni tagli però vengono venduti a basso costo come alternativa a tonno o pesce spada, e così finiscono spesso nei piatti di chi cerca pesce economico e lo sceglie senza sapere veramente che cosa sta acquistando.
Dopo una breve spiegazione sui rischi ambientali e sanitari associati al consumo di carne di squalo, il 93 per cento dei partecipanti allo studio ha dichiarato che non lo acquisterebbe più e il 95 per cento si è detto favorevole all’introduzione di sistemi chiari per rendere riconoscibili i prodotti derivati da squali nei punti vendita.
«I nostri dati mostrano che la disinformazione è uno dei principali ostacoli alla conservazione degli squali. Ma bastano poche informazioni corrette perché le persone cambino radicalmente comportamento», conclude Ginevra Boldrocchi, autrice dello studio.