
Cosa dobbiamo fare con il populismo? Parto dalla prospettiva di chi auspica che gli svariati autoritarismi, diversi nella forma ma unici nell’avversione alla democrazia, non vincano. Perciò, come possiamo smontare, almeno in parte, il passaggio automatico dal populismo sociale (un sentimento costante che aleggia sopra e sottotraccia di ampi strati popolari dovunque nel mondo occidentale) al populismo politico, cioè al voto verso leader e partiti che lo rappresentano e, allo stesso tempo, lo alimentano in un circolo che non si spezza?
La ricetta secondo la quale basta dirne il peggio possibile, cioè dire il peggio possibile di chi vota per i leader populisti, non funziona. Lo abbiamo visto una prima volta (e per me definitiva) quando Hillary Clinton nel duemilasedici (campagna elettorale contro Trump) definì i votanti di quest’ultimo come una «cesta di spregevoli, di deplorevoli» e su questo (probabilmente) perse le elezioni. Ripercorriamo la vicenda, perché è esemplare (purtroppo). Disse Hillary: «Potresti mettere metà dei sostenitori di Trump in quella che io chiamo la cesta dei deplorevoli. Giusto? I razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamofobi — chiunque tu voglia». Poi si corresse, dicendo che non intendeva esattamente la metà, ma «solo» una parte consistente.
Tutti ricorderanno che quella frase fu presa da Trump (eravamo nel duemilasedici e Trump, fino a pochi mesi prima, non era neppure un politico, essendo sceso in campo appena l’anno prima, nel duemilaquindici, alle primarie repubblicane, vincendole con sorpresa di tutti). Su quella frase Trump ci costruì non solo la campagna elettorale vincente, ma tutta la sua constituency politica, insomma la sua ragion d’essere. Da quel momento lì, clamoroso nelle conseguenze, avremmo dovuto imparare che questa ricetta non si può usare. Non l’abbiamo ancora capito.
E con questa storia siamo negli Stati Uniti, il Paese dove il populismo (quello che conosciamo oggi) è nato, si è sviluppato e ha prodotto le idee che si sono poi diffuse più o meno negli altri Paesi. In realtà, la storia del populismo negli Stati Uniti è ancora più antica: abbiamo un populismo precedente americano e tutto di sinistra, negli anni Venti e Trenta, durante la Grande Depressione.
Il leader populista Huey Long, governatore della Virginia, fu assassinato nel millenovecentotrentacinque, quando decise di candidarsi alla presidenza americana (la vicenda è mirabilmente raccontata in un film con Sean Penn). Il suo slogan più famoso, «Every Man a King», era direttamente ispirato ai padri fondatori americani (direttamente da Thomas Jefferson, ma anche dal repubblicano Abraham Lincoln), soprattutto dal filosofo e anima ispiratrice del pensiero democratico Walt Whitman («ogni individuo ha valore») che ha definito per sempre la cultura americana: i suoi “Fili d’erba” corrispondono ai singoli individui, ciascuno per sé irripetibile, ma insieme una prateria, una comunità.
Lasciamo però il primo populismo d’ispirazione democratica, che aveva così formidabili radici culturali e persino poetiche, per tornare all’inferno di quello trumpiano che, volenti o no, è molto più complesso della sua controversa figura politica.
Infatti, la domanda cruciale è proprio questa “Legge di Trump”: più Trump somma comportamenti giudicati negativi (con anche accuse confermate dai tribunali), più aumenta i voti: ne ha avuto sessantatré milioni nel duemilasedici (meno di Hillary Clinton), settantaquattro virgola due nel duemilaventi e settantaquattro virgola tre nel duemilaventiquattro. E in questi otto anni ha accumulato più atteggiamenti, comportamenti e decisioni tra il negativo e l’illegale che era persino difficile immaginarli, e tuttavia ha accresciuto il suo consenso popolare. Perché?
Diamo allora uno sguardo al fenomeno Trump in termini che possano mostrare (non certo condividendola) l’ostinazione dei suoi elettori a sostenerlo, le idee (deprecabili e no) che vi girano attorno e l’incredibile varietà di formazioni e movimenti che ne alimentano l’espansione. Tutto questo consenso accade – direi – nonostante Trump, cioè nonostante la sua biografia.
Se si potesse sintetizzare tutto in una definizione, potremmo dire che Trump è certamente un leader autoritario, ma è anche un formidabile federatore politico delle emozioni popolari. Il suo federare non è politico nel senso di chi mette assieme partiti che intermediano l’opinione pubblica; è un federatore diretto delle singole istanze emozionali di gruppi e movimenti anche molto diversi tra loro, di cui coglie (evidentemente) la scintilla comune.
Se nel passato remoto un federatore politico era caratterizzato dal federare gli interessi dei gruppi sociali, nel passato prossimo (e nel presente) è caratterizzato dal federare i partiti; adesso il modello di federatore lavora soprattutto con la comunicazione fondata sulle singole parole e le singole immagini che generano emozioni, perciò sul pensiero veloce, automatico (direbbe Daniel Kahneman) e non sul pensiero lento dell’argomentazione e della razionalità politica.
Cosa c’è di razionale nel rilancio che Trump stesso ha fatto della sua immagine vestito da Papa? Ognuno ci vede quello che ci vuole vedere (e comunque non si può non vedere…). Quel gesto cambia la comunicazione politica, ma questo è un altro argomento per un prossimo articolo. Torniamo allora alla questione del mondo sulfureo, ma anche no, di Trump. Detto in altri termini, oltre ai deplorevoli, quanta «brava gente» (per usare un’espressione cara ad Alessandro Barbero) segue Trump, nonostante Trump, cioè nonostante la sua biografia, certamente non ignorata?
Possibile che i suoi elettori (forse la maggioranza) non perdonerebbero a nessuno dei suoi pari la metà della metà di quello che ha fatto Trump, eppure lo votano e addirittura lo sostengono oltre ogni ragionevole dubbio, si direbbe in un tribunale americano. Perché il profilo dei suoi elettori è tutt’altro che mauvais, come appare il leader che hanno scelto. Vediamo la composizione del suo elettorato.
Secondo indagini molto accreditate, il gruppo di votanti che più sostiene Trump è quello dei cristiani evangelici, che da solo pesa per circa il venticinque per cento; se aggiungiamo il dieci per cento di cristiani nazionalisti (che saranno pur nazionalisti, ma restano cristiani) e il sei per cento dei cattolici tradizionalisti, arriviamo a superare il quaranta per cento del suo elettorato. Abbiamo perciò che la maggioranza relativa di elettori di Trump abbia un’appartenenza, o almeno un’ispirazione religiosa. Se abbiamo idea di cosa il movimento woke pensa in generale della religione, forse abbiamo già una risposta al quesito iniziale, ma andiamo avanti.
Gli elettori che attraggono l’interesse dei media sono gli scoppiati di QAnon, i terrapiattisti et similia; ebbene, questo gruppo non supera l’otto per cento dell’elettorato di Trump; anche la destra estrema (Alt-Right) non va oltre il cinque per cento. In questo modo, i media creano, oltre le intenzioni, uno straw man argument (cioè esagerano o semplificano in modo scorretto la posizione dell’avversario, rendendola più facile da attaccare e confutare). Invece di rispondere all’argomentazione reale, si costruisce una versione di paglia (straw) e si attacca quella, pensando di aver così esaurito l’argomento che, invece, rimane sostanzialmente inevaso.
Non si considera, invece, che il venti per cento dell’elettorato trumpiano è rappresentato dai lavoratori bianchi in difficoltà (forgotten men narrative), prima in buona parte elettori democratici. E ancora meno si considerano – ma sicuramente lo sarà di qui in avanti con la formazione del partito di Musk – gli esponenti di quella che viene definita la tecno-destra, da Peter Thiel in giù, per capirci. Con la differenza che la Silicon Valley è stata sempre democratica (anche Musk), addirittura in gloria con Barack Obama, ma ben presente appena ancora pochi mesi fa con Joe Biden. Prima Peter Thiel era l’eccezione, adesso è la regola.
Tiriamo le fila con qualche domanda: come mai la brava gente del popolo vota per un tipo che non ammetterebbero nella loro chiesa? Perché l’élite più globalizzata per eccellenza, anzi che per parte importante ha creato la stessa globalizzazione, quella della Silicon Valley, è oggi per Trump? Perché l’élite che definiremmo la più libertaria che possiamo immaginare, insomma Peter Thiel, è addirittura uno dei più autorevoli ispiratori di Trump?
Non c’è spazio per provare a rispondere ai tre quesiti, ma possiamo dire qualcosa sul primo: gli evangelici usano spesso la definizione di «vaso imperfetto» a proposito di Trump, citando la Bibbia. L’espressione si rifà a storie in cui Dio si serve di leader imperfetti o non credenti (come il re Ciro di Persia nell’Antico Testamento) per realizzare i Suoi scopi divini. Quindi, è inutile, almeno rivolti a loro, dire quanto sia cattivo Trump, perché non vedono Trump come persona, ma come strumento per idee più grandi. E quali sono queste idee più grandi? Nella loro narrazione c’è un mondo corrotto, un Occidente in declino, c’è una guerra culturale in corso che bisogna combattere e l’orizzonte della redenzione che si apre.
Anche su questo bisognerebbe dire di più, ma veniamo a due ulteriori questioni: come fanno a convivere sotto lo stesso leader la «brava gente» dalla vita umile, «legata al torso di Dio» e conservatrice (chi vuole capire di più ascolti “Pressure Machine” dei Killers del duemilaventuno) con il mago (sempre Thiel) che pensa che, quasi quasi, l’umanità stessa non è proprio fondamentale conservarla così com’è? Ci penserà Musk a dividere le due parti della mela trumpiana? E in quale modo e con quali pensieri? Sugli strumenti (X e dintorni) abbiamo qualche idea.
Secondo punto finale e fondamentale, da cui dipendono gli esiti di questa vicenda: se all’estremismo ancorato alla rappresentazione e al dominio delle emozioni collettive di Trump si risponde con l’estremismo woke, cerebrale, irrazionale e contro il senso comune, chi pensate che vincerà? In una competizione tra una radicalizzazione di destra e una radicalizzazione di sinistra, le probabilità che vinca la seconda sono davvero minime. Non è forse più promettente, e non solo strumentalmente per il successo, una strategia asimmetrica, che punti a smantellare il crogiolo di emozioni, pancia e ragione che stanno intorno a Trump, separando il grano dal loglio, cioè il sociale dal politico del populismo? Non solo per gli Stati Uniti. Lo vedremo.
Primo di una serie di articoli