La fine del giorno I centri sociali di oggi sono un po’ diversi da quelli di una volta

Lo sgombero del Leoncavallo segna la fine di un’epoca: da spazi nati come luoghi di militanza politica si sono poi trasformati nel tempo, diventando oggi poli culturali, comunitari e punti di aggregazione

LaPresse

«Sono arrivati! Ci stanno sgomberando. Accorrete numerosi in via Watteau». Alle 7.30 di ieri mattina sono cominciate le operazioni di polizia per lo sgombero del Leoncavallo, lo storico centro sociale occupato di Milano. Dopo l’appello a radunarsi davanti all’edificio, verso le 9.30 erano circa centocinquanta le persone presenti per contestare lo sgombero, ufficialmente previsto per il 9 settembre ma anticipato all’improvviso, all’insaputa del sindaco Beppe Sala. 

 «Sapevamo che poteva accadere anche prima», ha dichiarato alla stampa Marina Boer, presidente dell’Associazione Mamme Antifasciste del Leoncavallo, ricordando l’incontro di una delegazione di Fratelli d’Italia con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per chiedere l’anticipo dello sfratto. Nel pomeriggio, alle 18.00, si è tenuta un’assemblea pubblica indetta subito dopo lo sgombero.

Il Leoncavallo ha attraversato molte fasi. Nato nell’ottobre del 1975 con l’occupazione di un edificio in via Mancinelli, divenne ben presto un punto di riferimento per i collettivi antifascisti e per movimenti come Avanguardia Operaia, il Movimento Lavoratori per il Socialismo e Lotta Continua. Si spostò poi in un magazzino in via Ruggero Leoncavallo, fino al 1994. In quegli anni vi si organizzavano battaglie operaie, concerti, dibattiti, laboratori, progetti radiofonici e ronde contro lo spaccio di eroina. A seguito dell’omicidio di due frequentatori del centro – Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, uccisi il 18 marzo 1978 nel Casoretto – nacque il Comitato delle Mamme Antifasciste, oggi diventata associazione. Nel 1994 il Leoncavallo si trasferì poi in via Watteau, nell’ex cartiera della famiglia Cabassi. Nel 2005 i Cabassi avviarono una causa contro il Ministero dell’Interno perché, nonostante una sentenza di sgombero, l’edificio non era mai stato liberato. Dopo anni di rinvii, ieri è arrivato lo sfratto esecutivo. Il Comune di Milano avrebbe già individuato un nuovo spazio per il trasferimento, in un magazzino abbandonato di via San Dionigi 117.

Murales di via Watteau. Photo by Linkiesta Etc

Secondo molti osservatori, negli ultimi decenni il Leoncavallo ha progressivamente perso la sua connotazione originaria di militanza politica, diventando soprattutto un polo culturale. Negli spazi di via Watteau hanno trovato posto fiere come La Terra Trema, che riunisce agricoltori e produttori da tutta Italia, ma anche concerti jazz, serate di drum&bass, feste popolari, grigliate, dj set, dancehall, dibattiti e presentazioni di libri. Una trasformazione che riguarda anche altri centri sociali. In tutta Italia, infatti, questi spazi sembrano aver spostato il baricentro: meno militanza, più iniziative culturali. Nel marzo 2023 lo storico Alessandro Barbero ha tenuto una lezione al centro sociale Askatasuna di Torino, davanti a centinaia di persone, nonostante le inchieste giudiziarie pendenti sullo spazio. 

Secondo i dati del ministero dell’Interno riportati in un articolo di Domani, nel 2023 i centri sociali autogestiti in Italia erano centottantasette, di cui settantuno ancora occupati. La Lombardia deteneva il primato con 33 spazi, seguita dal Lazio con trentuno. Ogni grande città ne ha almeno uno: trenta a Roma, ventitré a Milano, dieci a Napoli, nove a Firenze, sette a Torino e ad Ancona. Sei a Caserta, cinque a Bologna, Palermo e Genova, quattro a Livorno, Venezia, Ravenna e Catania. Nessuno in Valle d’Aosta né in Molise.

«Il movimento dei centri sociali per come lo conosciamo oggi nasce a metà degli anni Settanta e ha subito una trasformazione nei rapporti con la città», spiega  il ricercatore Bertram Niessen, Presidente e Direttore Scientifico di cheFare e autore del libro “Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo” (Utet, 2023) . «Negli anni Ottanta erano spazi più circoscritti di resistenza. Negli anni Novanta, dopo il fallito sgombero del Leoncavallo e all’abbandono della sede nel ‘94 ci fu invece una grande ondata di occupazioni in tutta Italia, animate da una nuova generazione di attivisti e dal movimento studentesco “La Pantera”, nato dall’occupazione dell’Università degli Studi di Palermo. Questa spinta entrò poi in crisi nel Duemila, anche a seguito del G8 di Genova. Dalla metà degli anni Duemila il numero degli spazi si è ridotto, con alcune eccezioni importanti. Nel 2010 e 2011 ci fu la stagione dei Teatri occupati e la nascita del movimento per i beni comuni, che vide occupazioni come quella del Teatro Valle di Roma, l’ex asilo Filangieri a Napoli, il S.a.L.E a Venezia o il Macao a Milano. Molti di questi spazi sono ancora vivi, spesso meno legati alla politica extraparlamentare e più all’elaborazione culturale e artistica».

Il sostegno politico è infatti uno degli aspetti che hanno determinato la crisi dei centri sociali. «Oltre alla divisione interna, l’humus di movimenti e partiti che sostenevano i centri sociali si è seccato» ha spiegato in un’intervista pubblicata su Domani il sociologo Vincenzo Scalia dell’Università di Firenze. Se in passato infatti i centri sociali avevano legami con Pci, Democrazia proletaria, Rifondazione o Sinistra ecologia e libertà, oggi l’appoggio a queste realtà  arriva quasi solo dalla sinistra radicale, che è sempre più marginale. 

Nonostante il calo di influenza politica, i centri restano luoghi di produzione culturale e di aggregazione. Nelle periferie e nelle province sono spesso l’unica occasione per accedere a una cultura alternativa, come per esempio  lo Sherwood Festival di Padova, nato negli anni Novanta proprio dalla collaborazione dei centri sociali del Nordest.

In una conversazione su Reddit risalente al 2023 un utente quarantenne residente all’estero da vent’anni chiedeva se i centri sociali fossero ancora spazi frequentati o se, «adattandosi ai cambiamenti della società e della sinistra», fossero diventati luoghi per nostalgici. «Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila frequentavo molto i centri sociali, soprattutto a Milano – scrive –. Non tanto per militanza (anche se condividevo molte idee), ma per l’ambiente e la musica. Erano i tempi del movimento no-global: opposizione alla globalizzazione e all’imperialismo americano, diffidenza verso le multinazionali, ammirazione per il socialismo sudamericano. Che Guevara era ovunque, su magliette e murales. Erano anche, ufficiosamente, zone franche per l’uso di cannabis, almeno a Milano, dove la polizia chiudeva un occhio».

Sotto al post diversi utenti hanno risposto raccontando le proprie esperienze. Una persona sua coetanea residente a Milano racconta che quando da giovane viveva in provincia l’eco dei centri sociali arrivava forte anche lì. Scrive che ogni tanto va al Leoncavallo o all’ex Cascina Torchiera «e qualche bel momento c’è ancora. Ma in generale sembrano musei, spazi cristallizzati nel 2001». Aggiunge che ad oggi somigliano più a centri di quartiere che a luoghi di avanguardie giovanili. «Molto meno radical chic rispetto al passato. Ora ci vanno i poveri veri, perché costano poco», conclude.

«Sono gli unici spazi che provano a offrire qualcosa di concreto, gratuitamente», le risponde un altro utente. Porta l’esempio di Treviso, dove i centri sociali offrono dormitori per persone senza dimora e migranti, oltre a servizi come biblioteche, palestre e mercatini. Così che i centri sociali diventano spazi di presidio sociale, offrendo servizi nei quartieri a prezzi popolari. A Milano lo Spazio Mutuo Soccorso, nato dal Cantiere e dal Comitato Abitanti di San Siro, oggi ospita una scuola popolare, un gruppo di acquisto solidale e una palestra. O ancora a Bologna nel Teatro Polivalente Occupato e Labàs – sgomberato nel 2017 dall’ex caserma Masini e trasferito in vicolo Bolognetti – si organizzano concerti, centri estivi, mercati ortofrutticoli e persino un ambulatorio odontoiatrico popolare. «Fanno cose belle – scrive un utente – ma dopo due sgomberi hanno dovuto istituzionalizzarsi per sopravvivere». 

Niessen sottolinea però come molti centri erano nati proprio con una vocazione sociale. «I centri del proletariato giovanile nascevano anche come centri di autoaiuto: c’erano quelli tutti al femminile, da dove è partito il movimento femminista già a fine anni Settanta. L’autorganizzazione da questo punto di vista è sempre stata cruciale. Ne sono un esempio i laboratori di medicina popolare per persone senza permesso di soggiorno: realtà storiche che sopravvivono anche grazie ai centri sociali. Poi ci sono stati anche quelli più legati al movimento punk, che avevano più che altro una connotazione culturale». 

Un altro elemento di cambiamento riguarda i rapporti con la politica e con i cittadini. Oggi la loro diffusione di tali spazi è ridotta e la presenza è meno tollerata. «Molti hanno finito per accordarsi con comuni e proprietari, diventando simili a circoli o locali e perdendo l’ideale originario di alternativa», scrive sempre su Reddit un utente da Roma. Ma li descrive anche come spazi “family friendly”, veri laboratori di cittadinanza attiva, molto amati nei quartieri. 

Il Presidente di cheFare spiega infatti che non si tratta solo di un fenomeno italiano. Spiega che lo stesso accade in Europa, da Berlino a Parigi, o in Olanda. «Oggi i giovani non ricercano più le esperienze subculturali direttamente nei centri sociali». E se si parla di movimenti sociali, oggi seguono altre logiche. «Pensiamo a Non una di meno, a Fridays For Future o a Extinction Rebellion. Questi attraversano i centri sociali, ma le grandi istanze contemporanee passano soprattutto dall’online. Molti centri sono così diventati spazi più intergenerazionali e davvero family friendly».

«Sono luoghi attraversati da persone di tutte le età e da idee politiche diverse: dagli anarchici ai quasi-piddini», chiude la conversazione un utente su Reddit. Che aggiunge che nonostante la precarietà, «restano gli unici spazi capaci di riqualificare quartieri difficili, offrendo cultura e socialità gratuite».

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