Scrocca, piangi, odiaLe lacrime di chi non riesce a mangiare gratis, e le crociate dei microinfluencer

Una tiktoker con appena quindicimila follower viene snobbata da un’enoteca di San Francisco. Lei per vendicarsi frigna a favor di camera, il pubblico di internet solidarizza con lei e il ristorante è costretto a chiudere

Unsplash

«Non so se posterò questo video perché sto ancora tremando, sono esausta, me ne sono andata piangendo da un ristorante con cui dovevo collaborare». Quando l’ultimo rimasto a saper fare il proprio lavoro, l’algoritmo di TikTok, mi propone il video di itskarlabb, è lunedì notte.

Il video di Karla Senzadignitàdicognome in quel momento è su da cinque giorni, ed è a ventuno milioni di visualizzazioni (adesso è a ventiquattro). Perché la scognomata trema e piange e ci prospetta un dramma? Oltre che per le solite ragioni che stanno nel nostro vivere nell’occidente satollo e doverci inventare problemi immaginari, intendo.

Karla è una che mangia a scrocco. Lo so che in questo secolo renitente a chiamare le cose col loro nome li definite content creator: è una che accende la telecamera del telefono, e in cambio i ristoratori le offrono il pranzo. Quale dramma si è abbattuto sulla complessa professione della ragazza?

«Sono qui per perorare la causa dei microinfluencer», spiega Karla a un certo punto del video: anche loro son figli d’iddio, anche loro hanno diritto alla vita, alla libertà, e alla ricerca del pasto a scrocco. Insomma, la scognomata ha preso accordi con un responsabile di enoteca di San Francisco per andare a mangiare lì, ha una prenotazione alle cinque e mezza di pomeriggio, per due, la raggiungerà il marito.

Arriva in anticipo per filmare il ristorante prima che si riempia, poi si siede al bancone e sente che quello con cui si è accordata sta parlando con un altro. Ma chi è questa. Ha quindicimila follower, cosa ce ne facciamo. Karla è scossa, perché è una ragazza che campa accendendo la telecamera del telefono nell’occidente satollo: sentire uno che dice che ha pochi follower è la cosa più traumatica che le sia mai capitata.

Poi il tizio misterioso va da lei, le dice tu non hai studiato, non sai che io ho vinto premi per la cucina, mia figlia fa la tiktoker e ha molti più follower di te. Lei se ne va piangendo. Ovviamente si filma, piangendo (tenete a mente questo modulo, poi ci torniamo).

Quando il video arriva sul mio telefono, è già successo tutto. Nei commenti hanno già individuato il posto (a San Francisco ci sarà una sola enoteca). Il tizio è già stato licenziato. La figlia influencer l’ha cazziato in pubblico. Nei commenti solidarizzano come se la scognomata fosse la Magnani in “Roma città aperta” (tra i vantaggi dell’occidente satollo: non aver mai preso le misure d’un trauma vero). Ma nulla di tutto questo è bastato: la folla che un tempo si sarebbe limitata a far liberare Barabba ha eroicamente postato tante di quelle stroncature d’un ristorante in cui non è mai stata che il posto (si chiamava Kis Café) ha dovuto chiudere. E qui io ho molte domande (alcune pessime, lo dico).

Tanto per cominciare, e questa è una vecchia fissa con cui intrattengo spesso gli amici, vorrei sapere chi è questa gente che guarda le recensioni su Google o su TripAdvisor per scegliere dove mangiare. Vorrei sapere chi è questa gente che si fida delle papille gustative di estranei non qualificati. Vorrei sapere se votano. Vorrei sapere se figliano. Vorrei sapere se legiferano.

Fatto sta che evidentemente questa dinamica esiste, questo pubblico esiste, perché nulla terrorizza i ristoratori come una stroncatura su un sito non qualificato. Tu puoi essere un cliente abituale che gli lascia migliaia di euro l’anno e la tua insoddisfazione non verrà presa sul serio un centesimo di quella d’uno sconosciuto su Google. E infatti il Kis Café chiude.

Poi vorrei sapere se qualcuno si è fatto due conti circa la visibilità. Se la scognomata non si fosse messa a piangere, se i commentatori non avessero ritenuto di doverla vendicare come avesse subito chissà quale violenza, se non ne fossero discesi posti di lavoro saltati e altre amenità, lei sarebbe rimasta a quindicimila follower (ora è a 423mila), e le sue visualizzazioni sarebbero rimaste poche migliaia a video. Ha senso preoccuparsi dell’opinione di qualcuno su di te se quell’opinione diventa rilevante solo se quel qualcuno dice che sei il male assoluto?

Il giorno dopo la scognomata ha fatto un altro video dicendo che lei non aveva fatto nomi perché non voleva causare problemi a nessuno e ignorava che lo chef avesse parenti che sono personaggi pubblici (quindi aveva ragione lui: non l’aveva neppure guglato). Si era trattenuta dal gongolare, perché adesso che ha i numeri riuscirà a scroccare molto di più e persino a farsi dare due spicci per parlare di ristoranti. Pochi giorni dopo riesce persino a farsi fare la pulizia del viso a scrocco come una vera star: mentre le schiacciano i punti neri, io non riesco a distrarmi dal fatto che non s’è tolta le ciglia finte.

Naturalmente, poiché la vita è sceneggiatrice, proprio quel giorno io avevo scritto che le community non esistono e che nulla di ciò che succede nel parco giochi del telefono influisce sulla realtà. Avevo torto? Non so: si può definire “community”, se la figlia dello chef viene nei tuoi commenti a dirti che farà un liscio e busso al padre? Mi pare più “resa dei conti familiare”, ecco.

Negli stessi giorni è arrivato lo spot di American Eagle di cui avete già letto, col gioco di parole tra i geni (genes) e i jeans preso pari pari da uno degli spot di Calvin Klein con Brooke Shields, nel 1980. Di nuovo, poiché abbiamo sempre tutto quel tempo liberato dalla lavasciuga e non abbiamo fatto la fame mai, ci siamo baloccati con l’indignazione. TikTok s’è riempito di gente che si riprende piangendo perché lo spot è chiaramente un manifesto eugenetico: ha ottimi geni perché è bionda con gli occhi azzurri, invisibilizza chi ha la pelle marroncina come meeeee.

In pochi notano che è più che altro un manifesto sgrammaticato, in cui si dice che i geni determinano tutto, i capelli, la personalità, persino gli occhi. Come sarebbe «persino gli occhi», gli occhi sono un pezzo di corpo, semmai dovrai dire «persino la personalità», possibile che le pubblicità di cui parlerà tutto il mondo le scriva gente che non ha competenze linguistiche per prendere un buon voto in un tema di terza media?

Eravamo migliori quando la quindicenne Brooke Shields sottintendeva di non portare le mutande («nulla può mettersi tra me e i miei Calvin») e nessuno si riprendeva piangendo per il trauma da pedofilia pubblicitaria? Il portavoce di American Eagle dice a Tmz che «è un ulteriore esempio di come i social non riflettano la vita vera. La risposta assurda di alcuni angoli dell’internet non riflette assolutamente il pensiero dei clienti di American Eagle», e io penso che la risposta a tutto sta in quella parolina: clientela.

I ristoranti dovrebbero occuparsi di chi va a mangiare da loro e paga il conto, non di chi li recensisce senza esserci mai stato o di chi frigna perché la sua scrocconaggine non è stata abbastanza coccolata. I giornali dovrebbero occuparsi degli abbonati, non di chi va sui social a scrivergli «ma non vi vergognate» sotto i titoli di articoli che non leggerà. E chi produce jeans dovrebbe occuparsi di chi li compra, non di chi trova nella polemica sui jeans il «cagatemi, vi prego» della settimana, ed è pronto con la lacrima appena s’accende la telecamera.

X