
La differenza tra una comunità e una community non è la differenza tra l’italiano e l’inglese: è quella tra una cosa che esisteva (forse esiste ancora, chissà) e una cosa che non esisterà mai.
Che una cosa che sta dentro al telefono non esista è, intuitivamente, a portata di cinquenne, eppure è difficile da far capire agli abitanti teoricamente adulti del presente, perché tra gli abitanti teoricamente adulti del presente sono molto presenti due gruppi.
Quelli che con ciò che sta dentro al cellulare fatturano, perlopiù con un prodotto inesistente (l’appartenenza alla community stessa), e quindi non hanno una gran voglia di rinnegare ciò che costituisce il loro sostentamento e andare a cercarsi un lavoro vero.
E quelli che non esistono nel mondo reale, che una volta sarebbero stati la maggioranza degli uomini descritta da Thoreau, quelli che conducevano vite di silenziosa disperazione, e ora si aggrappano a quella che credono essere la loro voce, il grido che lanciano nei social, convinti che qualcuno lo senta, che la community li renda individui con un’identità, con un carattere, con una rilevanza.
Oltretutto niente inquina la capacità di percepire la rilevanza come vivere dentro al telefono. Guido Piovene diceva che nel suo “Viaggio in Italia” aveva «cercato di eliminare tutto quanto pareva più evidentemente legato a circostanze transitorie. Ma lo stabile e il transitorio entrambi sono relativi»: nelle community dentro al telefono, robe di cui tra due settimane ci saremo scordati sembrano cose gravissime alle quali appassionarsi per ore.
Dave Chappelle ha fatto molte battute crudeli nella sua carriera (non esistono battute efficaci che non siano crudeli), ma forse la più spietata era in un inciso d’uno spettacolo del 2021, mentre ricostruiva come una community, quella dei trans, l’avesse scelto come nemico. Pare mi abbiano fatto un liscio e busso su Twitter, diceva, ma non me ne importa niente, perché «Twitter mica esiste davvero».
Come tutti i dati di realtà davvero crudeli, quello illuminato da Chappelle è stato prontamente rimosso (gli esseri umani sono fatti al novanta per cento di capacità di raccontarsela: se non sapessero scansare ciò che li ferisce e inventarsi una realtà più ricevibile, farebbero la fine dei lemming). Quattro anni dopo, siamo ancora convinti che esista la community.
«Quei giovedì con la tv, ancora una e non trina né tampoco plurima, convogliarono verso la mia città un flusso di notorietà che nessun pubblicitario, né i versi noti del Carducci sul vago declivio ridente della collina, avevano saputo assicurare maggiore»: lo scrive, sulla rivista del Mulino, Gian Luigi Beccaria, ricordando la sua partecipazione di poco più che ventenne a “Campanile sera”, e io non citerò per la milionesima volta Marguerite Duras contrariata dalla ragazza troppo bella scelta per interpretarla nel film tratto da “L’amante”.
Se è così bella, diceva, potrà solo essere guardata e mai guardare: tra più di sessant’anni un ventiequalcosenne di oggi non avrà niente da raccontare di nessuna comunità perché, per star dietro alla community, avrà la telecamera del telefono accesa, sarà impegnato a guardarsi e non a guardare. Però non è detto.
Il pezzo di Beccaria è uscito la settimana scorsa, mentre Lorenzo Cherubini andava in bici a fare un concerto in un posto remoto in Friuli, e non è che non avesse la telecamera del telefono accesa, anzi. Con gran gioia dei giornali, che per tre giorni hanno potuto ripubblicarlo senza bisogno di farsi venire un’idea, riprendeva tutto. Solo che, benché ci fosse sempre lui tanto lui e inevitabilmente al centro lui, nel Piovene che ci possiamo permettere, cioè Jovanotti, c’erano tantissimo gli altri, c’era tantissimo la provincia, c’erano tantissimo le facce (avete notato che non ci sono più le facce? Sarà che nelle community si ritoccano tutti uguale).
Lorenzo è la cosa più simile a un principe ereditario che abbiamo in Italia: uno che, nonostante l’ego da popstar, riesce a far sentire importanti e ascoltati tutti quelli che incontra, e tra tutti – assessori che corrono a omaggiarlo lieti che faccia loro da proloco, professoresse democratiche cui non par vero di mostrargli la tomba di Dante – il mio preferito è Bragozzi Ulisse, sempre cognome prima del nome e sempre cognome e nome insieme, come un personaggio di Yasmina Reza.
Bragozzi Ulisse dà a Lorenzo e ai suoi amici un passaggio da Chioggia alla laguna di Venezia, e sì, lo riconosce, perché Jovanotti è famoso da quando esisteva la fama, è difficile aver vissuto in Italia per gli ultimi quarant’anni e averlo scansato sempre, ma talmente non è parte della sua community che sì, se l’ego della popstar vuole mettere su “Ragazzo fortunato” va bene, possiamo ascoltarla dopo, ma innanzitutto su questa barca si sente la canzone su Bragozzi Ulisse (non so voi ma io la canto da cinque giorni: e Bragozzi Ulisse, tutto rosso sulla laguna).
È un equilibrio difficilissimo, quello di stare dentro al telefono e fuori dal telefono. La settimana scorsa gli Oasis hanno fatto tre concerti a Londra. La novità non c’era più: dall’inizio di luglio hanno fatto diverse date a Cardiff e poi a Manchester, mi sembrava fosse impossibili scansarli, ho visto più video del concerto degli Oasis di quanti ne abbia visti di concerti cui sono stata.
A un certo punto Assia Neumann mi ha chiesto come mai gli influencer non ci andassero, e io ho detto beh perché nessuno gli avrà offerto omaggi, non essendo concerti che hanno bisogno di promozione, e figurati se quelli dell’economia dello scrocco si pagano i biglietti.
Ho capito che il dettaglio che aveva notato era quello giusto quando, a Londra, ci è infine andato un influencer italiano, e ha fatto un milione di storie uguali a tutte quelle che vedevamo da settimane, ma poi pubblicava messaggi di gente che lo ringraziava perché, solo grazie a lui, aveva finalmente potuto vedere le immagini d’un concerto al quale non poteva andare. Ci hanno messo in tasca un telefono con dentro il mondo, e noi scegliamo di non affacciarci mai fuori dalla community: se una cosa non la fa vedere il mio influencer di riferimento, non esiste, neanche se è la cosa più raccontata del momento.
Per quelli che vivono dentro al telefono, esiste solo ciò che sta dentro al telefono. Per quelli della community, dentro al telefono ci sta solo ciò che scelgono di guardare loro. Mi fa sempre molto ridere quando su Twitter qualche aspirante polemista cerca “Gaza” tra i penzierini colà espressi da qualcuno con cui vuole baccagliare. Se posso postare lo screenshot che dimostra che, tra un «i miei nudi in bio» e un «è uscito il mio nuovo libro», non hai scritto neanche una volta che senti gracidare il dolore del mondo, allora avrò dimostrato che sei un essere umano orrendo.
Mi fa ridere perché spesso quelli con cui polemizzano sono giornalisti o scrittori, che hanno ben più rilevanti posti dove esprimersi, ma se non me lo vieni a dire qui, nella mia community, nel mio cortile, non l’hai mai detto. E poi certo, mi fa ridere anche perché bisogna essere ben scemi per pensare d’avere qualcosa d’intelligente da dire su quel troiaio che è il medioriente.
E infatti il video di Lorenzo che, come ogni persona sensata, dice di non avere niente di intelligente da dire su Gaza, è stato un fischio di Pavlov che lèvati: postare il video in cui uno si chiede che cazzo debba mai dire d’un conflitto che passano i secoli e nessuno riesce a risolvere è quasi meglio che postare lo screenshot che dimostra che non hai fatto il tweet dolente. Per Brocco81, che non è riuscito nella sua vita a combinare abbastanza da diventare Bragozzi Ulisse, un momento di soddisfazione che neanche quando il suo tweet è andato in onda a “Gazebo”.
Poi certo, non è tutta colpa dei disperati della community: se si fidano dei loro sodali su Twitter, o di qualche influencer, o della “Zanzara”, o della pagina Facebook delle mamme milanesi, è perché le istituzioni non fanno più il loro lavoro.
Sull’Instagram del Washington Post c’è un utilissimo video su come evitare che i nostri golfini vengano mangiati dalle tarme della lana. L’ho guardato con grande attenzione, perché le maledette tarme si cibano dei miei miucci con intollerabile voluttà. Mi sono chiesta ciò che mi chiedo sempre – ma perché un giornale fa un video per Instagram, regalando traffico a Zuckerberg invece che al proprio sito – anche se so la risposta: perché non sono sceme solo le community, sono scemi anche gli inserzionisti che prima di darti dei soldi controllano quanto traffico social fai, come se quelli che ti mettono i cuoricini leggessero poi il giornale, come se la community si affacciasse fuori dalla community.
La risposta, tragica, è arrivata alla fine, quando dopo aver illustrato i vari metodi di prevenzione del banchetto del cashmere la giornalista ha detto «se avete trucchi da suggerirmi lasciateli nei commenti», come una qualunque tiktoker analfabeta in cerca di traffico. Così il pubblico si sente coinvolto, si sente partecipe, si sente community. Sì, ma che fine fa la tua autorevolezza? Perché devo guardare i tuoi suggerimenti se valgono quanto quelli di Vongola75?
Anni fa dissi a una direttrice di giornale che un pezzo che aveva pubblicato sembrava una roba che si poteva leggere su Facebook in qualche pagina non particolarmente alfabetizzata. La sua risposta fu «Non tutti hanno Facebook». Quando i giornali vendono in un mese al numero di persone che un account social di medio successo totalizza in un’ora, è una risposta che mi fa venire un mancamento ogni volta che ci ripenso.
Ho un’amica che si ostina a guardare i siti dei giornali italiani, e ogni giorno mi manda qualcosa di Repubblica, dove sono evidentemente convinti che il loro ruolo sia riportare pari pari ciò che succede sui social, perché ci sarà pur qualcuno al quale in tutto il giorno non è passato sul telefono il video di Gwyneth Paltrow che fa la portavoce dell’azienda due dei cui dirigenti sono stati sputtanati al concerto dell’ex marito della Paltrow: ci sarà qualcuno che ha bisogno che questo video glielo faccia vedere Repubblica, no? Solo l’apparire in quel sacro luogo trasformerà il transitorio in stabile, diamine.
Li irridevo sempre, ma non lo farò più dopo aver scoperto che ci sono quelli che fino a venerdì non avevano mai incrociato un filmato degli Oasis riuniti. Se la community di gente che ignora tutto ciò che non è stato detto in uno specifico cortile ce l’ha quell’influencer, ce l’avrà anche Repubblica. Ci saranno quelli per cui le cose esistono solo se stanno sul sito di Repubblica e che sul browser del telefono hanno un solo indirizzo, no? Certo, non sono sveglissimi, non sono informatissimi, non sono il pubblico ideale. Però sono la maggioranza, sulle ragioni della quale è basato il mondo come lo conosciamo. Quindi, non conoscendo soluzioni all’ostinazione del mondo dell’informazione ad andar dietro a qualcosa che non esiste ma è maggioranza, io, se non vi spiace, tornerei a canticchiare con Bragozzi Ulisse.