«“Popolare” è una parola importante». Lo dice Umberto Broccoli, uno dei pochi che sanno di cosa parlano, durante il pezzetto di Tg1 che precede i funerali in diretta da Militello di Pippo Baudo, e a me viene un attacco d’invidia della sintesi.
Forse a Militello «La Televisione» è ancora maiuscola come nel Novecento, ancora un’istituzione, un’ambizione, come lo era quando Pippo Baudo era, prendo l’aggettivo dall’intervista d’un paesano, «giovanottino». Come lo era quando andare a Messa era normale per tutti noi, non questa stranezza di adesso che sì, sappiamo a memoria le preghiere come sappiamo le poesie di Pascoli, ma le sentiamo solo quando muore qualcuno (se ultracinquantenni: prima, nella transizione tra l’infanzia e l’adultità, le sentivamo ai matrimoni).
Il paese reale è ancora quello di Baudo? Forse no, perché nulla è più come nel Novecento. Fuori dalla chiesa, in piazza, col maxischermo per far vedere loro il funerale, ci sono quelli che stabiliscono cosa sia popolare oggi, e hanno i cappellini, hanno gli occhiali da sole, e all’omelia applaudono come fosse un tormentone estivo.
I brandelli di Novecento restano nel pudore da film di Pietro Germi per cui tutti i commentatori televisivi citano «la sua Dina», la storica assistente di Baudo, ma nessuno dice che qualche anno fa si erano sposati, come avrebbe fatto qualunque signore ultraottantenne se non altro per sistemare in mani di fiducia le questioni ereditarie. Ma sono, appunto, solo brandelli.
Poco prima, nello studio del Tg1, dicevano che Baudo come lo vedevi era, non è che in privato avesse mai il nodo della cravatta allentato, e io penso che invece questi di oggi guardali, i coristi della chiesa con le camicie mezze aperte e i capelli sudati: non è solo un altro secolo, è un altro mondo.
Vedendo la Messa, che forse è un rituale che non ha senso se non è popolare, se nessuno sa quando alzarsi, quando sedersi, se non sanno a memoria le preghiere, vedendola penso a quel Baudo che, dopo il primo festival di Fabio Fazio, raccontò a Gualtiero Peirce il proprio sconcerto: «Sembra quasi che chiedano scusa che stanno facendo il festival. Ma lo spettacolo non si fa così, Sinatra non cantava chiedendo scusa, gli acrobati del circo non si vergognano».
Era il 1999, avevo ventisei anni, e Baudo non poteva che sembrarmi un vecchio trombone che non capiva Fazio, un trentaquattrenne che all’età delle giovani promesse stava facendo una cosa enorme come ribaltare Sanremo. Ma di anni ne sono passati altri ventisei. L’altro giorno un amico, commentando quella vecchia intervista, mi ha detto «è come leggere le profezie di Cassandra dopo che c’è stata la guerra di Troia».
Ventisei anni dopo, di quei due festival ricordiamo il premio Nobel presentatore, e Pavarotti, e Gorbaciov, e la Casta e la Sastre e tutto il contorno, che è sempre il festival, lo era anche con Baudo, è giusto che lo sia perché il festival si guarda per gli incidenti di percorso e i vestiti delle vallette (o come si chiamano ora). Però è impressionante rendersi conto che, anche volendo sorvolare sul colpo di Stato della giuria di qualità che il secondo anno fa vincere gli Avion Travel, di due Sanremo della sovversione non si ricorda una canzone che sia una.
Andate a controllare quante canzoni ricordate a memoria, come le preghiere, d’un qualunque Sanremo di Baudo. Non so, quello del 1995, di cui pensate di ricordare solo la Falchi e la Koll, e il salvataggio del suicida, e Fiorello che non vince. Non so, io son qui che canticchio “In amore”, che neppure vinse: “Senza pietà” non ricordo come facesse, ecco.
C’è una cosa che dice Baudo in quell’intervista, a proposito della trovata autorale del primo festival di Fazio di far presentare le canzoni alla gente comune. Accenna a Ivano Fossati, che era andato lì ospite (erano gli anni in cui la scommessa era convincere i cantautori colti che «popolare» fosse una parola importante). Dice così: «Se deve essere il festival di tutti, della gente comune, allora la preside deve presentare Battiato e Fossati. Perché se invece la preside annuncia Gatto Panceri, siamo di fronte al nulla che presenta il nulla».
«Il nulla che presenta il nulla» è l’unico format dell’intrattenimento attuale, e l’altro giorno alla camera ardente Fiorello ha detto che il varietà non te lo fanno più fare come lo si faceva ai tempi di Baudo, con le canzoni lunghe, fuori dalla schiavitù dei trenta secondi tiktokkabili. Ma non è vero, e nessuno lo sa meglio di lui, che è l’unico al quale qualunque televisione farebbe fare qualunque cosa. È che, se Fiorello facesse il varietà del sabato sera, poi dovrebbe sorbirsi i titoli sul fatto che gli spettatori sono inevitabilmente meno degli otto milioni che lo guardavano all’inizio di questo secolo, prima della frammentazione, prima del collasso della soglia d’attenzione, prima della tv fatta senza soldi e senza talenti. I programmi fatti come nel Novecento li puoi fare, in questo secolo, solo se te ne sbatti del rumore di fondo.
Sempre in quell’intervista lì, Baudo diceva che la nuova tv era fatta «all’insegna dell’incompetenza specifica», e io ho un dubbio terribile. Che sì, sarebbe comunque andata così, perché sono arrivati i cellulari con la telecamera e il mondo è andato a puttane, perché sono arrivati i reality e le tv hanno iniziato a chiedersi chi glielo facesse fare di produrre programmi che costano un patrimonio quando il paese reale in tv ci viene gratis. Ma che una qualche responsabilità ce l’abbia anche Baudo, che a un certo punto non ha scelto più le persone da mandare in tv per la bravura ma per la popolarità.
Certo, i tempi non aiutavano, perché a un certo punto non ci sono più state le Mina e le Carrà e le Goggi, le Cuccarini e le Parisi e le Martines. Ma secondo me c’è un elemento in più. Che, quando decide quindi di mandare in onda la Marini o la Parietti, Baudo lo faccia perché tanto di capace c’era lui, di talentuoso c’era lui, di competente c’era lui. Loro bastava e avanzava che facessero fare i titoli ai giornali e avessero bella presenza.
E che però, in questa convinzione di poter gestire l’assenza di talento altrui, non abbia calcolato che il giochino gli sarebbe sfuggito di mano. Che «popolare» fosse una parola importante e noialtri, noi del pubblico, non vedessimo l’ora di sciuparla. Non vedessimo l’ora d’archiviare i Baudo che sapevano cose, che studiavano, che si sbattevano per essere all’altezza della responsabilità di parlare al pubblico, per poter passare a un modulo più riposante e che ci complessasse meno: ridere con sollievo dell’incapacità di quella che sta in tv.
Guardala (ma pure «guardalo»: mica sono incapaci solo le vallette, ormai), non sa leggere il gobbo, non sa niente di quello che deve intervistare, non sa usare i tempi verbali. L’incompetenza generica, più che specifica.
«Avete sentito l’esigenza di esserci, cos’ha rappresentato Baudo per voi?», chiede l’inviato del Tg1 ai turisti che sono andati in piazza a vedere i funerali, come fossero i funerali degli agenti della scorta di Moro, come si andasse ai funerali dei famosi come ci si andava in quell’altro tempo, per vicinanza emotiva e dovere morale, e non per farsi gli autoscatti e sperare nell’apparizione televisiva. (Poco dopo: «Signora, la vedo con dei fiori, li ha portati per Baudo?» «No, li ho presi io dalle corone, per avere un ricordo». Il paese reale, 2025).
L’altro giorno fuori dalla camera ardente Lino Banfi ha detto che lui e Baudo dicevano che erano le quattro B del 1936, Baudo Banfi Berlusconi Bergoglio, «sono rimasto solo io». Non ha detto «m’hanno rimasto solo, ’sti quattro cornuti» perché probabilmente sa che sì, «popolare» è una parola importante, ma le citazioni popolari non le riconosce più nessuno, e anzi rischiava che qualche commentatore social gli dicesse: guardi che «rimanere» non è transitivo.