Sul muro che ha fatto da sfondo alla conferenza congiunta di Donald Trump e Vladimir Putin dello scorso 15 agosto campeggiava una scritta: “Pursuing peace”. Lo slogan simbolo del summit di Anchorage era visibile mentre l’uomo che, dentro e fuori i confini degli Stati Uniti, ricorre all’esercito per imporre la sua agenda politica stringeva la mano a quello che, in contemporanea al bilaterale, ha bombardato quattro città ucraine.
Se i simboli contano ancora qualcosa, quell’immagine, “Pursuing peace”, è la dimostrazione concreta di cosa sia realmente il pacifismo. I nostri pacifisti, infatti, hanno esultato per questo colloquio farsa, seguendo con ansia ogni sviluppo dell’appuntamento dall’esito ampiamente scontato.
Sono stati presi da un’emozione incontenibile quando, a ridosso dell’evento, è iniziata a circolare un’agenzia stampa diffusa dai media britannici secondo la quale Volodymyr Zelensky sarebbe stato pronto a cedere alla Russia i territori che ha occupato prima e dopo l’invasione del 2022; nonostante la smentita quasi immediata, un fronte trasversale fatto di opinionisti che tifano per la resa dell’Ucraina ha iniziato a fare il conto alla rovescia. E non parliamo solo dei putiniani-trumpisti, più o meno dichiarati, che ci siamo abituati a conoscere.
La verità è che buona parte di quelli che nel 2022 hanno preso le parti di Kyjiv, condannando l’invasione criminale di Putin, ha smesso da tempo di sostenere la causa che dicevano essere giusta – lo era nel momento in cui essere filoucraini è stato un sentimento maggioritario – e dal disinteresse è passata, pur non potendolo ammettere vocalmente, a sperare che questo fastidio (l’ostinata resistenza ucraina) finisca il prima possibile. Purtroppo per loro, si continua a sparare.
Mentre i nostri opinionisti pontificano assieme agli analisti geopolitici – le sanguisughe che da tre anni hanno finalmente trovato una ragione di essere – gli ucraini abbattono i missili del Cremlino, si difendono dalle incursioni dell’esercito russo e proseguono la resistenza partigiana nelle zone cadute in mano all’occupante (nell’esatto momento in cui stiamo scrivendo, il movimento Atesh ha pubblicato informazioni sensibili sulle basi nascoste del nemico a Sevastopol). Fastidiosi, gli ucraini, e in un certo modo anche irrispettosi verso gli sforzi delle potenze mondiali interessate a chiudere il conflitto. Gli Stati Uniti di Trump sono i primi a volerlo fare: è bastato l’incontro in Alaska per rimangiarsi anche il cessate il fuoco obbligatorio prima dell’apertura dei negoziati, adesso gli basta la capitolazione dell’Ucraina per dichiarare conclusa la guerra.
Quei pochi europei ancora inclini al senso di giustizia sono rimasti, per l’ennesima volta, spiazzati. Molti di loro hanno commentato le immagini di Anchorage come quelle della morte degli Stati Uniti. Non è vero. La vecchia America, che a lungo è servita a dare sicurezza e a tranquillizzare quegli europei incapaci di assumersi le proprie responsabilità, era già morta da tempo.
Ad andare in scena lo scorso 15 agosto è stata l’inaugurazione formale della nuova Yalta criminale di Trump e Putin. Una Yalta camorristica e predatoria interessata alla nostra fine. A questa bisogna rispondere e nonostante l’attivismo dei volenterosi sia da un certo punto di vista rassicurante – da italiani lo è ancora di più, avendo noi delle quinte colonne all’interno del governo – questo da solo non basta. Contro la nuova Yalta serve un europeismo intransigente e radicale che vada oltre le dichiarazioni di solidarietà. Non si può, come si è fatto finora, sperare di convincere Donald Trump a stare dalla nostra parte assecondandolo a tal punto da coprirsi di ridicolo (abbiamo già scritto delle scene pietose durante l’ultimo summit Nato).
Putin non lo ha fatto, perché a differenza nostra è un suo alleato. Di tutte le ipotesi che circolano in questi giorni, quella dei boots on the ground avanzata dalla Gran Bretagna è stata la più odiosa per lo stuolo di anime pie che dopo un anno scarso di solidarietà hanno voltato le spalle all’Ucraina, adottando oggi la retorica lavroviana dell’escalation.
A chi accusa i sostenitori dell’opzione di essere dei guerrafondai, non vale la pena rispondere: è inutile spiegare che questa guerra non riguarda la sola Ucraina, che Putin non si fermerà a un singolo Paese (in Moldova continua a supportare militarmente i separatisti, in Romania pochi mesi fa si è rischiato un golpe retto dalla Wagner, ma questi sono solo gli esempi più eclatanti), ed è inutile spiegare per l’ennesima volta che l’esercito è l’unico deterrente per fermare il disastro umanitario iniziato nel 2022.
È inutile perché non è più il momento delle spiegazioni, ma delle scelte di campo.
Chi per timore o malafede spera nella resa per fermare il massacro (presente e futuro) fa il tifo per i nostri nemici. E tra l’autocrate russo e l’aspirante tale che ci considera parassiti, noi scegliamo l’Europa.
E l’Europa non è quella di chi si definisce europeista ma intanto spera nella stanchezza di Zelensky (pensando a loro ricordiamo le testimonianze di molti ucraini al fronte che, anche nel momento più buio, ci hanno detto che, a prescindere di qualsiasi posizione assumeranno gli occidentali e lo stesso Volodymyr Zelensky, loro continueranno a sparare contro i russi finché non avranno cacciato l’invasore). L’Europa è quella di chi oggi ha ben chiaro che difenderla è una priorità, e non semplice attivismo performativo.
Tanti, ancora, pensano si tratti di un concetto calato dall’alto, un contenitore vuoto. A questi che dicono, per non assumersi responsabilità, che la nazione europea si fa con il sangue e non con accordi commerciali – leitmotiv tanto caro ai sovranisti quanto agli pseudo realisti geopolitici – rispondiamo che non potremmo essere più d’accordo. E infatti da undici anni gli ucraini stanno versando il loro.