
Tempo fa stavo parlando con una persona che di lì a poco doveva intervistare Alessandro Baricco. Ho detto: chiedigli se oggi un Baricco trentenne diventerebbe Baricco. Non ho poi più chiesto se quella domanda gliel’avesse fatta, ma mercoledì sera, leggendo quel che Baricco aveva scritto usando Gaza come pretesto, ho trovato una risposta.
Poi ieri mattina mi sono svegliata, e ho scoperto che Francesco Cundari aveva scambiato quella di Baricco per una riflessione sulle guerre (Cundari ha questa debolezza di fissarsi sulle convinzioni politiche e non sui giri di frase: quando eravamo giovani, litigavamo di Edmondo Berselli perché lui voleva annoiarmi con le convinzioni politiche berselliane, che io cent’anni dopo ancora ignoro quali fossero).
Questa questione del cosa pensa qualcuno, e non del come lo pensa, era tra l’altro la penultima cosa di cui avevo parlato mercoledì sera. Tra martedì e mercoledì sono usciti due articoli di due persone che conosco che raccontavano la stessa per me incredibile cosa. Assia Neumann su La stampa e Andrea Minuz sul Foglio dicevano di aver interrotto amicizie negli ultimi due anni, da quando cioè il Medio Oriente ha fatto capricci più rumorosi del solito costringendo l’Occidente ad accorgersi di lui.
Un’amica dice che io non concepisco che si litighi su quell’argomento perché sono meno coinvolta di Assia, ma sappiamo entrambe che, sebbene non dotata di carattere accomodante, a me non è mai venuto in mente di litigare con qualcuno perché la pensa all’opposto di quel che mi sembra giusto pensare neanche su temi ben più cogenti. Pensi che la primavera estate di Prada del 2004 non sia la più bella sfilata di tutti i tempi? Per me sei imbecille, ma non è che litighiamo: mica ti voglio convertire.
(Sbrigatevi a fare quello screenshot con cui scandalizzarvi perché «Soncini equipara il genocidio alle sfilate di Pradaaaa», così vi scansate e posso proseguire il mio ragionamento).
Fra l’altro è l’unica cosa che io, che detesto le religioni e due terzi di quel che so dell’ebraismo li ho imparati da “Yentl” (l’altro terzo da Woody Allen), abbia in comune con l’ebraismo: non solo non voglio convertirti, ma se vuoi pensarla come me ti scoraggio dal farlo (sai che noia se la pensiamo tutti uguale).
Baricco, dicevo. Mercoledì pubblica questo pezzo su Substack: c’è qualcosa che dica più forte e più chiaro che i giornali sono morti di Baricco che pubblica una nota su Substack? È come se “La rabbia e l’orgoglio”, invece che essere sulla prima pagina del Corriere e lasciarci a bocca aperta mentre occupavamo i tavolini dei bar col giornale spaginato, fosse stata una roba di cui qualcuno ci aveva mandato il link su Blogspot.
Il paragrafo precedente risulterà incomprensibile all’oggetto dell’articolo di Baricco, che non è il Novecento bellico ma i venti-trentenni e le loro smanie e i loro limiti culturali. Quello di Baricco è il dramma d’un uomo che ha dei figli di venti o trent’anni e vede quel che vediamo tutti: che i ventenni e i trentenni di oggi sono un disastro disastroso. E lo sono se sono figli di nessuno, figurati se sono figli di Baricco. E, tuttavia, se già sei Baricco e hai il problema di non complessare i figli che si ritrovano con un padre assai ingombrante, mica gli puoi dire: poverini, siete scemi. Quella sfrenata libertà lì ce l’abbiamo solo noialtri sterili.
«Faceva strano vederli tirare fuori quelle bandiere palestinesi, d’improvviso usciti dal loro letargo politico. Voglio dire, erano ragazzi con cui era difficile parlare di Salvini, di Meloni, perfino di Trump. Non sembravano interessati. Cambiamento climatico e identità di genere, quelle erano le cose che li appassionavano. Poi, un giorno, te li ritrovi in piazza, quattro gatti, con quella bandiera di una terra lontana di cui, obiettivamente, non sapevano quasi nulla». Succede, a volte, che l’angolo cieco non sia un angolo ma stia al centro della visuale. Succede di vedere tutto – ragazzi che capiscono solo le cose con cui possono fare i caroselli di Instagram, e che finalmente non devono più pagare i biglietti dei concerti, per avere contenuti fotogenici, ma possono manifestare con le bandiere colorate – e tuttavia di non vedere il centro dell’immagine.
Sia chiaro che non voglio equiparare Baricco a voialtri genitori medi, mediamente determinati a dire che i vostri puccettoni rappresentano un luminoso futuro, un’intelligenza nuova, un sarcazzo. L’anno prossimo “I barbari” fa vent’anni: sono almeno diciannove anni che Baricco teorizza che ora è sempre meglio di prima, ne ha fatto una filosofia, mica un gruppo genitori della seconda B su WhatsApp.
È, d’altra parte, forse l’unico modo di non buttarsi dalla finestra: guardarli, da quella finestra, barbari o puccettoni che siano, e dire a sé stessi e ai propri lettori che rappresentano un’intelligenza nuova. Sì, non sanno leggere, ma è un’intelligenza nuova. Sì, hanno la capacità di concentrazione d’un moscerino, ma è un’intelligenza nuova. Sì, non si trovano il culo con le mani, ma è un’intelligenza nuova.
Baricco scrive di «disastro del Novecento (due guerre mondiali, i campi di sterminio, la bomba atomica, la Guerra Fredda, l’epoca d’oro dei totalitarismi – voglio ricordare)», e ha ragione, ma ha torto. Il Novecento è stato, anche, il secolo che ci ha dato quell’epoca irripetibile in cui Baricco e io ci siamo formati. Quella in cui tutto convergeva: l’alfabetizzazione e il benessere economico; le grandi opere cinematografiche come intrattenimento di massa, e la possibilità di viaggiare che non era più elitaria come prima ma non era il carnaio da farti passar la voglia che è adesso; le telecomunicazioni che ti permettevano di stare in contatto con chiunque ovunque ma non t’invadevano la vita, e le buone cause che restavano dove dovevano, sullo sfondo come pretesti: nessuno fingeva gli importasse davvero della fame nel mondo, quarant’anni fa, lo sapevamo che volevamo solo vedere gli Spandau e i Duran – ciò ha fatto di noi adolescenti meno delusi, quando la fame nel mondo non s’è poi risolta, di quanto lo saranno questi quando non avranno risolto le guerre e neppure gli sarà rimasto un canzoniere degno.
Ieri un amico la cui figlia ha l’età alla quale Baricco s’inventava “L’amore è un dardo” mi ha riferito che la figlia e i suoi coetanei sono indignati dalla scoperta che esiste il canone Rai: prima non lo sapevano, perché non avevano mai pagato una bolletta. La risposta è che un Baricco trentenne oggi non diventerebbe Baricco, perché sarebbe impegnato ad andare finalmente a vivere da solo.
Dice Baricco che il mondo digitale esiste perché «ci è sembrato urgente provare a vivere in modo diverso, per non morire nello stesso modo dei padri», e somiglia un po’ a Steve Carell in “Mountainhead”, convinto che tutti quei miliardi e quell’intelligenza artificiale debbano pur servire all’immortalità, mica possiamo aver armato ’sto casino solo per chiedere a Chat GPT la ricetta della besciamella. E invece.
Naturalmente – poiché Baricco è Baricco, mica un Massini qualunque – il suo articolo contiene già anche la risposta al mio: «Non meno trasparente è la voluttà con cui intere élite intellettuali – per le quali la lucidità dovrebbe essere un dovere – vengono sedotte e ipnotizzate dall’animale morente e lo ricollocano al centro del gioco» (mi scuso per aver tolto il plurale a élite, ma qualcuno doveva prendere questo doloroso provvedimento).
È vero che il Novecento è un animale morente, come ripete moltissime volte Baricco? (Come ripete senza che nessuno dei suoi lettori ventenni o trentenni s’accorga che sono due titoli, il più famoso testo di Baricco, “Novecento”, e un Roth in coda al Novecento: “L’animale morente” uscì a primavera del 2001). Non lo so, ma è certamente vero quel che dice subito dopo: «Di fatto, gli scontri di civiltà si decidono in buona parte sulla capacità di narrazione, cioè sull’efficacia con cui alcuni riescono a convertire una nebulosa di fatti in una storia convincente, e dunque in realtà». Se mettete questa frase in Google Translate, esce: Israele questa guerra l’ha persa dal primo giorno, comunque vada l’ultimo.
Chiarito che Baricco non parlava di Gaza, ma parlava del dramma di chi, come re Lear o Logan Roy o lui stesso, a un certo punto è costretto a constatare che, per quanto si possa impegnare, la prole non diventerà mai re Lear né Logan Roy né Baricco, un dramma al quale nessun grande scrittore (tranne Kingsley Amis) è mai sfuggito, vorrei sapere chi ha vinto la gara delle telefonate di mercoledì sera.
Chi è stato il primo a leggere quel Substack in cui si nasconde in bell’evidenza il prossimo libro di Baricco, quello sui diciassette anni tra la messa in vendita del primo iPhone e l’ultima elezione di Trump, e a chiamarlo mettendo un anticipo sul tavolo. Accantoniamo le domande sulle guerre, e occupiamoci di quella seria: Einaudi o Feltrinelli?