
La domanda che mi faccio più spesso, osservando i miei coetanei, è come sia possibile ch’essi dedichino alla genitorialità una quantità di tempo e d’impegno con cui gli adulti d’una volta avrebbero come minimo vinto dei Nobel, e tuttavia i ragazzini di oggi siano ben più disadattati di quelli del passato (almeno di quello nostro coevo, magari Oliver Twist se la passava peggio).
Quando pensavamo d’avere i peggiori genitori del mondo – tutti gli adolescenti l’hanno pensato, nel mezzo secolo dall’invenzione dell’adolescenza alla sparizione dell’età adulta – non prevedevamo potesse finire così: con la quotidiana constatazione che nessuno è stato un adulto peggiore di noi.
Su Twitter (o come si chiama ora) mi compare una che pubblica gli screenshot dei messaggi con cui lei e il suo ganzo si sono lasciati. C’è il problema che si rivedono a scuola. Certo, direte voi, il drammone che si fa a quindici anni per ogni separazione. Si rivedono a scuola perché sono entrambi insegnanti. I figli di qualcuno che magari legge questo articolo vanno a imparare la letteratura e la vita da una che pubblica i messaggi del suo ex per farsi dire dall’internet che ha ragione lei, che è lei quella buona.
Il più folgorante format che l’internet abbia inventato in questi anni nasce su Reddit e poi tracima ovunque, si chiama AITA, acronimo di «Am I the asshole?», sono io la stronza in questa circostanza che vi vado a illustrare. È un modo passivoaggressivo, naturalmente: non chiedono per farsi dire che sono stronzi, chiedono per sentirsi rispondere che hanno ragione loro, anzi che sono stati troppo generosi, troppo sensibili, troppo empatici.
Una volta la patologia per cui il consenso degli sconosciuti era importante ce l’avevano gli attori e i cantanti, e a compensazione di quella patologia invalidante guadagnavano fantastiliardi. Certo, se il pubblico sottopalco non ti acclama soffri, però poi torni a casa con l’aereo privato. Una volta. Poi è arrivata Martina Viola, col grave dramma del compleanno della figlia quattordicenne.
Martina Viola avrà la mia età, forse anche qualcosa in meno, ed è una di noi: della peggior generazione di genitori di tutti i tempi, quelli che vanno ai concerti coi figli, guardano le serie che piacciono ai figli, conoscono tutti gli amichetti dei figli, fanno i compiti coi figli, se li inviti a cena ti impongono la presenza dei figli, si portano i figli in aereo e al ristorante e a teatro perché sennò mica imparano a starci (qui ci sarebbe un altro capitolo da aprire, in breve: non imparano comunque), fanno le vocette ai figli e ai cani e non sono più capaci di parlare da adulti con adulti.
Tutto questo produce giovani più solidi e capaci di stare al mondo? Non mi pare, ho i social pieni di gravi drammi, solo ieri quella con l’attacco di panico perché le hanno scritto su WhatsApp che lo spagnolo è più facile da imparare di altre lingue (tu a me che il tedesco è più complicato non me lo dici capitoooo), e quella con pure l’attacco di panico (“attacco di panico” ormai non è una patologia: è un’interiezione) perché deve prendere un aereo e non sa come si fa (una le risponde che sull’aereo per i bagagli c’è «una stanza a parte»).
Sappiamo già che ciò che diciamo degli altri non parla degli altri ma parla di noi, e Martina Viola non fa eccezione quando, in un primo video su TikTok, finge di avere la voce tremolante per il dramma del quattordicesimo compleanno della figlia senza amichetti ma sa bene che quel che teme è che nessuno verrà al suo cinquantesimo, in una società così infantilizzata che i maggiorenni soffiano sulle candeline.
«Forse sto soffrendo più io di lei»: poco ma sicuro, Martina. Matilda – la figlia di Martina, che non si chiama Matilde come le persone normali ma Matilda perché la madre a dodici anni avrà visto quell’americanata intitolata “Matilda” e da grande, cioè una volta rimasta piccola ma divenuta madre, avrà chiamato la figlia come la sua eroina d’infanzia, perché è questo che siamo diventati, dodicenni perpetui in assenza d’adultità – di anni ne compie quattordici, e qualcuno nei commenti fa notare che quindi avrà gli esami di terza media.
Martina risponde che gli esami sono la mattina e quindi non una scusa sufficiente, essendo la festa il pomeriggio. Nei commenti insistono, ma fate una festa tra i due scritti degli esami? Evidentemente non hanno ascoltato bene il dolente monologo di Martina: «Il giorno della propria nascita si desidera essere al centro dell’attenzione». Martina non può fare l’adulta e consigliare a Matilda di organizzare la festa nel fine settimana, perché Martina pensa che il mondo abbia il dovere di festeggiarti proprio quel giorno lì, un mercoledì d’esami.
«Una ragazzina ha pure avuto il coraggio di dirle che siccome doveva andare in palestra aveva solo trenta minuti da dedicarle». Perbacco, ridotta a trenta minuti, chissà che trauma, speriamo che prima o poi possa riprendersi, e che questa che va in palestra abbia il 41 bis che merita.
«Come mamma sono profondamente addolorata». Come mamma e come proprietaria di cane, che continua a guaire in sottofondo, a guaire e a schiacciare una pallina, acciocché noi capiamo che è un pezzo comico, noi felici pochi che abbiamo ancora il senso del tono, mentre i commentatori lieti d’accodarsi alla dolenza giurano che verranno loro in Veneto a festeggiare Matilda, una quattordicenne mai vista (chissà se c’è qualcuno così ottimista da pensare si chiami così perché la mamma da giovane ascoltava “Tom Traubert’s Blues”).
«Trovo che sia profondamente umiliante, doloroso ritrovarsi da soli in un giorno così importante». Martina: è un cazzo di compleanno, una cosa che succede tutti gli anni per tutta la vita, meno importante non potrebbe essere. Certo, magari può percepirlo importante Matilda che ha quattordici anni, ma tu Martina ne hai più di quaranta, tu non hai più scuse per non essere adulta, a te andrebbe tolta la potestà genitoriale, e questo è ovvio dai video successivi.
In cui dici che tua figlia è molto sollevata dalla gentilezza degli estranei (non lo formuli così perché, Martina, della tua appartenenza alla mozione Blanche DuBois sei del tutto inconsapevole). Tu stai diseducando una quattordicenne convincendola che i cuoricini degli estranei siano equivalenti alla capacità di costruire rapporti reali, e che non ci sia niente che non vada in lei. Certo che c’è qualcosa che non va: nessuno dei suoi compagni di scuola se la fila, credi che il suo non essere miss popolarità possa dipendere da altro che dal suo carattere? Poi magari da grande si rivelerà un genio dell’astrofisica e che non sia simpaticissima diventerà irrilevante, ma a quattordici anni farsi benvolere dai coetanei è tutto ciò che le è richiesto.
Qualcuno ha provato a dirtelo, nei commenti, e tu – nei video successivi, ché non ti par vero aver trovato consenso cuoricinante e farne format: are they the assholes? Of course they are – rispondi che non esistono ragazzini antipatici. Benissimo. Prima abbiamo eliminato la dicibilità della bruttezza, con ognuna che è bella a modo suo nelle linee-guida che c’illudiamo di poter fornire al mondo (ovviamente le ragazzine così illuse si sono precipitate ad accendersi una telecamera in faccia e sono state vieppiù devastate a ogni «brutta cessa» che hanno ricevuto nei commenti: complimenti, avete fatto un lavorone nel crescerle). Adesso oltre che tutte belle sono anche tutte simpatiche. Non ha invitato tutta la classe, risponde Martina a chi rimprovera inviti indifferenziati: «Quelli con cui si trova». Nessuno dei quali è andato. Pensa quelli con cui non si trova.
«Mi rendo conto che l’egoismo, la mancanza di uno spirito dentro al cuore, di empatia, non esiste più tra i ragazzi». Chissà cosa volevi dire, Martina, persa tra le doppie negazioni, ma comunque determinata a infilarci quella parolina magica che è «empatia»: empatizzo col fatto che tu compia gli anni, li compio ogni anno anch’io, è una discreta rottura di coglioni ma per fortuna poi diventiamo grandi e ce ne dimentichiamo, o almeno così avveniva fino alla generazione dei nostri genitori, questi ritardati che a cinquanta ancora si fanno tirare le orecchie e cantare “Tanti auguri a te”, che gente imbarazzante.
Nel suo italiano traballante, Martina a un certo punto chiede della figlia «Se lo merita? No, perché è una ragazzina ricca». Intende che ci si può sottrarre solo ai compleanni dei poveri? Intende che è ricca di qualità interiori che quei mostri dei suoi compagni di scuola faticano a vedere? Chissà. Io come prima cosa ho dubitato: fossi ricca, Matilda, i quattordicenni ai tuoi compleanni ci verrebbero, avresti la piscina e verrebbero da te non solo per il compleanno ma pure gli altri giorni.
Ho compiuto i quattordici anni in collegio, è l’unico compleanno di cui ricordi il collasso organizzativo. Andò così: mia madre mi telefonò e mi disse che mio padre nei giorni in cui avrei compiuto gli anni voleva andare a un congresso in Sardegna, e io non dovevo dirgli che volevo tornare a Bologna quel weekend a festeggiare il mio compleanno altrimenti ci sarebbe rimasto male (mia madre non ha mai lavorato un giorno in vita sua, e come tutte le mantenute aveva come principale impegno assecondare quello che la manteneva).
Io dissi va bene, torno il fine settimana prima, poi però – siccome avevo i quattordici anni di Matilda – la settimana dopo pensai che potevo cambiare idea, dissi che volevo di nuovo tornare dai miei amici per il giorno giusto del compleanno. Venni liquidata come si liquidavano le quattordicenni quando esistevano le età: come una che fa i capricci.
Mi sono venduta centinaia di volte questa storia per dire che genitori di merda fossero i miei, ma adesso penso che la definizione di genitore di merda sia cambiata a un certo punto di questi quarant’anni: noi, per una madre che fa una pubblica lagna per la nostra impopolarità, ci saremmo nascosti sotto il letto e non saremmo mai più usciti. Certo, è vero che non esistevano i telefoni con la telecamera e le occasioni di coprirsi di ridicolo erano per i nostri genitori più rare, ma insomma non conosco nessuno della mia età che non sarebbe morto di vergogna per un numero del genere.
Adesso che abbiamo l’età che avevano i nostri genitori quand’eravamo adolescenti, c’è una ginecologa su Instagram che fa i video con la figlia per spiegare alle giovani pazienti come farsi il bidet. La figlia mi sembra lievemente imbarazzata, ma non sta morendo di vergogna come sarebbe successo a noi, non si rifiuta sotterrandosi come avremmo fatto noi. Forse non solo le sembra normale che sua madre le accenda una telecamera in faccia esortandola a partecipare a un’opera divulgativa circa il lavarsi il culo, me non le pare neanche offensivo appartenere a una generazione che si ritiene abbisogni del tutorial per lavarsi il culo.
Come sono felice d’essere stata piccola in un’epoca in cui anche i genitori più disturbati, quelli toccati in sorte a me, erano, in confronto ai genitori miei coetanei, bastioni di sanità mentale. Adulti che le date dei compleanni manco se le ricordavano. Adulti per cui i loro weekend al mare erano più importanti delle candeline. Adulti che del lavarsi il culo non parlavano in pubblico. Adulti: ve li ricordate?