Se un merito va indubbiamente riconosciuto alla Flotilla, è quello di avere puntato il faro più potente su una tragedia umanitaria che si trascina da due anni nell’inazione imbelle del mondo. Era questo il vero obiettivo (perché soltanto un ingenuo poteva pensare di raggiungere indisturbato le coste di una zona di guerra e procedere tranquillamente alla distribuzione degli aiuti, con il beneplacito della potenza occupante) ed è stato clamorosamente raggiunto. Grazie anche, aggiungiamo, all’inevitabile (prevedibile, previsto) intervento israeliano che ha posto fine alla missione (fortunatamente senza che nessuno si sia fatto male, ma se fosse accaduto l’effetto sarebbe stato ancora più forte). Peccato che la luce di quel faro abbia accecato molte menti, impedendo di capire perché è stato necessario accenderlo.
Intanto, la conseguenza immediata è che le piazze di tutto il mondo (quanto meno, del bieco mondo occidentale colonialista e imperialista) si sono riempite di masse e di sdegno finalmente unanime e coinvolgente, non più confinato alle avanguardie ideologicamente prevenute dei propal in servizio permanente effettivo. Si è parlato, a ragione, di risveglio collettivo, ribellione morale di un popolo che si riprende la scena per sopperire alla latitanza della politica.
La situazione nella Striscia di Gaza era diventata intollerabile non solo per i suoi abitanti ma per tutto il mondo civile, indipendentemente dalle personali vedute sull’infinito conflitto israelo-palestinese – e lasciamo pure da parte le polemiche strumentali sui disordini che hanno guastato le manifestazioni pacifiche, perché purtroppo certi disordini accompagnano sempre le manifestazioni di massa e una minoranza di facinorosi non inficia le buone cause.
E però. Se a Gaza si è arrivati a tanto, tanto orrore, tanta devastazione, non è che un po’ di colpa – solo un pochino, eh, oltre a quella atavica e consolidata del perfido giudìo – sia anche di chi fin dall’inizio si è unilateralmente, ossessivamente, fanaticamente schierato (non tanto per i poveri gazawi, quanto) contro Israele?
Fin dall’indomani del 7 ottobre 2023, la data impronunciabile pena scomunica, ignorata totalmente allora e rimossa in seguito (controllare, per credere, nei profili social che da due anni tambureggiano con un profluvio di post propallanti: uno per tutti, quello della portavoce italiana della Flotilla, Maria Elena Delia), salvo spuntare nella manifestazione romana di sabato (con grave danno d’immagine per la manifestazione stessa) su uno striscione in cui veniva esaltata come “giornata della resistenza palestinese”, comparso in mezzo ad altri inneggianti a Hezbollah e Hamas.
Fin dal 7 ottobre, settecento giorni e sessantamila morti fa, si è gridato al genocidio (poi effettivamente perseguito, almeno da una componente della leadership israeliana che nel clima di feroce contrapposizione ha tratto vigore per il proprio scellerato oltranzismo). Si è identificata l’idea di Israele con lo stato di Israele, e lo stato di Israele con il suo governo.
Si è equiparato il sionismo al nazismo (senza sapere chi fosse Theodor Herzl), si è coniato il vomitevole termine “nazisionista” (dimenticando che alleato del nazismo fu negli anni Trenta il palestinese Muhammad Amīn al-Husaynī, gran muftì di Gerusalemme, mentre nella guerra al nazifascismo notoriamente si distinse la Brigata ebraica; cose passate, si dirà, le cose cambiano: sì, ma l’uso smemorato delle parole cambia la percezione della realtà). E lo stigma è stato applicato non soltanto a Netanyahu e ai suoi accoliti, ma anche a tutti coloro che si sforzano di considerare la questione nei suoi complessi aspetti, senza condanne e assoluzioni preventive: nazisionisti anche loro e complici del genocidio.
E poi c’è il gran ritorno dell’antico slogan che accompagna la rivendicazione “Free Palestine” (d’accordo, ci mancherebbe), ossia “from the river to the sea”. Peccato che tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo, oltre alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, ci sia anche lo stato di Israele, di cui quindi è sottintesa la cancellazione. Come un tempo volevano all’unisono i paesi arabi, come oggi ancora invocano Hamas e l’Iran degli ayatollah. Quando è in gioco la propria stessa esistenza, c’è da stupire se la reazione è commisurata all’entità della minaccia, e poi nel clima di odio incessantemente alimentato, che rafforza le componenti suprematiste, degenera nelle atrocità che stiamo vedendo e che non possono lasciare nessuno indifferente?
Se anziché rivangare il passato, sospinti dall’assolutismo di un’etica della convinzione a senso unico, si fosse guardato al futuro; se anziché denunciare solo e faziosamente i crimini di Israele, della sua macchina bellica, dei suoi coloni fuorilegge e del governo che li sostiene e ne è sostenuto; se invece di premere soltanto su una parte si fosse provato a esercitare una forte pressione anche sull’altra, sul gruppo islamista che da vent’anni tiranneggia il popolo che dice di governare, forse non si sarebbe arrivati a tutto questo.
Se Hamas avesse rilasciato gli ostaggi civili israeliani e ceduto le armi, anziché votare la sua gente al sacrificio fino all’ultima goccia di sangue (perché, come hanno dichiarato i suoi leader, il sangue dei palestinesi giova alla causa palestinese), forse Netanyahu avrebbe continuato ugualmente il suo “lavoro”, come l’ha cinicamente chiamato la scorsa settimana al cospetto di Trump, però non avrebbe più avuto alcun pretesto.
Perché nelle nostre piazze – di noi italiani, europei, occidentali –, accanto alla fine del genocidio, non si è invocata la liberazione degli ostaggi, il riconoscimento reciproco, la vera pace? Perché si è incoraggiato in ogni modo, quotidianamente, indefettibilmente, l’oltranzismo di Hamas? A tanti, troppi, degli ostaggi non importa nulla: sono nazisionisti anche loro, o figli o amici o vicini di casa di nazisionisti, tutt’al più inevitabili vittime collaterali della sacra resistenza.
Non li si può neanche nominare, e se li si nomina, come ha sperimentato la scorsa settimana il sindaco di Reggio Emilia Marco Massari, sia pure dopo aver messo in chiaro che l’eccidio del 7 ottobre non giustifica la reazione sproporzionata che è seguita, si incorre nei fulmini di una platea che non vuole neppure sentir parlare del loro rilascio come condizione per la cessazione delle ostilità, ma si è scatenata appena ha udito la parola nazisionisticamente sospetta, “ostaggi”.
Respingono sdegnosamente l’accusa di antisemitismo, e vogliamo credergli. Di più, possiamo aggiungere che non sono neppure in primo luogo nemici di Israele: sono nemici dei palestinesi.