Se le parole sono generiche L’iniziativa degli eurodeputati Pd per tutelare l’aceto balsamico

Gli Italiani non ci stanno: vogliono il monopolio sulla miscela di aceto di vino e mosto concentrato rettificato privi di qualsiasi origine

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Con l’emendamento 652, Stefano Bonaccini, Dario Nardella, Camilla Laureti (volenterosi eurodeputati del Pd, capitanati dall’emilianissimo presidente del partito), lo scorso 14 maggio 2025, chiedono di modificare l’articolo 1, comma 1, punto 8 c del regolamento 1308/2013, che stabilisce la definizione di aceto a livello europeo.

I deputati Pd propongono che il nome aceto sia usato per un prodotto derivato esclusivamente dalla successione della fermentazione alcolica e acetica, da liquidi di origine agricola. Esso dovrà sempre essere seguito dall’indicazione della materia prima grezza e, salvo che si voglia indicare una forma di aromatizzazione, ogni altra indicazione in etichetta sarà vietata.

Naturalmente, quando la parola “aceto” dovesse ricorrere in una Dop o Igp, l’uso della parola seguirà le regole di quello specifico disciplinare di produzione, anche derogando a quanto appena scritto.

Che cosa significa questa proposta in pratica? Per capirlo bisogna fare un piccolo passo indietro.

Nel 2009 l’Italia ha ottenuto la Igp per il suo Aceto Balsamico di Modena: un prodotto realizzato mescolando aceto di vino e mosti cotti e/o concentrati, eventualmente colorato con caramello, senza alcun legame necessario con le terre emiliane che il nome della città estense suggerisce. Infatti, né i mosti, né l’aceto né il caramello debbono essere prodotti in zona e nemmeno in Italia. Possono esserlo, certo, ma non esiste alcun obbligo in merito.

Comprando ottimo mosto concentrato in Spagna ed eccellente aceto di vino in Bulgaria, purché derivanti dalle varietà di uva prescritte dal disciplinare, basta mescolare e far «invecchiare per ben sessanta giorni nelle province di Modena e Reggio Emilia» perché succeda il miracolo: la mescolanza diventa Igp e può fregiarsi del nome geografico di Modena, esattamente come l’aceto balsamico tradizionale, che deve essere prodotto esclusivamente con mosto locale, attraverso un processo che non dura meno di dodici anni.

Quando l’Italia ottenne la Igp per questo prodotto (che era nato il 3 dicembre 1965 con un decreto ministeriale), la Commissione Europea scrisse nero su bianco che la Igp italiana non avrebbe in alcun modo impedito di usare le parole “aceto” e “balsamico” ma avrebbe protetto contro le usurpazioni la dicitura integrale “Aceto balsamico di Modena”. Le parole generiche, recitava il decimo punto del preambolo, non potevano trovare tutela, perché già in uso all’epoca in diversi Paesi europei per indicare condimenti agrodolci.

Gli Italiani portarono a casa la Igp e fecero finta di non saper leggere il decimo considerando, iniziando da subito una pratica tanto costante quanto infondata di affermazione della propria esclusiva non solo su “aceto balsamico di Modena”, ma anche sulle parole “aceto” e “balsamico”, usate senza alcun riferimento geografico.

Un produttore tedesco, nel 2018, riuscì a portare all’attenzione della Corte europea di giustizia questa pratica fortemente temeraria degli Italiani e la sentenza Balema, nel dicembre 2019, si è fatta carico di ribadire che “aceto” e “balsamico” sono parole generiche, usate in molti Paesi europei per definire condimenti agrodolci. Addirittura, la categoria “aceto balsamico” risulta normata tecnicamente in Spagna e Grecia, mentre di recente analoghe categorie sono state richieste, per i propri produttori, da Slovenia e Cipro.

Il piatto però è troppo ricco, l’opportunità vagheggiata di essere gli unici a poter usare la dicitura “aceto balsamico” esercita un’attrazione fortissima sui produttori di questa che è tra le cinque indicazioni geografiche italiane di maggior successo al mondo. E allora si trova sempre qualche solerte eurodeputato disposto a farsi portatore di un emendamento apparentemente tecnico e addirittura chiarificatore, ma che in realtà punta a far rientrare dalla finestra ciò che la Corte Europea di Giustizia ha già sancito non essere un diritto degli italiani.

Se l’emendamento dei tre moschettieri dell’ABM dovesse passare, solo chi ha un disciplinare per una Dop o Igp potrebbe parlare di “aceto balsamico”, perché in questa dicitura non è specificata la materia prima grezza e perché, sempre secondo l’emendamento, dopo l’indicazione della materia prima grezza, nessuna ulteriore indicazione sarebbe ammessa. Quindi, addio anche all’“aceto balsamico di uva appassita” come si produce in Spagna.

C’è da sperare che il resto del mondo produttivo europeo ottenga dai propri rappresentanti una reazione semplicemente fondata su diritto e giustizia a questa hybris tricolore, ma nel frattempo da consumatori non possiamo non chiederci se non sia qualcosa di poco comprensibile dedicare sempre maggiore insistenza nell’attuare protezionismo in favore di Igp che non hanno nessun legame necessario con le filiere agricole Italiane, ma rappresentano semplicemente colossali interessi di business industriale.

Cui prodest lo si capisce anche troppo bene. Si capisce meno bene lo zelo degli eurodeputati Pd.

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