Teresa aveva sedici anni, che quando non ne hai ancora compiuti quindici sembrano tantissimi, era bionda, era spagnola, e parlava bene italiano. La incontrai in un college a Canterbury nell’estate dell’87, le chiesi se avesse studiato italiano a scuola, lei disse di sì ma che non era servito a niente, «poi l’anno scorso sono stata tre mesi a Londra e ho imparato l’italiano».
Ci sono ancora italiani che la cosa che Teresa aveva capito quasi quarant’anni fa – che a Londra sono tutti italiani – non si arrendono ad accettarla. Parlano in italiano tra di loro convinti che intorno a loro nessuno li capisca.
A Earl’s Court salgono madre e figlio, lei avrà la mia età, lui una ventina d’anni. C’è un unico posto a sedere, la mamma mi si siede di fianco e messaggia qualcuno su che lavoratore indefesso sia il marito, finché lo scarrafone in piedi, con pantalone ad arbasiniana vita bassa ed elastico della mutanda bene in vista, non richiede la sua attenzione.
Ma tu stai lì? E papà viene? Penso sia un colloquio di lavoro, ormai tutti quelli che li organizzano si lamentano che gli scarrafoni della generazione con una forma diversa di intelligenza si presentino accompagnati dai genitori. Ma poi Scarrafone chiede come pagherà, Mammà dice hai la carta, Scarrafone dice che prendono solo contanti, Mammà dice che problema c’è, faccio un bancomat.
È un medico? Scarry è il corrispondente maschile delle ragazze che vanno dal ginecologo con la mamma? Sono dunque italiani gli ultimi che abbiano fiducia nella sanità inglese sempre più al collasso? Ma poi Scarry le porge il telefono, per far vedere a Mammà lo scopo della loro trasferta. Un cuore e una rosa tra i rovi con tre coltelli che non ho capito se ammazzino il cuore o taglino i rovi (ma per quello non sarebbero meglio delle cesoie?): Scarry sta andando a tatuarsi. Coi soldi di Mammà.
Mammà non prova neanche a dire che tatuarsi è roba da tamarri (figuriamoci, saranno venuti a Londra apposta, andranno da qualcuno considerato il migliore da TikTok, tipo), ma gli chiede come mai abbia scelto il polpaccio, secondo lei quella mostruosità (scusate: quello splendore) starebbe meglio sul braccio. Scarry dice che non può sporcare le braccia. Oddio, di lavoro farà il modello per una marca di canottiere? Non mi sembra belloccio abbastanza, ma si sa che la moda ormai è inclusiva.
Scarry non sa dove devono scendere, pensa che la loro fermata sia Covent Garden, ma Mammà ha controllato lei, perché quando hai un figlio cui devi pagare il tatuaggio mica puoi pretendere che lui sappia dove sta quello cui dare dei soldi, mica puoi pretendere usi le mappe gratuite sul telefono che tu gli paghi: gli dice che la loro fermata è Piccadilly. Mammà chiede a che punto siamo, essendo lui in piedi vede i nomi delle fermate fuori dal finestrino. Siamo a Knightsbridge. Lui lo pronuncia Kingsbridge, perché i ventenni ormai sono tutti poliglotti, ma non abbastanza da saper distinguere un cavaliere da un re.
La mostra su Maria Antonietta – intesa come moglie decapitata dell’erede al trono di Francia, non come concorrente del primo “Grande fratello” – al V&A è iniziata il 20 settembre, finisce a fine marzo, e attualmente i primi biglietti disponibili sono per il 29 dicembre. Sono anni che applico uno studio matto e disperatissimo al tentare vanamente di capire perché il cittadino di questo secolo, di questo secolo imperturbabilmente ignorante, di questo secolo in cui non c’è analfabeta che non abbia almeno un PhD, di questo secolo in cui chi una volta avrebbe raccolto pomodori fa lavori che una volta avrebbe fatto il più intelligente della famiglia, perché questo popolo di ciucci sia un popolo di turisti culturali.
Ho studiato la pratica in file alla fondazione Louis Vuitton per Rothko, in mostre newyorkesi di Jeff Koons che parevano un film di Zalone, scrutando amiche che vanno nei musei con l’impegno e la costanza con cui andavamo nei negozi prima di iniziare a comprare tutto su internet. Ma solo davanti ai vestiti di Maria Antonietta, che non si riescono a guardare perché la folla ha comprato biglietti con mesi d’anticipo come fosse un concerto degli Oasis e ora quella folla sta tra me e gli oggetti esposti, e ci sta senza cantare “Wonderwall”, solo lì ho capito.
Certo, c’entra il fatto che viaggiare costi talmente poco che le 23 sterline con cui vai a vedere Maria Antonietta non pesano, perché il biglietto aereo probabilmente l’hai pagato non molto di più: il tatuaggio di Scarry costa senz’altro più del Roma-Londra con cui Mammà l’ha portato a farselo. Nel secolo in cui più ci lamentiamo di quanto siamo poveri, affoghiamo nel benessere.
L’altro giorno Janan Ganesh, l’elzevirista a più alta densità di idee interessanti tra quelli che mi accade di leggere, scriveva sul Financial Times che trentacinque anni fa «il sultano del Brunei non poteva soddisfare i propri desideri con l’immediatezza con cui può farlo oggi una persona dal reddito medio».
Certo, c’entra la globalizzazione: una volta andavi all’estero e facevi acquisti, mica c’era in ogni città italiana un punto vendita di Tiffany o di Nike, mica c’era internet, mica il commercio era a tua immediata e completa disposizione dal divano di casa. Oggi nelle vetrine di Londra vedi le stesse cose che trovi nel tuo quartiere, e qualcosa devi pur fare tutto il giorno, dopo essere arrivato lì con un volo che costa meno del taxi per portarti in aeroporto.
E certo, c’entra l’offerta: se a Bologna devi andare a guardare quelle che tirano la sfoglia – perché RyanAir ti porterà pure lì al costo dei soliti due lupini e un’oliva, ma poi la città non sa come intrattenerti – a Londra le attività culturali sono tantissime, e una mostra è meno impegnativa d’uno spettacolo a teatro, se non distingui un king da un knight.
«L’inquietante fotografia di Robert Polidori del bagno della regina a Versailles cattura uno spazio una volta intimo e ora carico di storia. Situata negli appartamenti privati della regina al piano terra, la stanza dà sul cortile di marmo del palazzo. Ironicamente, la regina ebbe poche opportunità di godersi il lusso di questo spazio, giacché i lavori furono completati solo nel 1789, l’anno in cui cominciò la Rivoluzione Francese».
Sotto la foto della vasca di Maria Antonietta (foto che non ha niente di inquietante, ma non cavilliamo), scattata nel 2006, ci sono queste sette righe con uso alanismorissettiano di «ironicamente». Sono meno lunghe d’una voce Wikipedia, Wikipedia che i vecchi arnesi come me s’ostinano a considerare un segno del declino dell’occidente e che invece è ormai un sofisticato strumento per patiti della complessità intellettuale.
Sono sette righe dalle quali il visitatore esce convinto d’aver studiato: ora sa che Maria Antonietta aveva una vasca, sa che ci fu la Rivoluzione Francese, sa persino in che anno cominciò. Ha, in cambio di sole ventitré sterline, la quantità di informazioni che cinquant’anni fa si sarebbe procurato guardando una puntata di “Lady Oscar”, e che ora gli servono in bocconcini premasticati, perché “Lady Oscar” durava venti minuti, che ormai sono uno sforzo pari a quello di leggere un libro, santo cielo.
Mi guardo intorno alla ricerca di Scarry e Mammà, che mi paiono il pubblico ideale di queste righe predigerite dalle quali uscire convinti d’aver dedicato un’ora alla cultura, ma non ci sono. Saranno ancora impegnati col tatuatore. In compenso ci sono loro omologhi che, anch’essi convinti che nessuno capisca l’italiano in un museo londinese, si chiedono a voce altissima con quale dei Luigi fosse mai sposata questa Maria Antonietta. Forse il quindici? Sì, è senz’altro lui, però c’è il wifi, controlla se l’intelligenza artificiale te lo conferma, subito dopo averti detto che è proprio un’ottima domanda.