A mano a manoLa vittoria di Maia Sandu, e la difficile marcia della Moldova verso l’Europa

Chișinău ha scelto di restare sul binario europeo, nonostante un apparato di influenza russa che spazia dal finanziamento illecito ai partiti all’uso della Chiesa ortodossa come strumento politico

LaPresse

Chișinău, Europa. È ormai una certezza, dopo che le elezioni parlamentari del 28 settembre hanno incoronato per la seconda volta consecutiva, con il 50,2 per cento, il partito europeista di centro-destra Pas (Partito Azione e Solidarietà), l’unico tra i contendenti con un’agenda genuinamente pro-Ue. Come spesso accade dal 1991, anno dell’indipendenza della Moldova dall’Urss, sono state elezioni sofferte per via della perenne ingerenza russa, ma che danno alla formazione della presidente Maia Sandu un buon margine (55 deputati su 101) per governare nuovamente da sola, sebbene con otto seggi in meno rispetto al 2021, e proseguire le riforme necessarie all’adesione all’Unione europea entro il 2030.

«She did it. Congratulations, Moldova», twittava la sera del 28 settembre Oana Țoiu, la ministra degli Esteri della Romania. Il fattore Maia ha colpito ancora, aumentando la visibilità e il radicamento di Pas nei territori grazie a una campagna capillare che Sandu ha portato avanti nelle città e nei villaggi da vera missionaria. «Una donna di Stato, non una politica», afferma un analista di Bucarest. 

Dal 2020, anno della sua elezione, la presidente ha infatti trasformato il volto politico e internazionale di un paese che suscitava altrimenti poco interesse, se non per gli ottimi vini, e isolato a più riprese durante i governi filorussi, di segno opposto a Pas. Con altre donne politiche della sua generazione, tra cui l’ex premier estone Kaja Kallas, Sandu rappresenta il nuovo e la speranza politica dell’Europa orientale.
A farle da contraltare, la vecchia classe politica filomoscovita dell’ex presidente socialista Igor Dodon, principale leader sfidante del Bloc Patriotic, a queste elezioni arrivato al secondo posto solo con il 24,2 per cento dei consensi (ventisei seggi). Dodon, che nei giorni scorsi aveva annunciato manifestazioni a prescindere dal risultato, ha lamentato un’elezione truccata e annunciato contestazioni.

Passa la soglia del sette per cento per entrare in Parlamento anche la coalizione Bloc Alternativa di Ion Ceban, sindaco di successo di Chișinău, ma conquistando solo otto seggi, sotto le aspettative, forse per l’europeismo di facciata e per aver reclutato Aleksander Stoianoglo, ex socialista perdente delle presidenziali 2024. 

Nell’emiciclo entrano poi, con sei seggi ciascuno, anche il Partito Nostro del filorusso Renato Usatîi e il sovranista Democrazia a casa di Vitalie Costiuc, promosso dall’estremista romeno Gheorghe Simion, che così facendo ha scaricato l’Aur moldavo di sua stessa creazione. Ancora una volta, ciò che caratterizza tutti i soggetti entrati all’opposizione è la vicinanza a Mosca e i trascorsi, o presenti, finanziamenti illeciti da quella direzione.

A fronte di un’affluenza oltre il cinquantadue per cento (un milione seicentomila sui due milioni settecentosessantamila aventi diritto), a votare sono state soprattutto le donne con il cinquantaquattro per cento, dieci punti più degli uomini, e la fascia d’età tra i trentasei e i quarantacinque anni. Contrariamente alle presidenziali, quando su scala nazionale c’erano voluti i voti dei seggi esteri per la vittoria di Maia Sandu, questa volta i filoeuropeisti di Pas hanno staccato il Bloc Patriotic sin dai primi conteggi. Nel mirino della disinformazione russa, i moldavi all’estero hanno scelto il partito di governo con il settantanove per cento. Nella Gagauzia, territorio autonomo governato da Evghenia Guțul, condannata di recente per finanziamenti al partito dell’oligarca Ilan Șor, come da tradizione la quasi totalità ha scelto i filorussi. Caso diverso è la Transnistria, dove solo il cinquantuno per cento ha votato per il Bloc Patriotic, mentre il trenta per cento ha preferito il partito della presidente. Si conferma così una tendenza interessante riscontrata al referendum sull’Ue del 2024, quando il quaranta per cento votò per il Sì.

Le elezioni del 2024, caratterizzate da attacchi cibernetici di matrice russa senza precedenti, hanno insegnato molto alla giovane democrazia moldava, che questa volta si è dotata di strumenti ad hoc per respingerli. Nella notte prima delle elezioni, il nuovo Servizio per la tecnologia dell’informazione e la sicurezza cibernetica aveva identificato sedici milioni di attacchi alla piattaforma della Commissione Elettorale Centrale, ai sistemi governativi di servizi cloud e presso alcuni seggi esteri. Gli attacchi avvenivano sotto forma di sessioni simultanee generate ad hoc «per simulare traffico reale e aggirare i sistemi di protezione, introdurre codici maligni nelle banche dati e malware presso le postazioni di voto». Per limitare i danni, il Servizio ha dovuto bloccare temporaneamente quattromila siti nazionali.

Gli attacchi avvenivano sotto forma di sessioni simultanee generate ad hoc «per simulare traffico reale e aggirare i sistemi di protezione, introdurre codici maligni nelle banche dati e malware presso le postazioni di voto». Per limitare i danni, il Servizio ha dovuto bloccare temporaneamente quattromila siti nazionali.

Ma lo spazio cibernetico non è stato l’unico campo di battaglia dell’ingerenza esterna. Già in estate, il premier Dorin Recean aveva denunciato pubblicamente un vero e proprio “assedio russo” al processo elettorale, accusando Mosca di disinformazione sui social e tentativi di manipolazione tramite la compravendita di voti della rete di Șor, smascherata dalle inchieste della testata Ziarul de Gardă (già dal 2024, con nuove inchieste nel 2025) e della Bbc.

Non solo: come già accaduto prima delle presidenziali, la polizia ha scoperto l’esistenza di una rete Telegram che ha reclutato un centinaio di ragazzi destinati a programmi di addestramento organizzati dai servizi speciali russi (Gru) in Serbia. Molti di loro erano affiliati ai partiti di Ilan Șor. Venivano pagati seicento euro a settimana e addestrati per provocare disordini il giorno del voto. «Alcuni non sapevano esattamente dove sarebbero arrivati una volta in Serbia, gli era stato detto che avrebbero visitato obiettivi religiosi. Tuttavia, hanno accettato di partecipare in cambio di denaro», dice Alexandru Musteață, direttore del Servizio di Informazione e Sicurezza moldavo (Sis).

L’azione di destabilizzazione somiglia a quanto preparava in Romania il gruppo di mercenari di Călin Georgescu guidato da Corneliu Potra. Con la differenza che Bucarest aveva reso tutto noto solo dopo le elezioni, mentre Chișinău lo ha svelato in tempo reale, con il capo della Polizia in diretta tv su Euronews. Nei mesi antecedenti il voto, le forze dell’ordine hanno svolto centinaia di perquisizioni, arrestando decine di persone. Non è ancora noto in che misura sia stata coinvolta la Chiesta ortodossa moldava, subordinata alla Patriarchia di Mosca. Ma nelle elezioni del 2024 aveva fatto scalpore il caso dei cinquecento sacerdoti che, secondo un rapporto del Sis, erano stati invitati ad alcuni pellegrinaggi in Russia allo scopo di convincersi a promuovere candidati specifici, dietro un compenso di mille dollari.

Per contrastare e prevenire le manipolazioni, il governo moldavo ha organizzato campagne informative ed emendato la legge sui partiti politici, vietando la registrazione elettorale dei “partiti successori”, ovvero eredi di quelli dichiarati incostituzionali, come il partito di Șor. La Commissione Elettorale Centrale ha infatti escluso dalle elezioni diversi soggetti, anche per via di finanziamenti illeciti. Due di essi (i partiti Cuore della Moldova di Irina Vlah e Grande Moldova di Victoria Furtună, membro del Bloc Patriotic) solo un paio di giorni prima delle elezioni, cosa che ha suscitato perplessità presso gli osservatori internazionali Osce. Michael Gahler, europarlamentare tedesco a capo della delegazione del Parlamento europeo nella missione di osservazione, già durante il briefing aveva espresso preoccupazioni sulla democraticità e inclusività di tali misure.

È stata inoltre aggiornata la legge sui finanziamenti, consentendo i contributi pubblici e privati ma vietando quelli di terze parti, come fondazioni e associazioni religiose. Durante la campagna, ogni soggetto elettorale era tenuto a presentare un resoconto settimanale delle spese sostenute, che veniva esaminato dalla Cec.

La ciliegina sulla torta della strategia pre-elettorale del governo è stata l’estradizione dalla Grecia di Vladimir Plahotniuc il 25 settembre, oligarca accusato di organizzazione a delinquere, truffa, riciclaggio, nonché del famoso furto del milione di dollari del 2014 ai danni di alcune banche moldave. Il totale di accuse a suo carico sarebbe di trentanove milioni dollari in totale. Plahotniuc, noto anche come “Plaha” – questo anche il titolo di una popolare serie tv –, è l’incarnazione di un sistema corrotto fino al midollo, che il governo di Pas non è ancora riuscito a scardinare. Nonostante l’approvazione di una legge (solo a fine 2024) che permette alla Procura anticorruzione di indagare funzionari di alto rango, l’attuazione risulta difficoltosa. Per altro, un’altra legge ha reso le pene per alcuni reati di corruzione meno severe, il che pone degli interrogativi sul governo, accusato di un’eccessiva retorica europeista e di pochi risultati concreti.

Alcuni, come lo scrittore Vasile Ernu, puntano il dito sui conflitti interni al partito di Sandu, non scevro da comportamenti autoritaristici e irregolarità. Ma, in generale, un problema evidente durante la campagna sarebbe stato l’incapacità di tutte le forze politiche di affrontare temi scottanti come la povertà estrema, le forti disuguaglianze, la migrazione, lo spopolamento, lo scarso finanziamento della sanità pubblica e dell’istruzione, l’invecchiamento della popolazione.

I messaggi principali veicolati sono stati invece: integrazione nell’Unione europea, allineamento geopolitico e situazione economica interna. I partiti filorussi hanno cercato di convincere gli elettori che, invece dell’adesione all’Ue, sarebbe meglio che la Moldova entrasse nell’Unione doganale con la Russia. Lo gridava nei comizi per strada lo stesso sindaco della capitale Ceban, percepito solo un anno fa come un socialista europeista.

Alcuni messaggi elettorali hanno spaccato la società moldava. Maia Sandu ha tanti ammiratori quanti odiatori ed è stata oggetto di disinformazione e attacchi a tutti i livelli, così come la presidente della Cec, Angelica Caraman. Numerose sono state le intimidazioni nei confronti dei giornalisti, specie delle donne, che negli eventi pubblici vengono spintonate e insultate.

Non sono mancate le accuse dell’opposizione al governo uscente di Pas, accusato di essere in campagna già dal mese di maggio con l’iniziativa “Moldova poate” (La Moldova può), che non sarebbe altro che un’autopromozione su vasta scala di quanto realizzato dal governo in quattro anni, utilizzando risorse pubbliche.

La guerra in Ucraina ha provocato una crisi energetica, acuita dalla parte russa che a inizio anno aveva interrotto le forniture di gas, e aumentato le sfide alla sicurezza del paese. Ma i leader europei hanno dimostrato sostegno alla Moldova. Il 27 agosto, il presidente francese Macron, il cancelliere tedesco Merz e il premier polacco Tusk erano a Chișinău nel giorno della Festa nazionale, a significare la loro vicinanza, ma anche per confermare l’elevata considerazione di cui gode la presidente Maia Sandu. Quest’ultima è, ancora una volta, la chiave del successo di queste elezioni. Grazie a una comunicazione efficace e a un rapporto privilegiato con i cittadini, che in patria come all’estero la chiamano “la nostra Maia”, Sandu ha vinto per la terza volta consecutiva, convincendo con messaggi mirati a tre gruppi essenziali di elettori: i giovani, le donne e la diaspora. La sua popolarità è elevata anche in Romania, che invidia al suo vicino una presidente ormai percepita come una vera e propria leader internazionale.

Tutte qualità che saranno utili nei negoziati che la Moldova dovrà condurre con l’Unione europea. Il Paese ha compiuto degli sforzi enormi e ha completato lo scorso 22 settembre lo screening preliminare dell’Unione europea iniziato un anno fa, un esame dettagliato di ogni capitolo negoziale per valutare la conformità con l’acquis comunitario. La Commissione europea consegnerà un rapporto di screening agli stati membri, che decideranno all’unanimità sull’apertura dei negoziati di adesione. Nonostante le richieste delle autorità moldave di separare la propria candidatura da quella dell’Ucraina, per Bruxelles lo scorporo non è al momento in discussione, per via dei segnali negativi che Kyjiv potrebbe ricevere.

Inoltre, nonostante i Paesi siano tecnicamente pronti per iniziare i negoziati, l’Ungheria continua ad opporre un veto sul paese di Zelensky, accusato, tra l’altro, di non rispettare i diritti della minoranza magiara nella Transcarpazia. Inutile dire che questo ha un impatto sulla Moldova, Paese più piccolo e che può aderire in tempi rapidi con «uno sforzo minore» per l’Ue, come sottolinea l’europarlamentare romeno Siegfried Mureșan, capo della commissione di associazione Ue-Moldova. Anche la commissaria per l’allargamento Marta Kos ha una visione pragmatica in merito. Del resto, più Chișinău resta fuori dall’Ue, con la guerra alle porte, più sarà soggetta alla minaccia e alla potenziale invasione russa. Sarebbe un peccato frenarne le ambizioni, creando così un ulteriore motivo per le forze filorusse di attaccare il governo e cercare di recuperare la maggioranza politica.

Se il governo europeista finora ha fatto i compiti a casa, restano due ostacoli oggettivi per l’adesione: le unità territoriali autonomi di Gagauzia e Transnistria. Il prossimo passo del nuovo mandato sarà la reintegrazione della prima sotto la diretta amministrazione di Chișinău. 
Per quanto riguarda Tiraspol, nella conferenza stampa tenutasi dopo il voto, Maia Sandu ha dichiarato che la Moldova intende aderire all’Ue con tutti i territori. Tuttavia, «poiché la Russia ha ancora delle truppe illegali in Transnistria, c’è una seconda possibilità, ovvero aderire in due fasi», sul modello di Cipro, come sottolinea anche l’ex presidente della commissione europea Barroso. Oltre alle truppe di Mosca, la presenza del deposito di ventimila tonnellate di munizioni di Cobasna, che i russi non si decidono a svuotare, è un altro ostacolo non da poco.

X