
Soffia un vento diverso nei Paesi Bassi. È il respiro di un Paese che ha deciso di abbandonare la grammatica del populismo per riscoprire quella più sobria e ambiziosa dell’europeismo. Le elezioni legislative hanno portato almeno due sorprese, entrambe incoraggianti. La prima: non ha vinto il Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders, il tribuno dell’estrema destra che due anni fa aveva fatto cadere il governo promettendo di «liberare l’Olanda da Bruxelles». La seconda: il partito liberale Democraten 66 (abbreviato in D66) è il nuovo centro di gravità della politica nazionale.
D66 ha guadagnato dieci punti percentuali rispetto al 2023, un’enormità in un Paese abituato alla frammentazione. Con ventisei seggi, i liberaldemocratici pareggiano il Pvv di Wilders, ma con un capitale politico completamente diverso. In un sistema proporzionale con ventisette partiti in lizza e schede grandi quanto un foglio A3, l’impresa è tutt’altro che banale.
Nei sondaggi, D66 era dato leggermente indietro rispetto al Pvv e al principale partito di centrosinistra, Sinistra Verde e Laburisti (PvdA-GL). Il risultato definitivo si avrà soltanto oggi, dopo il conteggio degli ultimi seggi e dei voti dall’estero. Ma nessun altro grande partito intende allearsi con il Pvv, quindi è molto probabile che la prossima coalizione abbia i liberaldemocratici al centro, e che il loro leader, Rob Jetten, sia incaricato di formare il governo.
Ex ministro del Clima e dell’Energia, Jetten è il vero vincitore di queste elezioni grazie a una campagna elettorale ottimista e ambiziosa, sempre positiva, molto lontana dal linguaggio disfattista da fine dell’impero che si sente negli ultimi anni in molti Paesi europei. Il suo programma elettorale è stato ben sintetizzato nello slogan «Het kan wél» – traducibile come «è possibile» o «si può fare», sulla falsariga dello «Yes we can» usato da Barack Obama nel 2008.
L’ottimismo di Jetten non è solo una postura, è un’idea politica che guarda al futuro e sembra cucita su misura per lui. A trentott’anni Jetten potrebbe diventare il primo premier olandese dichiaratamente omosessuale e il più giovane dalla Seconda guerra mondiale. Energico, comunicativo, sempre a suo agio in tv e sui social, ben disposto a mostrarsi anche in ambienti poco istituzionali: a settembre ha partecipato al programma tv “De Slimste Mens” (“La persona più intelligente”) e si è lasciato fotografato per una rivista sportiva mentre correva allegramente davanti all’ufficio del primo ministro Dick Schoof all’Aia.

Negli ultimi anni Jetten ha lavorato molto sulla sua immagine e sulla sua retorica: «Sono diventato molto più canuto e ho molta più esperienza», dice lui. Ma non solo. Nei primi anni di carriera era visto come il tipico tecnocrate europeo, giovane, molto preciso, poco carismatico, così legnoso da essere soprannominato “Robot Jetten”. Aveva l’aria dello studente modello, o del nerd, perfetto per i Paesi frugali del Nord Europa.
In fondo, Jetten è cresciuto in provincia, ha lavorato come manager presso la rete ferroviaria nazionale ProRail prima di dedicarsi alla politica e di incontrare il suo compagno, l’argentino Nicolás Keenan, giocatore di hockey su prato. È entrato in Parlamento a trent’anni e ha costruito la sua leadership gradualmente all’interno di un partito che da sempre fa del pragmatismo europeista la propria cifra.
Oggi quella rigidità da burocrate è stata trasformata in disciplina, la timidezza in affidabilità. La sua campagna elettorale è stata un esercizio di ottimismo civico, un richiamo alla responsabilità e alla fiducia, in netta controtendenza rispetto alla retorica della paura che domina molti Paesi europei. Nel suo programma promette centomila nuove abitazioni all’anno – un tema molto sentito in un Paese che secondo le stime avrebbero bisogno di circa quattrocentomila alloggi in più –, una pubblica amministrazione più snella, politiche di accoglienza più chiare e rigide.
A differenza di molti leader della sinistra non ha mai avuto paura di sembrare nazionalista, come quando ha rivendicato il valore della bandiera dei Paesi Bassi, quella stessa bandiera che un paio d’anni fa i contadini in protesta avevano esibito al contrario in segno di protesta: «Siamo un Paese straordinario, e possiamo renderlo ancora migliore», ha detto la notte elettorale.
Oggi il suo successo è ancora più evidente nel confronto con Wilders, volto rabbioso di un nazionalismo che sembrava inarrestabile. Mentre il leader del Pvv agitava lo spettro dell’uscita dall’Unione europea, Jetten parlava di un’Europa più forte, più integrata, capace di liberarsi dei suoi meccanismi più anacronistici per essere competitiva con le grandi potenze globali. Parlando a Politico dopo il voto ha detto: «Dobbiamo smettere di dire “no” di default e iniziare a dire “sì”, a fare di più insieme». In un continente attraversato dalla paura, la sua è una rivoluzione semantica: l’Europa come antidoto al populismo. È un atteggiamento che a Bruxelles hanno accolto come un balsamo dopo anni di retorica aggressiva e politiche sovraniste. Per anni i Paesi Bassi sono stati considerati il laboratorio dei populismi moderni: oggi potrebbero tornare a essere quello dell’europeismo pragmatico.
D66 fa parte della famiglia politica europea di Renew, la stessa dei riformisti italiani e dei liberaldemocratici francesi di Emmanuel Macron. È un partito europeista, moderato, storicamente progressista sulle questioni sociali – soprattutto ambiente e welfare – e liberale in economia. Ultimamente si è spostato su posizioni di centrodestra per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti. «Abbiamo dimostrato che è possibile sconfiggere i movimenti populisti e di estrema destra», ha detto ai suoi sostenitori dopo il voto. È un messaggio ai Paesi Bassi e a tutta l’Europa: è la conferma che il populismo sovranista può essere battuto con una politica seria, chiara, pragmatica; non con l’indignazione, tanto meno con un populismo uguale e contrario.
Come sempre nei Paesi Bassi, però, la vittoria elettorale è solo un punto di partenza. Per governare servirà una coalizione da settantasei seggi: un puzzle che potrebbe aver bisogno di molti pezzi, dai cristiano-democratici ai liberali del Vvd, dai laburisti-verdi ad altri piccoli partiti di centro. Jetten lo sa bene, e sa che la politica del suo Paese vive di compromessi. Ma proprio qui sta la sfida: dimostrare che il compromesso non è una resa, bensì la forma più matura della politica liberale. Una coalizione di governo deve essere come una grande tenda in cui partiti diversi, con idee e proposte di ogni tipo, si incontrano e dialogano. In ogni caso sarà un’operazione lunga e complessa: in passato i negoziati sono durati anche diversi mesi.
In un continente che oscilla tra la rabbia e la rassegnazione, Jetten incarna l’idea che la moderazione non è debolezza ma coraggio: il coraggio di non gridare, di non semplificare, di non cedere alla paura. Sconfiggere il populismo, oggi, è possibile.