Doppio azzardoIl referendum sulla giustizia agita i partiti, ma tutti fanno finta di niente

Sul voto di primavera, il Pd deve scegliere tra il principio garantista e la sua linea politica, mentre il governo deve decidere se trasformarlo in un test sul suo operato. Meloni e Schlein studiano come far male all’altra senza farsi troppo male da sole

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Bel dilemma: valutare il merito o le conseguenze politiche? Già corre nelle chiacchiere e sui cellulari la domanda: «Ma tu come voti al referendum?». Non siamo (ancora) all’ennesimo psicodramma della sinistra – o meglio, della sinistra riformista perché la sinistra senza aggettivi coniuga la battaglia al governo con quella pro-magistratura – ma le premesse ci sono tutte.

Gli storici garantisti del Pd o di area Pd non hanno dubbi, al referendum di primavera sulla separazione delle carriere dei magistrati (ieri approvata definitivamente al Senato) voteranno Sì, è una battaglia storica dei riformisti che, come ha ricordato Claudio Petruccioli, in diversi momenti era di tutto il Partito democratico, addirittura aveva spazio nel Pds-Ds. Si tratta di una questione di sistema importantissima: «Da trentotto anni la mia idea è sempre la stessa: se si adotta un codice di procedura penale di tipo accusatorio allora ne deve conseguire la separazione delle carriere tra la magistratura inquirente e quella giudicante». Che è poi la premessa della famosa terzietà del giudice a garanzia del cittadino imputato e via dicendo: antica battaglia garantista. Un colpo allo strapotere dei pm.

Oggi lo dice pure Antonio Di Pietro, uno che di strapotere se ne intendeva. I riformisti storici di “Libertaeguale” sono su questa linea. Ma per esempio un riformista come Giorgio Gori ha molti dubbi. Ha spiegato in un articolo sul Dubbio che i passaggi da una carriera all’altra sono rarissimi, specie dopo la riforma Cartabia, il problema della giustizia non è dunque questo, per cui voterà No. Walter Verini, già responsabile giustizia del Partito democratico, voterà anche lui No come indica il Partito democratico che non vuole «dare pieni poteri» alla premier.

Matteo Renzi ieri in Senato si è astenuto bollando la riforma Meloni-Nordio come «una riformicchia»: come potrebbe difenderla nelle urne, lui che peraltro non fa sconti alla presidente del Consiglio? Carlo Calenda invece ha votato a favore della riforma e la difenderà nelle urne.

In un certo senso, come il titolo del romanzo di Paolo Sorrentino, hanno tutti ragione: non si tratta certo della grande riforma della giustizia, ma di un pezzettino che è stato un simbolo di una più generale battaglia antigiustizialista, solo che quella battaglia stavolta se la sono intestata Giorgia Meloni e Matteo Salvini, due che con il garantismo c’entrano come il giorno con la notte.

E poi come sanno tutti la questione è politica: se il referendum verrà interpretato come una battaglia campale sul governo, il Sì sarà un voto a Meloni e il No un voto alle opposizioni (tranne Calenda).

Un antipasto delle politiche. Dipende da come sarà il contesto politico in cui cadrà la battaglia referendaria, come la imposteranno la presidente del Consiglio e Elly Schlein. Quest’ultima ieri ha lanciato un segnale alla sua avversaria: Meloni «se perde il referendum non c’è bisogno che si dimetta perché la manderemo a casa noi. Se mi dimetto io in caso di sconfitta? Mi dovrà sopportare ancora a lungo». Come a dire: nessuno si faccia male. Un tentativo di gentlemen’s agreement. Che però mal si concilia da un lato con l’allarme democratico ribadito ieri dalla stessa leader del Pd e dall’altro con la nuova guerra melonian-salviniana ai giudici dopo il no della Corte dei Conti al Ponte sullo Stretto. Anche per Giorgia&Elly il dilemma è se forzare o no. Se rischiare, per stravincere, di farsi male. Il caratterino di entrambe suggerirebbe che faranno a testate, ma la politica forse consiglierà loro di non osare.

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