Teavolution Il matcha conquista il mondo ma perde la sua ritualità

L’aumento della domanda globale spinge la produzione del tè giapponese ai limiti e trasforma un rito collettivo in un consumo standardizzato

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Si chiamava esotismo l’interesse per culture e usanze provenienti da Paesi lontani e diversi da quelli d’origine. Nato nell’Europa del diciannovesimo secolo, in pieno Romanticismo, era uno sguardo costruito, filtrato, spesso idealizzante. L’altrove diventava un contenitore di autenticità e purezza perdute, uno specchio in cui l’Occidente proiettava desideri e fantasie più che realtà. Due secoli dopo, la logica non è cambiata; ma il mercato sì. Prodotti che arrivano da contesti culturali diversi sono caricati di significati aggiuntivi, in base alla propria capacità di attrarre i consumatori. Il matcha, tè verde in polvere la cui storia ha attraversato secoli e continenti, è l’ultimo esempio del romantico modo di astrarre le tradizioni oltreoceano.  

Nato nella Cina della dinastia Tang, deve la sua diffusione al monaco buddhista Eisai Myōan che piantò alcuni esemplari di Camelia Sinensis a Uji, vicino Kyoto. Nello stesso periodo scrisse il primo trattato giapponese in materia, “Rimanere in salute bevendo tè”, dove elencava le buone ragioni per consumare il matcha. Le sue proprietà, infatti, consentivano ai monaci di mantenersi lucidi durante la meditazione. Da un (iniziale) circoscritto consumo, appannaggio di uomini di fede e classi sociali abbienti, il matcha finì per imporsi anche tra i Samurai durante il sedicesimo secolo. Fino ad arrivare ai giorni nostri, dove è spesso ridotto sotto l’etichetta globalmente riconosciuta di superfood

Una dicitura non completamente errata. Spiega Barbara Sighieri, esperta di tè e titolare di “Teiera eclettica” a Milano, che la tendenza ha preso piede negli Stati Uniti proprio per le proprietà benefiche della Camelia Sinensis. «Innanzitutto, si tratta di un tè verde, è naturalmente antiossidante. Ma in questo caso, le foglie non sono solo lasciate in infusione, vengono consumate bevendo il composto, questo consente alle persone di assumere tutte le componenti e i benefici che contengono». In secondo luogo, porta con sé il fascino di una cultura millenaria. Tutto nel matcha – dalla produzione al servizio – ha un tempo e un significato che difficilmente però riescono a esprimersi con la stessa naturalezza fuori dalla propria stagione.

Durante la primavera, le piante di Camelia Sinensis sono sistemate all’ombra per circa tre settimane in un modo che permetta loro di ricevere gradualmente sempre meno luce. Sighieri sottolinea che così le foglie si allungano verso l’alto alla ricerca della fonte di calore perduta e, nel frattempo, la clorofilla aumenta, permettendo loro di sviluppare un colore brillante che è quello caratteristico del matcha. Questo è anche il momento in cui si sviluppa una componente fondamentale: la L-teanina, un amminoacido responsabile della dolcezza e dell’umami (sapidità). Durante le prime settimane di maggio si passa alla raccolta della parte più giovane della pianta e si procede a bloccare la sua ossidazione enzimatica con il calore umido. Le foglie sono quindi vaporizzate per venti secondi in modo da conservare componente vegetale e colore. A seguire c’è una fase di asciugatura.

Il passaggio cruciale è la trasformazione del composto in tencha, la materia prima che verrà macinata lentamente in mulini di pietra per preservare aroma e struttura. Si producono circa quaranta grammi di matcha l’ora, ciò significa che anche lavorando il composto per ventiquattro ore la quantità prodotta è comunque limitata. Sighieri racconta: «Gli impianti possono essere anche meccanizzati, ma bisogna evitare di conservare parti della foglia che non fanno parte della preparazione canonica del matcha. Prima di essere trasformate in tencha, le foglie vengono selezionate e private delle nervature e dello stelo». 

Proprio per far fronte a una domanda elevata molte aziende correggono il composto con dolcificanti o pigmenti naturali. Secondo un recente approfondimento del New York Times, quello attuale è un mercato poco regolato. Abbondano diciture ceremonial, imperial o barista grade che non trovano riscontro nei disciplinari di tè giapponesi. Sono frutto di una trovata commerciale che contribuisce però ad alimentare la disinformazione sul matcha che invece può essere preparato in due modalità, sottolinea Sighieri. “Usucha” e “koicha”. Il primo caso riguarda una tradizione quotidiana anche per le quantità di composto utilizzato (1,5-2g di matcha in 70-100 ml di acqua), il secondo si presta a occasioni speciali, quali la cerimonia del tè completa che segue pasti dalla durata di quattro ore (si utilizzano 4g di matcha in 50-60 ml di acqua). Che si beva caldo, preferibilmente a settanta o ottanta gradi, a temperatura ambiente o freddo, conviene acquistare quantità coerenti con il proprio consumo, poiché il matcha è sensibile all’ossidazione.

Non esiste inoltre un solo matcha ma molti e la loro differenza dipende dal territorio, in gergo dal terroir. A seconda della zona di produzione, si ottiene un risultato diverso. Cultivar, ossia il tipo di pianta, produttore e oggetti utilizzati influiscono sul prodotto finale. La domanda è talmente alta che all’emergenza climatica s’è aggiunta un’altra complicazione: la progressiva carenza di manodopera nelle zone rurali e l’invecchiamento degli agricoltori, che rendono più difficile aumentare o mantenere i volumi produttivi. Come riporta l’agenzia Reuters, le ondate di calore estive stanno riducendo la qualità delle foglie tencha, la materia prima da cui si ottiene la polvere verde utilizzata per il matcha. I produttori sottolineano che le alte temperature compromettono il colore, la consistenza e la concentrazione di L-teanina

Sighieri sottolinea anche che sono molte le aziende che stanno riconvertendo la propria produzione; basti pensare al gyokuro, varietà di tè verde pregiato che in molti casi è stato sostituito con il matcha diretto al mercato statunitense (percepito) sicuro dai produttori. Anche in Europa il matcha è stato assorbito nella filiera del wellness e della ristorazione funzionale, nella cosmesi: dalle bevande servite nelle grandi catene alle linee di integratori. A spingere la sua ascesa non è stata solo la promessa salutista ma anche la forza visiva e simbolica: il colore brillante, la ritualità e l’aura orientale hanno trasformato il matcha in un segno riconoscibile della cultura globale contemporanea.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, le esportazioni giapponesi di matcha sono aumentate del settantacinque per cento, raggiungendo una quota di oltre ventisette miliardi di yen (177 milioni di dollari) nel 2024 e sono triplicate dal 2019. Durante la prima metà del 2025, il Giappone ha già esportato il doppio di matcha e tè verde rispetto all’intero 2020. Allo stesso modo il matcha tourism si concentra nei luoghi simbolici come la cittadina di Uji (Kyoto), dove i turisti si mettono in fila alla sala da tè Nakamura Tokichi Hontenore ore prima dell’apertura. Alle dieci viene consegnato un QR code che li aggiorna sullo stato di avanzamento così chi lo desidera può ritagliarsi il tempo per visitare i dintorni. Intanto sui social, il tè ha assunto una dimensione estetica autonoma.

Negli ultimi anni la domanda globale di matcha è cresciuta a un ritmo tale da trasformare un prodotto di nicchia nel protagonista assoluto di trend e ricette virali. Su TiKTok e Instagram #matcha raccoglie milioni di visualizzazioni, amplificando un linguaggio visivo fatto di colori, texture vellutate e gesti quasi coreografici ripetuti all’infinito. La bevanda è diventata il simbolo di appartenenza a un’estetica globale, in cui autenticità e ritualità sono spesso sostituite da riconoscibilità e desiderabilità.

Racconta Sighieri che il matcha ha finito per perdere la sua grammatica anche nella preparazione. Si utilizzano sempre meno la frusta (chasen), il cucchiaino in bambù (chashaku) e il setaccio (furui). La tazza cerimoniale (kusenaoshi) è stata sostituita da bicchieri d’asporto colmi di una versione di matcha “latte” o “iced”. La ritualità è stata messa da parte e sostituita da uno standard di massa di facile comprensione. Resta allora questo scarto: da un lato una filiera che lavora con produzioni riconvertite e supply chain; dall’altro un prodotto che parla di cura e condivisione. 

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