
Mi segno, guardando leggendo ascoltando cose, frasi su dei blocchi gialli da stenografo. Mi segno frasi che dicono autori o personaggi di fantasia nelle pagine e sullo schermo, o idee che mi vengono per associazione. A volte neanche so perché me le segno, poi il tema viene fuori da solo, unendo i puntini.
La settimana scorsa, m’ero segnata un dialogo tra il personaggio di Kristin Scott Thomas e il suo capo nell’MI5, in “Slow Horses”. Lui chiede cosa sia venuto fuori dalle indagini su una trentenne belloccia, e lei dice «il solito attivismo delle donne istruite della sua età: moltissimi hashtag, pochissimi risultati».
Poi è arrivata la recensione di “Independent”, il memoir della ex portavoce di Biden, un libro con una copertina così orrenda che sembra una qualunque copertina d’un qualunque editore italiano. Sul Washington Post, la critica letteraria Becca Rothfeld usa “Independent”, «un libro affascinante per tutte le ragioni sbagliate», per fare dei Democratici americani un ritratto da mettersi a piangere.
Ci sono moltissime frasi citabili nell’articolo, dalla descrizione degli anni recenti come il periodo dei tailleur pantalone e del musical “Hamilton” e della parola “empowerment” e delle trovatine terapeutiche da due lire, a «Se la politica richiede capacità di contestare, “Independent” è un libro determinato a essere apolitico», ma io avevo annotato questa: «“Independent” è scritto nel registro ormai superato di quei cartelli che sui prati proclamavano che “in questa casa, pensiamo che la gentilezza sia tutto”, cartelli piantati sui prati di certe case fin dal 2016, senza nessun tangibile effetto elettorale».
Me l’ero segnata perché mi ricordava una cosa che diceva Chris Rock in uno spettacolo che avevo visto nel 2022: i cartelli antirazzisti nei prati delle ville in quartieri in cui sono tutti bianchi tranne la servitù, i cartelli contro l’odio nei negozi Lululemon. Commento di Rock: «Se vendi dei pantaloni da yoga da cento dollari, c’è qualcuno che odi: i poveri».
Me l’ero segnata anche perché mi ricordava la sintesi di Thomas Chatterton Williams dell’estate del 2020, quando tutti i bianchi che volevano segnalare la loro identità di sinistra e sensibile e antirazzista postavano il quadrato nero su Instagram, perché le vite dei neri contano, «proclamando in nostra assenza che contavamo».
A quel punto ho intravisto il monologo di Michelle Wolf, “The Well”, da poco arrivato su Netflix. Dice Wolf che i Repubblicani avevano una strategia per far fuori Roe v. Wade, la sentenza della Corte Suprema che faceva da precedente permettendo alle americane di abortire non solo per gentile concessione dei singoli stati, e l’hanno portata avanti per anni e alla fine hanno ottenuto il risultato che volevano. La frase che mi sono annotata fa così: «La strategia dei Democratici era “ma mica può succedere”. È la stessa strategia applicando la quale poi ti tocca abortire».
Quindi: i comici, i recensori delle pagine culturali, persino i dialoghisti degli sceneggiati che parlano di spionaggio, tutti sanno analizzare la realtà meglio di come sappia farlo un dibattito pubblico devastato da social di minorati che commentano una politica di troll. C’entra la cosa che ha scritto Andrew Sullivan di Mamdani, che è bravissimo in «quello che è il nostro nuovo sostituto collettivo dell’orazione civile: i video di 30 secondi su TikTok», certo.
Una volta c’erano i grandi discorsi, adesso ci sono le battute che non impegnano la nostra attenzione. Curtis Sliwa, candidato repubblicano a sindaco di New York, ha detto di Andrew Cuomo, già accusato di aver mal gestito la pandemia e molestato ragazze che lavoravano per lui, che la sua specialità è slapping the fannies and killing the grannies. Traduzione imprecisa ma tenendo la rima: smanaccia le patate e ammazza le pensionate.
È una settimana che rido, e ridendo mi sento in colpa: contribuisco all’imbarbarimento di un dibattito pubblico fatto di battute facili e di schemi dialettici riducibili a «taci tu»? Una volta «taci tu» lo dicevi litigando con tua cognata al pranzo di Natale: ce lo vedete Kennedy che dice «non chiedete cosa il vostro paese possa fare per voi», e il pubblico che interrompe, «taci tu che per me non hai mai fatto niente»?
Dimenticavo un dettaglio interessante: le fondamenta dell’immaginario riguardo alla politica americana sono negli ultimi anni state minate. Per quelli di noi che avevano trent’anni a cavallo dei due secoli, quell’immaginario veniva da “The West Wing”, sceneggiato televisivo superatissimo giacché non solo erano tutti fondamentalmente persone perbene, ma soprattutto il presidente era un premio Nobel. Non un Nobel alla Obama: un Nobel per l’Economia, uno che il Nobel l’aveva preso per aver fatto davvero qualcosa.
Ma il vero divario, tra gli anni del presidente Jed Bartlet e questi qua, sono i figli. Bartlet – il presidente della finzione televisiva – aveva tre figlie e, se qualche giornalista osava avvicinarle, la sua ira era funesta. L’accordo tra gentiluomini era che la famiglia del presidente era fuori dal dibattito politico, fuori dal mercato dei pettegolezzi, fuori dalla conversazione collettiva.
“The West Wing” comincia durante il secondo mandato di Bill Clinton. Quand’è che questa regola va a meretrici? In un punto imprecisato tra Hillary Clinton che si candida alla presidenza e Jared Kushner che va in tv a parlare di Gaza? Non lo so, ma adesso i parenti non si accontentano di suonare il sassofono a Sanremo come il fratello di Clinton: adesso ci sono i social.
È accaduto che Donald Trump, la cui vera natura è sì quella di troll ma anche quella di palazzinaro, ha deciso di abbattere la East Wing della Casa Bianca per costruire un salone da ballo. Non faremo ipotesi psicanalitiche sul fatto che la East Wing è quella in cui risiede la first lady, quindi quella in cui per otto anni ha avuto le sue stanze Hillary Clinton. Fatto sta che sui giornali americani se ne parla molto: ma come si permette, ma la Casa Bianca è di tutti, ma i soldi dei contribuenti – le solite polemiche che potevano funzionare quando la politica era fatta di persone normali, adesso che è fatta di troll mi paiono tempo perduto.
Chelsea Clinton ha scritto per Usa Today un articolo anche tenero, in cui parla della famiglia Bush come fossero dei cari amici che i Democratici di trent’anni fa stimavano molto, gente che «capiva che eravamo tutti alla Casa Bianca di passaggio, anche mentre i nostri genitori facevano la storia». Va benissimo se sei giovane e non sai che la rivalutazione di Bush è come quella di Berlusconi: un prodotto del fatto che poi è venuto di molto peggio e non ci capacitiamo di aver all’epoca considerato il male assoluto delle persone normali, dei giganti del pensiero in confronto a quei troll in chief che ora governano il mondo.
E insomma la figlia d’un ex presidente e d’una ex aspirante presidente scrive il suo bravo articoletto sul fatto che gli altri erano stati rispettosi della storia e delle Belle arti (o come si chiama la tutela del patrimonio storico in un paese senza storia) nelle loro ristrutturazioni, e invece questo buzzurro cementifica il giardino delle rose. Lo condivide su Twitter, o come si chiama ora, e –siccome la tregua dei parenti non vale più – arriva uno dei figli di Trump.
«Lol», esordisce Donald Jr., e credo di non dover ripetere cos’io pensi del livello retorico di chi dice «Lol». «I tuoi genitori hanno provato a fregare i mobili e l’argenteria quando se ne sono andati dalla Casa Bianca, e sorvoliamo sulla stagista». La risposta è sintetizzabile nelle due parole che sono il vero slogan della sinistra e della destra, l’unica dialettica politica rimasta nell’epoca dei troll di lotta e di governo, le due parole che usano tutti, anche in forma più verbosa ma sempre quelle due parole sono: taci tu.
A impedire che la rissa continui a essere tra eredi dev’essere quello slogan michelleobamiano sul volare più alto, ma proseguono volentieri i commentatori coi loro bravi «taci tu». Taci tu che tuo padre ha tradito tua madre (è uno che lo dice al figlio di Trump, evidentemente inconsapevole del paradosso di usare questo argomento per difendere la figlia di Clinton). Taci tu che tuo padre è nei dossier su Epstein (anche qui: temo che l’accusa valga un po’ per tutti). Taci tu che i soldi alle mignotte (questa è per lui). Taci tu che i sigari (questa per lei). Il dibattito pubblico è ormai un cortile della seconda media nei giorni in cui i bambini più intelligenti sono assenti.
Nel frattempo Trump padre ha fatto rifare la storia della Casa Bianca sul sito ufficiale. Adesso, se andate su whiteouse.gov e cliccate prima su History, poi su About the White House, poi su Major Events Timeline, troverete una lista di fotonotizie che all’inizio vi parrà normale. Nel 1791 George Washington sceglie dove far costruire la Casa Bianca, nel 1824 viene aggiunto il porticato sul lato a sud, nel 1902 la West Wing: una lista di fatti storici. Poi arrivano i «taci tu» più postmoderni, quelli del troll in chief.
Fatti storici. 1998: foto di Bill e Monica nella Sala ovale, con relativa didascalia su questo fatto storico. 2012: visita della Fratellanza musulmana, fatto storico Obama che riceve gli amichetti di Hamas. 2023: una bella foto di Hunter Biden strafatto, il fatto storico è la scoperta d’una bustina di cocaina in una stanza della Casa Bianca. I «taci tu» sono lo scivoloso confine tra trollate e sussidiario.
C’è anche Biden coi trans la domenica di Pasqua, tra una foto e l’altra dei restauri patriottici voluti invece da quel sant’uomo di Donald Trump e gentile signora. Funziona come per Roe v. Wade: pare che anche al gioco del «Taci tu» serva quella speciale tenuta del trollaggio sul lungo periodo e sospensione del decoro che, spiacenti, la sinistra riesce ad avere solo in modi dilettanteschi e non istituzionali. Di qua molti hashtag, di là molti voti.