Difesa di squadraL’Ue accelera sul riarmo e costruisce la sua rete militare contro la minaccia russa

La Commissione lavora a un progetto per facilitare il movimento rapido di soldati e mezzi in tutto il continente in caso di guerra. Corridoi terrestri, aeroporti e porti integrati in un unico sistema logistico, in coordinamento con la Nato

AP/Lapresse

Negli ultimi mesi, una serie di incursioni russe nello spazio aereo della Nato e dell’Unione europea ha fatto sentire l’urgenza di potenziare la difesa. La scorsa settimana, durante il Consiglio europeo, i leader dei Ventisette hanno ribadito che le minacce sul fianco orientale dell’Europa, e la conseguente fornitura di supporto ai Paesi confinanti, devono «essere affrontate con priorità».

Per questo negli ultimi giorni a Bruxelles si lavora su un piano per garantire che gli eserciti e l’artiglieria pesante possano muoversi rapidamente in tutto il continente in caso di guerra. La notizia l’ha data il Financial Times, e parla di un progetto logistico molto ampio, che dovrebbe garantire ai governi nazionali l’accesso a risorse condivise di mobilità militare – con norme e procedure concordate e una rete di corridoi terrestri, aeroporti, porti marittimi e strutture di supporto che garantiscano il trasporto senza ostacoli di truppe e materiali militari in tutta l’Ue, in stretto coordinamento con la Nato. Altre proposte includono lo snellimento delle pratiche doganali, l’allineamento degli scartamenti ferroviari e la garanzia che i ponti e le infrastrutture non cedano sotto il peso dei convogli.

La Commissione europea prevede di presentare il pacchetto di proposte il mese prossimo. L’idea trae ispirazione dall’uso che viene fatto delle risorse antincendio condivise e messe a disposizione dall’Unione agli Stati membri che le richiedono durante la stagione degli incendi boschivi. Ma il progetto militare sarebbe molto più complesso, soprattutto a causa delle diversità dei tipi di trasporto che gli eserciti degli Stati membri acquistano in maggioranza da operatori privati. Come primo passo, quindi, la Commissione potrebbe richiedere agli Stati membri di registrare i mezzi di trasporto di cui dispongono per contribuire alla mobilitazione dell’esercito. I piani potrebbero ancora cambiare, dal momento le discussioni sono ancora in una fase iniziale, ma la Commissione ha affermato di voler «istituire entro la fine del 2027 uno spazio di mobilità militare a livello dell’Ue».

La Germania, polo logistico chiave grazie alla sua posizione nell’Europa centrale, ha già firmato accordi con la divisione cargo della compagnia ferroviaria nazionale Deutsche Bahn: in caso di crisi, l’azienda sarebbe responsabile del trasporto di carri armati e altri veicoli blindati. Le forze armate tedesche hanno anche firmato accordi con l’appaltatore della difesa Rheinmetall per fornire supporto ai convogli militari che attraversano il Paese. Inoltre, l’amministratore delegato della principale compagnia aerea tedesca, Lufthansa, ha suggerito che quest’ultima potrebbe contribuire alla manutenzione degli aeromobili e persino all’addestramento dei piloti da caccia.

In Europa è in corso un’«era di riarmo», aveva detto all’inizio dell’anno Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall. L’Unione europea spenderà circa centottanta miliardi di dollari in equipaggiamenti militari, più del doppio delle spese del 2021 e persino superiore a quanto speso dagli Stati Uniti. Questa cifra è destinata a salire ulteriormente, dopo che a giugno i membri della Nato hanno concordato di aumentare la spesa per la difesa dall’attuale obiettivo del due per cento del Pil al 3,5 per cento nel giro di un decennio, con un altro 1,5 per cento per la spesa su aspetti complementari come le infrastrutture.

Uno sforzo necessario per rivitalizzare l’industria bellica europea, che ha sofferto per decenni di sottoinvestimenti. L’Unione europea oggi si affida fin troppo alle forniture militari americano: tra febbraio 2022 e settembre 2024, le armi provenienti dagli Stati Uniti hanno rappresentato un terzo della spesa europea nel settore. Anche per questo, scrive l’Economist, le aziende europee del settore della difesa sono molto indietro rispetto alle loro controparti americane in termini di dimensioni. Un dato significativo restituisce la misura di questa distanza: la tedesca Rheinmetall ha generato un fatturato di soli dieci miliardi di euro lo scorso anno, un sesto di quello della statunitense Lockheed Martin. E non solo: gli investimenti in ricerca e sviluppo militare in Europa ammontavano a tredici miliardi di euro nel 2024, ben al di sotto dei centoquarantotto miliardi di dollari spesi in America.

Un cambio di passo c’è già stato. A settembre, l’azienda Rheinmetall ha annunciato l’acquisizione di Lürssen, produttore di navi da guerra; il valore degli accordi di difesa europei ha raggiunto i 2,3 miliardi di dollari nella prima metà di quest’anno, con un aumento di oltre un terzo rispetto allo stesso periodo del 2024. Tuttavia, «con i governi riluttanti a cedere il controllo di aziende ritenute vitali per la sicurezza nazionale, le fusioni tra le aziende più grandi sono improbabili», scrive l’Economist.

Inoltre, per rendere l’industria della difesa europea davvero efficace e competitiva in caso di pericolo bisognerebbe stare al passo con le più recenti innovazioni del settore, come quelle viste al fronte in Ucraina. L’invasione su vasta scala voluta da Vladimir Putin ha portato a quasi quattro anni di conflitto in cui, tra le altre cose, si è vista un’importanza sempre maggiore dei droni sul campo di battaglia e dei satelliti nello spazio. «Se l’Ue non vuole dipendere da attori esterni, deve essere in grado di produrre tali sistemi su larga scala», si legge ancora sul magazine economico britannico. «Per riuscirci, l’Unione europea ha bisogno di quei nuovi investitori del settore che oggi stanno guadagnando terreno e visibilità in America, tra cui Anduril, produttore di droni, e SpaceX, che è dietro la rete satellitare Starlink. Eppure, i mercati dei capitali europei non sono così profondi e liquidi come quelli americani, il che rende difficile per i nuovi arrivati ​​raccogliere fondi, innovare e competere».

L’Europa, insomma, avrà bisogno di molti più imprenditori disposti a correre grandi rischi se vuole rinvigorire la sua industria della difesa e ridurre la sua dipendenza dalle armi americane. Senza un settore privato forte e proattivo, il continente farà fatica a proteggersi in un mondo sempre più ostile.

 

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