
Un tema locale alla conquista dell’evento globale per eccellenza. L’adattamento climatico, che comprende le strategie per limitare l’impatto degli eventi meteorologici estremi, sta ricoprendo un ruolo di primo livello all’interno dei negoziati della Cop30 di Belém, alle porte dell’Amazzonia brasiliana.
In passato, i vertici delle Nazioni unite sul cambiamento climatico erano dominati dalle discussioni sulla mitigazione, ossia sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Quest’anno, invece, l’esito della Cop sarà determinato anche da un argomento che siamo abituati a trattare a livello territoriale, ma che – soprattutto per i Paesi meno sviluppati – deve essere stimolato e incentivato dalla diplomazia climatica internazionale.
È uno stravolgimento che, indirettamente, riflette i mutamenti in corso nel dibattito mediatico-politico, contraddistinto da una sfiducia crescente nei confronti delle soluzioni per tagliare le emissioni e dunque limitare l’aumento della temperatura media globale (basti pensare all’ultimo articolo pubblicato da Bill Gates). In realtà, adattamento e mitigazione sono in egual modo decisivi: devono proseguire nella stessa direzione e creare nuove sinergie, puntando non solo sulle innovazioni tecnologiche ma su un cambio di paradigma strutturale.
La questione è però molto più tecnica di quanto si pensi. Come spiega Valeria Zanini, analista per la diplomazia climatica del think tank Ecco, la crescente rilevanza negoziale dell’adattamento è dovuta anche al «grandissimo lavoro di governance fatto negli anni passati sulla mitigazione. Dentro le Cop non si nota la differenza di importanza tra adattamento e mitigazione, ci sono tantissimi file e si lavora in entrambe le direzioni. Certo, bisogna sottolineare che la mitigazione è un ambito più maturo». Sull’adattamento c’è più da rimboccarsi le maniche, insomma.
Le pratiche per ridurre gli impatti del cambiamento climatico sono tante, e multidisciplinari: dalla rinaturazione di un fiume alle tecnologie per il monitoraggio delle inondazioni, passando dai sistemi di allerta precoce e dalle Nature based solution (Nbs) a livello urbano. Il riscaldamento globale è un dramma del presente e non ha margini di miglioramento nel breve-medio periodo, quindi dobbiamo capire (in fretta) come limitare i danni e convivere con una realtà costellata di ondate di calore, siccità, alluvioni e tempeste violente.
In una delle sue lettere indirizzate alla comunità internazionale in senso ampio, André Aranha Correa do Lago (presidente della Cop30) ha scritto di considerare l’adattamento come «il prossimo passo dell’evoluzione umana», perché «la nostra specie si è guadagnata il suo posto su questo pianeta adattandosi, imparando, innovando e trasformando le condizioni di vita stesse. L’adattamento richiede il coraggio di abbandonare ciò che non ci serve più, preservando al contempo ciò che ci definisce. […] La Cop30 deve essere la Cop dell’adattamento».
Detto, fatto. Le fasi iniziali dei negoziati, che termineranno (sulla carta) il 21 novembre, hanno visto diversi confronti sugli indicatori dell’Obiettivo globale per l’adattamento (Global goal on adaptation, Gga), in linea con quanto richiesto dall’articolo 7 dell’accordo di Parigi del 2015. «Essendo un tema più “giovane”, ora bisogna ancora capire bene che cosa voglia dire davvero parlare di adattamento in una Cop. I filoni saranno due, ugualmente importanti: soluzioni concrete e finanza. La grande difficoltà riguarda la componente locale dell’adattamento. Ecco perché è necessario definire su quali indicatori intervenire», prosegue Valeria Zanini in collegamento da Belém.
«Nelle zone soggette a desertificazione, per esempio, gli indicatori sull’adattamento dovranno rispondere alla carenza idrica e via dicendo, mentre nei territori soggetti a inondazioni ci saranno altri elementi da giudicare. È più difficile misurare i progressi in atto sull’adattamento, mentre sulla mitigazione è più facile: esistono, e lo sappiamo da decenni, le soglie di temperatura media globale misurabili con le emissioni di gas a effetto serra. Quella sull’adattamento è una domanda formalizzata in modo molto chiaro, a cui però dobbiamo ancora dare una risposta. La risposta, che potrebbe arrivare alla fine di questa Cop, è il Global goal on adaptation», spiega Zanini.
Gli indicatori del Gga saranno cruciali non solo nel monitoraggio. In base a queste metriche, racconta l’esperta del think tank Ecco, «verranno definiti i progetti locali eleggibili per essere finanziati da una banca multilaterale di sviluppo sulla base degli obiettivi di finanza climatica». Non è solo una questione teorica, ma anche politica ed economica, legata soprattutto alla capacità dei Paesi meno sviluppati di mettere in sicurezza i loro territori, sempre più fragili ed esposti ai disastri naturali. Il punto, a livello negoziale, è che «ci sono dei gruppi di Stati che richiedono indicatori corrispondenti ai loro bisogni effettivi». Bisogni che spesso non sono omogenei. «Gli Stati più sviluppati – prosegue Zanini – tendenzialmente non si mettono di traverso in queste negoziazioni. Quelli in via di sviluppo, invece, cercano di stabilire come finanziare questo avanzamento».
Storicamente, come certificato dagli Adaptation gap report delle Nazioni unite, c’è sempre stato un disallineamento finanziario tra mitigazione e adattamento, sfavorevole al secondo. Un grande parco solare (mitigazione) attira più investimenti e attenzione mediatica rispetto a un progetto di “città spugna” a livello locale (adattamento). La Cop30 cercherà però di trasmettere un messaggio lungimirante: «Le azioni di adattamento avrebbero bisogno delle banche multilaterali di sviluppo e dei fondi pubblici, perché permettono di risparmiare: investire oggi in adattamento significa risparmiare domani per un progetto di ricostruzione» dopo un evento meteorologico estremo, dice Valeria Zanini.
A Glasgow, durante la Cop26 del 2021, era stato raggiunto un accordo per esortare i Paesi sviluppati a raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento, nella speranza di toccare i quaranta miliardi di dollari l’anno entro il 2025. A Belém, l’obiettivo è fare ciò che in gergo viene chiamato “tripling the doubling”, triplicare il raddoppio. Tradotto: centoventi miliardi. Secondo uno studio del Natural resources defense council (Nrdc), questo target è potenzialmente raggiungibile entro il 2035, ma abbiamo già perso troppo tempo. «Non bastano gli indicatori – conclude Zanini –, ma serve un nuovo obiettivo di finanza climatica sull’adattamento. Ora siamo a circa ventisei miliardi di adattamento pubblico per i Paesi in via di sviluppo (dato del 2023, ndr): è una cifra tredici volte inferiore rispetto alle loro reali necessità».