I fili del pensieroSiamo fatti dello stesso tessuto dei sogni

Stoffe. Vecchie, spesso consunte e lacere, con le quali immaginare e intessere cose nuove. Identità, storie, mondi. Sogni di una vita e di altre vite possibili. È la trama di una mostra che alla Halle Saint Pierre di Parigi suggerisce di ricomporre il nostro mondo frammentato attraverso l’arte più antica del mondo, sorgente mitica del suo significato. Per ricordare una verità semplice semplice: che il filo che seguiamo è il filo che ci lega

Christine Sefolosha, Bateau-monde, 200x450cm, 2019. Courtesy of the artist

Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Quante migliaia di chilometri avrà coperto quel filo che Arianna, geniale stratega, consegnò a Teseo consentendogli di ritrovare l’uscita del labirinto? Da quel momento quello stesso filo ha unito un’infinità di idee e discorsi dando loro coerenza grazie alla possibilità di individuare il filo che li accomuna: il fil rouge. In effetti, non abbiamo più smesso di seguire quel filo che per la prima volta percorse gli spazi del palazzo del Minotauro. O uno degli innumerevoli che rappresentano il nostro vivere contemporaneo secondo la teoria delle matasse della filosofa e scrittrice di fantascienza Donna Haraway (Leone d’Oro alla Biennale di Architettura di Venezia). Perchè viviamo – e sopravviviamo – grazie all’intreccio di fili-relazioni che ci passiamo di mano in mano, creando matasse e nuovi fili da lavorare infinitamente, come nel romanzo Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto. (Nero, 2019).

La psicologa Miriam Gandolfi parla di una teoria della tessitura del cambiamento, dove le matasse di senso, da filare e sfilare, sono i luoghi di connessioni e mutamento. Non sono che due esempi di quanto tessere e scrivere siano azioni drammaticamente connesse (e non ditelo a Penelope!). Fili intrecciati fanno la trama di un tessuto, come le parole fanno la trama di un testo, di un racconto, di un sogno. E la materia dei sogni di cui siamo fatti è il nostro tessuto. “Di che stoffa è quell’uomo?”; “Hai la stoffa del campione!”. Modi di dire che hanno spinto Martine Lusardy a esplorare con una mostra la tessitura come gesto artistico, poetico, onirico. Ne La stoffa dei sogni – dal 16 settembre 25 – 31 luglio 26 alla Halle Saint Pierre di Parigi – si gioca con l’idea di tessitura provando a “guardare la stoffa al contrario”, prendendo cioè in considerazione i manufatti di artisti e autodidatti che hanno reinterpretato immaginativamente i suoi usi tradizionali. «Il termine “stoffa” rimanda a un tessuto», spiega la curatrice e direttrice della Halle Saint Pierre Martine Lusardy, «Ma anche, in senso figurato, a una sostanza: “la stoffa dell’eroe”.

Marion Oster, Mère à l’enfant, 2025, 228x150cm. Courtesy of the artist

Parlare della stoffa dei sogni suggerisce abbiano forma e consistenza. Il titolo gioca sulla tensione concreto e astratto, tra tangibile e onirico. L’espressione evoca Shakespeare che ne La tempesta fa dire a Prospero: “We are such stuff as dreams are made on” (Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni). Si tratta quindi di una riflessione sul potere dell’immaginazione». Attraverso fili, vecchie stoffe, materiali quotidiani in grado di farsi argilla da modellare tra le mani di artisti speciali senza nome, diversamente da pittori o scultori, nel loro “pensare il mondo in fili”, come scrivono Clément Gaësler e Martine Lusardy nel catalogo. Come chiamarli? Filpensatori? Stoffatori? Certamente protagonisti di universi onirici materici che giocano con la memoria collettiva e individuale, risvegliando sogni ancestrali o ancora da venire, modellando sculture-bambole fatte di stracci, arazzi tessuti tra trame metaforiche e orditi simbolici, bassorilievi in lana e visioni, merletti di pizzo tra morte e futuro e ricami di immagini irreali. Guardano la tessitura all’inverso, così che per una volta essa “non serva a niente!”, non sia diretta a soddisfare alcuna esigenza pratica.

Un’esigenza tuttavia c’è e per un filpensatore è urgente darle forma, così come per il pubblico accoglierla, perché parla di un mondo – di un filo – che li accomuna, instaurando un gioco tra artista, curatore e pubblico: «In cui il tessuto diventa il supporto della relazione», spiega Lusardy, «Il curatore assembla, avvicina, fa dialogare opere provenienti da campi le cui affinità diventano visibili – arte grezza, surrealismo, creazione autodidatta. Non fissa regole, ma propone linee di fuga, costellazioni di significati che il visitatore è libero di fare proprie». In fondo, è un gioco. È vero che per giocare occorre conoscere le regole, ma forse qui la mancanza di regole è data dalla raccolta di tanti giochi diversi: basterà sceglierne uno… Se dovesse usare il nome di un gioco per riassumere la mostra – chiedo a Martine Lusardy – quale sceglierebbe? Cadavre exquis, risponde senza esitare un attimo. “Cadavere squisito”, anche detto in italiano “cadavere eccellente”, nasce nel 1925 a Parigi. «Inventato dal movimento artistico dei Surrealisti, consiste nel comporre una frase o un disegno collettivo senza che i partecipanti ne conoscano la totalità. Incarna la sorpresa, la discontinuità, la co-creazione, tutti principi attivi in questa mostra. Un gioco di mani, di mente e di mistero, un tessuto collettivo di visioni frammentate, un sogno a più fili – esattamente come questa mostra». Che dai surrealisti prende l’abbrivio, nell’incontro con l’art brut, termine coniato da Jean Dubuffet per riferirsi all’arte prodotta al di fuori dei circuiti artistici, da pazienti psichiatrici, autodidatti o individui marginali. Dunque spontanea, non influenzata da modelli culturali o accademici.

 

Anaïs Eychenne, Biosynthese, 164x112cm, 2012. Courtesy of the artist

Saranno proprio André Breton, principale ispiratore dei Surrealisti e Jean Dubuffet a creare nel 1948 la Compagnie d’art brut con l’obiettivo di raggiungere i confini della cultura e delle arti, risalire alla fonte sorgiva dell’atto creativo, raccontare ciò che di solito non si vede. L’inverso del tessuto, la sua genesi. Ma anche territori primordiali dove la distinzione, la differenza, è ancora da filare. L’art brut, categoria oggi ben definita dal punto di vista storico e museale, nasceva così come concetto anti-categoriale, volto a rimettere in discussione i confini delle pratiche artistiche e la loro assegnazione a un genere, sessuale o estetico. È il meticciato, il posto dei sogni e il luogo dove (forse) può avere origine il filo che dà inizio a matasse generative. Quanto un sogno, quanto un gioco.

Così si arriva al presente esposto in mostra attraverso opere scelte in base alla loro capacità di mostrare cosa significhi essere fuori dagli schemi. Moltissimi i nomi, tra cui Barbara d’Antuono, Rita Arimont, Alireza Asbahi Sisi, Hervé Bohnert, Shao Liyu Chen, Marie-Thérèse Chevalier, Reinaldo Eckenberger, Thérèse Häschler, Nicolas Henry, Juliette Imbert, Alicia Lasne, Marion Oster , Gilbert Peyre,  Philippe Pons, Ficht Tanner, Jorge Varela, Jean-Noël Wintergerst, Brankica Žilovič. Autori che reinventano «i legami tra arte, società e immaginario, mettendo la creazione al centro dell’azione», continua Lusardy, «In un’epoca di globalizzazione, di frammentazione sociale e culturale, in un mondo in cui l’immaginario è in pericolo, si offre uno spazio per riparare, ricollegare e reincantare attraverso il tessuto, mezzo di resistenza e poesia». Riparare. Riparare il mondo, riprendere il filo che ci unisce, lavorarne la matassa. Per salvarci da un Pianeta ammalato, “infetto”, scrive la Haraway. Forse, chissà, per ricominciare e riprendere coscienza del fatto che miti, archetipi e ironiche letture e riletture del presente, «consegnano sulla soglia una parola d’ordine, ricamata in lettere d’oro: “Qui sogniamo il mondo che tessiamo”».

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