Febbre da coltello Appunti sulla mania italiana per le lame da cucina

Dai pezzi da collezione extralusso alle iniziative popolari per collezionare coltelli da (quasi) chef al supermercato

Foto di Gabriele Ferraresi

Dalla boutique di coltelleria – come Lorenzi in via Ponte Vetero, a Milano – dove un ceppo può costare quanto uno stipendio, fino alla corsia del supermercato dove ci si accaparra l’ultimo coltello collezionabile a suon di bollini: in Italia la mania per le lame da cucina resiste al tempo, alle mode, a tutto, ben prima degli anni Novanta e dai Miracle Blade Serie Perfetta di Chef Tony. Prendiamo il caso di Global, marchio giapponese di coltelli: per il suo quarantesimo anniversario ha lanciato un’edizione limitata super lusso, il Global Z.

A prima vista colpisce per la lama nero opaco, resa tale dallo speciale rivestimento Diamond-Like Carbon (DLC) che la indurisce, appunto, quasi come un diamante. Il prezzo? Oltre 280 euro per un coltello da cucina che è l’equivalente di una Ferrari del taglio. Ne sono stati prodotti appena settecentocinquanta esemplari nel mondo e solo settanta destinati all’Italia, per un coltello con cui si va oltre l’utensile da cucina e più nel campo dell’oggetto da collezione. Se volete fare un regalo di Natale importante, può essere un’idea, ma attenzione: i coltelli si regalano… ma non si regalano. Meglio dare insieme al coltello donato una moneta a chi lo riceve, perché possa simbolicamente comprarcelo, altrimenti, si dice porti rogna.

Foto di Gabriele Ferraresi

Dicevamo però: la passione per i coltelli non è solo appannaggio di chef o collezionisti, di chi li usa per lavoro o ama guardarseli in una teca, scende spesso e volentieri anche tra gli scaffali del supermercato, dove da anni impazzano le raccolte punti dedicate a lame da cucina di qualità più o meno decorosa. C’è stata la corsa ai coltelli firmati da chef celebri, alle serie dall’aspetto professionale – ma giusto quello – offerte con i bollini: iniziative popolari che hanno visto schiere di italiani riempire schede su schede di punti pur di portarsi a casa il santoku o il coltello da pane dei sogni. Spesso le catene della grande distribuzione hanno stretto accordi con marchi blasonati rendendo accessibili a tutti coltelli di livello non professionale – ma percepito come tale dal grande pubblico – epperò soprattutto belli da vedere e da avere a prezzi stracciati (insomma: coi bollini e tutto, forse si spendeva uguale a comprarli: ma questa è un’altra faccenda).

Cosa si nasconde però dietro a questa piccola mania collettiva, ampiamente assecondata dal marketing della gdo e non solo? Forse la riscoperta di un principio semplice e, proprio perché semplice, dimenticato: un buon coltello in cucina cambia davvero tutto. Lo sanno bene i cuochi professionisti, che possono sfilettare pesce o tritare verdure per ore (quasi) senza stancarsi grazie a utensili ben bilanciati e affilatissimi. Ora anche l’italiano medio inizia a capire la differenza: provate a tagliare un pomodoro maturo con un coltello da pochi euro e con uno forgiato come si deve e affilato come si deve: vi sentirete chef.

Complici i programmi televisivi di cucina e una maggiore attenzione alla qualità degli strumenti domestici, la cultura del coltello si è fatta strada, o l’ha ritrovata: ricordiamoci che l’Italia ha una tradizione antica in fatto di coltelleria: distretti come Maniago in Friuli o Scarperia in Toscana producono lame fin dal medioevo.

Foto di Gabriele Ferraresi

X