
Tra le ragioni per cui ringrazio prima e dopo i pasti di aver vissuto nel mondo di prima, di essere stata giovane di quella giovinezza emotiva e incontinente senza telecamere del telefono e screenshot dei messaggi, c’è Piero.
Al quale non posso rinfacciare di avermi, nell’estate del 1996, mollata via fax, con un unico fax di risposta alle decine di pagine di fax di mie recriminazioni, fax che essendo giovane e senza vergogna gli mandavo nell’albergo nella campagna inglese in cui si trovava, e se ci ripenso ora mi vedo un portiere che non parla una parola d’italiano che la sera gli consegna tutte queste pagine di deliri e lui che le appallottola senza leggerle e forse muoio di vergogna.
Tra le ragioni per cui ringrazio la vita che mi ha dato tanto, mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto ma soprattutto mi ha dato il diritto all’oblio, c’è che, quand’ero abbastanza giovane da non aver ancora capito cosa fosse il caso di (non) mettere per iscritto, i fax funzionassero con la carta termica. L’inchiostro sulla quale, negli anni, si cancella, tutelandomi da voragini di ridicolaggine.
Il più intelligente dei miei amici sta con la moglie da una trentina d’anni, e anche lui ringrazia, non perché lei sia bella e intelligente e persino simpatica, ma perché l’aver trovato una con cui gli andava di passare la vita prima che arrivasse il mondo nuovo lo ha salvato dal diventare come i nostri coetanei: gente che a sessant’anni sta su Tinder, a cinquanta controlla la spunta blu, a quaranta dice agli amici e allora io le ho detto e lei non mi ha più risposto ma ha visualizzato secondo te cosa intendeva; e tutti, quarantenni e cinquantenni e sessantenni, passano le giornate a inoltrare agli amici schermate per decodificare sottotesti sentimentali.
Non riesco a ricordare se anch’io facevo leggere i fax alle amiche, ma credo di no: sospetto che questa diffusa mancanza di discrezione sia un portato della facilità d’inoltro contemporanea; temo che, finché non avevamo in tasca un telefono che faceva le foto, non avessimo urgenza di dire agli amici «posso permettermi la pizza» e alle amanti «guarda, ho un organo sessuale nelle mutande».
Ho già scritto in questa paginetta mesi fa che Fabrizio Corona non ha i lobi frontali, che neurologicamente significa che non ha continenza, non ha senso dell’opportunità, non ha freni. Il che lo rende pericoloso (per sé stesso innanzitutto) ma anche irresistibile (per sé stesso innanzitutto).
Dunque lunedì sera Fabrizio Corona mette su YouTube la nuova puntata del suo “Falsissimo”, e il suo “Falsissimo” parla di Alfonso Signorini. C’è questo interessante dettaglio che rende diverso da altri il giornalismo pettegolo italiano, un giornalismo pettegolo che non può esistere perché non abbiamo né uno star system né una famiglia reale: di chi vuoi mai spettegolare?
C’è questa interessante soluzione che hanno trovato tutti gli esponenti del settore da quando hanno i loro canali, i loro social, le loro newsletter, i loro podcast, e non devono più rispondere a nessuna linea editoriale: il giornalismo pettegolo italiano è diventato un gigantesco regolamento di conti tra quelli che fanno il giornalismo pettegolo, e che sembrano quelli del Pci in “Palombella rossa” – «Noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri ma siamo diversi».
Quelli di Fabrizio Corona e di Alfonso Signorini sono gli unici due nomi che farò qui oggi, ma oltre a loro e ai loro andirivieni tra complicità e inimicizia c’è tutto un demi-monde di nomi minori che si affannano a captare luce riflessa da questa vicenda dicendosi diversi (ma uguali). Ma ci arriviamo dopo.
Lunedì sera Corona mette on line la sua puntata come sempre doppia, la prima ora gratuita (perché vuole diventare parte della conversazione collettiva, e sa che è un’epoca in cui la gente è abituata al gratuito), e poi un quarto d’ora per abbonati paganti, che non sapremo mai che profitti dia. Ovviamente Corona dice che sono altissimi, perché è uno che non concepisce di parlare di sé se non in termini vincenti, ma la misura della solvibilità dei pettegolezzi la dà il caso Olivia Nuzzi in America.
Dopo mesi di indiscrezioni assortite, newsletter diffamatorie del fidanzato, ricchi scandali e cotillon, il suo memoir “American Canto” esce, e nella prima settimana vende poco più di mille copie (più o meno quante ne ha vendute in tre settimane il «romanzo intenso e struggente» – secondo il risvolto di copertina – che Signorini ha scritto e Mondadori pubblicato con grande tempismo). I cinque secondi in cui una storia ci interessa tantissimo vengono raramente usati per strisciare la carta di credito.
Ma già nella prima ora di “Falsissimo”, quella gratuita che mentre scrivo è arrivata a un milione e mezzo di visualizzazioni, c’è tutto quel che serve per capire una cosa che mi sgolo a ripetere da anni: il secolo che si è inventato i consulenti reputazionali è il secolo in cui la reputazione non esiste.
Secondo la drammaturgia coroniana, Signorini intratterrebbe relazioni con dei ragazzotti che poi, come ricompensa per le loro prestazioni, farebbe partecipare al “Grande Fratello Vip”. Se siete persone normali, c’è un punto scandaloso in questa ricostruzione: che all’edizione “vip” (cioè: per gente famosa) d’un reality partecipi gente che nessuno di noi ha mai sentito nominare.
Se siete mitomani medi, vi scandalizzerà che esistano i favoritismi: mandare messaggi zozzi per concorrere a un reality costituisce la stessa violazione etica che rappresenta un falso certificato medico per ottenere abusivamente la pensione d’invalidità, diamine.
Se siete del demi-monde del giornalismo pettegolo, sarete lì che, come un personaggio minore di “Borotalco”, mitomaneggiate «ma certo, Alfonso c’ha provato pure co’ me».
Se invece, come me, siete del Novecento, lunedì sera avrete sospirato, vedendo i messaggi mostrati da Corona, che nel secolo in cui esisteva la reputazione per uno sputtanamento del genere sarebbe venuto giù tutto, sarebbe finita come in “Le relazioni pericolose”: ti conviene morire in duello, perché una volta rese pubbliche le tue lettere non ti puoi più neanche affacciare a teatro senza percepire la riprovazione della folla. Oggi, invece, è affare di Vongola75 indignata e poco più.
Se, come me, siete della generazione carta termica, vi chiederete però soprattutto se possano mai essere veri quei messaggi, quelle foto, quella libertà d’espressione che nell’epoca dello screenshot una persona ragionevole faticherebbe a concedersi con un coniuge trentennale. Certo non fornirebbe, essendo personaggio pubblico, agio di ricattarla a ragazzotti ambiziosi, una persona ragionevole.
E invece evidentemente, dopo quindici anni di schermi fotografati e mandati in giro in modo più o meno innocuo, c’è ancora chi non tiene conto che tutto è inoltrabile. E che a noialtri umani piace tantissimo farci i fatti altrui, e quindi sappiamo che non è etico fare ricettazione delle conversazioni che Corona chissà come s’è procurato, lo sappiamo ma mica resistiamo: ci piace farci i fatti altrui quando gli altri sono Carlotta Vagnoli, figuriamoci quando sono Alfonso Signorini.
Chissà se questa storia sarà almeno pedagogica, e se un domani qualche uomo arrapato si tratterrà dal mandare in giro foto del contenuto delle sue mutande o descrizioni dettagliate dei suoi gusti sessuali, tenendo finalmente conto che ormai nessuna conversazione resta circoscritta alle persone che alla conversazione partecipano.
Intanto, a gennaio Canale 5 ha in palinsesto “A testa alta”, in cui Sabrina Ferilli è un avvocato la cui reputazione viene rovinata da un amante che ne rende pubbliche alcune immagini sessuali. Già me li vedo, i saperlalunghisti, dire che è il modo in cui l’azienda per cui lavora Signorini tenta di contenere i danni: vogliono convincerci che Alfonso, come la protagonista di “A testa alta”, non sia una poco di buono ma un’innocente tradita dagli amori sbagliati.
Sospetto però che il revenge porn della Ferilli nella finzione sarà assai più blando dei dettagli delle conversazioni riportate da Fabrizio Corona, il cui lessico e le cui immagini nessuno si azzarderebbe a mandare in prima serata. Al massimo li sciorini in una sauna di Porta Venezia, quei particolari che noialtri moralisti non vogliamo sentire.
Se chiedete a me, prevedo un ritorno in gran spolvero delle saune: posti che, con tutto quel vapore che rende impossibile filmare e fotografare e messaggiare, ti tutelano dalla tua autolesionista disposizione a lasciare in giro prove. Mi dispiace per voi, che vi siete persi il mondo com’era e la carta termica, ma non tutto è perduto: il futuro reputazionale è della generazione bagno turco.