La montagna come bussolaQuando la sostenibilità non è solo una parola che fa tendenza

I bilanci di fine anno sono anche un modo per misurare obiettivi, limiti e soprattutto la direzione in cui si sceglie di andare. In un tempo in cui i termini sono usati spesso solo come facciata, può sorprendere incontrare realtà che su alcuni concetti costruiscono la propria identità

Tempo di bilanci. Lo è un po’ per tutti. Per le persone, ma anche per le aziende, che anno dopo anno devono fare i conti con obiettivi, raggiunti o rincorsi, ma anche guardarsi allo specchio e capire come vogliono stare sul mercato, e soprattutto con quali valori. Valori che in epoca contemporanea ruotano quasi esclusivamente intorno a un’unica parola: sostenibilità. Ne abbiamo parlato spesso di quanto questo termine possa voler dire tutto o niente, e come in qualche modo assuma significati che hanno un risvolto più di facciata che di sostanza. 

Eppure a volte capita di incontrare aziende e realtà che su quella parola hanno davvero costruito tutto. Siamo dentro la Val di Fiemme, luogo in cui è nato, cresciuto e continua a mettere qui il suo ambiente naturale di lavoro e di ispirazione il Pastificio Felicetti. Qui, a Predazzo e a Molina di Fiemme, dove il paesaggio montano entra dentro il processo produttivo e anche dentro le scelte strategiche dell’azienda. La valle, incasellata tra le Dolomiti e solcata dai torrenti Travignolo e Avisio, ha da sempre imposto ritmi, condizioni e risorse ben precise: aria rarefatta, acqua di sorgente, boschi vasti e un clima che lascia spazio a scelte diverse. Elementi, questi, che sono diventati parte integrante del modello Felicetti. Produrre pasta in quota significa fare i conti ogni giorno con ciò che il territorio offre e chiede: l’energia che nasce dalle acque montane, l’aria pulita che guida l’essiccazione, la relazione diretta con chi vive qui da generazioni. Una valle, come dicono,  che «mutua la durezza della montagna in un’opportunità, mentre le difficoltà si trasformano in risorse preziose». Felicetti che di questa valle ne ha fatto un elemento strutturale della propria identità produttiva e sostenibile. 

Ecco perché entrare nel Bilancio di sostenibilità 2024 di Felicetti significa fare un passo verso la montagna e la sua cultura, più che leggere un documento aziendale. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un’impresa che non usa la parola sostenibilità per abbellire i margini, ma proprio per descrivere il proprio modo di stare al mondo. Un modo che nasce dalla montagna, dai suoi tempi, dalle sue fragilità, dalle sue pretese.

Produrre pasta sopra i mille metri, infatti, non può essere un vezzo o una trovata di marketing, ma in questo caso appresenta un marchio identitario quasi inevitabile per chi da cinque generazioni lavora tra Predazzo e Molina, dove aria, acqua e territorio sono condizioni da rispettare prima di qualsiasi ambizione industriale. 

La transizione energetica secondo Felicetti: meno proclami, più coerenza
I numeri sono importanti e sono parte di questa storia, l’elemento tangibile e materico che fa toccare con mano anima e valori di questa azienda. Partiamo dalla parte più solida e concreta del documento, che è quella dedicata all’energia. Felicetti la racconta con numeri che parlano da soli: nel 2024 l’approvvigionamento elettrico è arrivato al cento per cento da fonti rinnovabili, mentre il ricorso alle fonti fossili è sceso ulteriormente. Anche il packaging contribuisce al bilancio ambientale, con ottantaquattro tonnellate di CO₂e risparmiate grazie all’utilizzo crescente di confezioni plastic free. E poi c’è il tassello forse più interessante: l’accordo che, dal 2025, porterà a sostituire il metano con calore generato da cippato locale, una scelta che permetterà di tagliare altre mille e passa tonnellate di CO₂e ogni anno.

Dietro questi risultati c’è l’idea di un percorso. Riccardo Felicetti l’ha ricordato più volte: la transizione vera non si ottiene con colpi di teatro, bensì con una continuità ostinata, fatta di gesti misurabili e miglioramenti che non si smentiscono nel tempo. Un approccio quasi controcorrente, in un’epoca in cui gli obiettivi si annunciano prima di essere raggiunti e la sostenibilità rischia di diventare una performance. Felicetti, invece, sceglie la strada più lenta ma più credibile: quella dei passi brevi e costanti.

Tra le sezioni più interessanti del bilancio c’è quella dedicata agli imballaggi. La scelta di puntare sempre di più sulla carta riciclabile sta dando risultati concreti: una fetta significativa della produzione è ormai confezionata in pack plastic free, una crescita rapida che ha già portato benefici misurabili in termini di emissioni evitate. Lo sguardo è già rivolto ai prossimi anni, con l’intenzione di aumentare ulteriormente la presenza della carta e di sperimentare materiali innovativi che possano finire direttamente nell’organico. Una direzione chiara, che conferma come il packaging sia parte integrante della strategia industriale.

C’è poi un altro elemento, meno noto ma ancora più rivelatore: da due anni l’azienda non manda alcun rifiuto in discarica. Tutto viene recuperato e rimesso in circolo. Perfino i residui della trafilatura, anziché essere scartati, verranno destinati al biodigestore di Predazzo, trasformandosi in biogas e fertilizzante per l’agricoltura locale. Un esempio concreto di economia circolare che resta dentro la valle, alimentandone il tessuto produttivo senza creare scarti né dispersioni.

La montagna come lente d’ingrandimento
Uno dei fili narrativi più evidenti del bilancio è la relazione con il territorio. La Val di Fiemme è un sistema complesso che negli ultimi anni ha conosciuto traumi profondi: la tempesta Vaia, che nell’autunno del 2018 ha raso al suolo intere porzioni di bosco, abbattendo milioni di alberi in poche ore, e il successivo attacco del bostrico tipografo, un piccolo coleottero capace di infestare gli abeti indeboliti dal vento e di accelerarne il declino. Due eventi che hanno cambiato il volto della valle e messo sotto pressione un patrimonio forestale considerato tra i più preziosi delle Alpi. Il bilancio ne parla con sorprendente lucidità, ricordando come questi fenomeni non siano emergenze isolate, ma segnali chiari della fragilità del territorio e della necessità di adottare modelli produttivi davvero resilienti: «Se cade questo equilibrio, cade anche il nostro». 

La produzione in quota, l’utilizzo di acqua di sorgente, la dipendenza dall’aria pulita per l’essiccazione: tutto torna a quel rapporto originario. Felicetti si definisce da sempre «un pastificio tra gli alberi». È una definizione che smette di essere poetica appena si guarda l’impatto reale che la geografia ha sulle scelte produttive.

Le persone: un capitale che cresce, non solo numericamente
Sostenibilità vuol dire anche capitale umano e le persone sono un elemento non importante, ma proprio fondamentale. La squadra è cresciuta rispetto all’anno precedente e, soprattutto, quasi tutti lavorano con un contratto stabile. Colpisce anche la presenza femminile nei ruoli decisionali, oggi ben radicata, così come l’attenzione alla formazione continua, che nell’ultimo anno ha coinvolto il personale in modo significativo. Anche il turnover, positivo, suggerisce un ambiente vivo, dinamico, capace di attrarre e trattenere competenze nuove. E in un’epoca in cui il cambio e la precarietà sono quasi la quotidianità, questo aspetto assume una rilevanza ancora più significativa. 

Mettendo insieme questi elementi emerge un profilo aziendale più complesso e strutturato di quanto lasci immaginare la sua posizione geografica. Felicetti opera ormai su un mercato internazionale (una parte importante del fatturato arriva dall’estero), ma mantiene un’organizzazione interna flessibile, poco gerarchica, ancora riconoscibile in quel modello familiare che la accompagna da più di un secolo. Una combinazione rara, soprattutto in un settore in cui la crescita economica e la cultura aziendale non sempre procedono alla stessa velocità.

E la crescita c’è ed è concreta, sia in termini di valore sia di produzione quasi fosse una naturale conseguenza di un modo di lavorare che mette al centro la coerenza con il territorio e il legame con le persone e la cultura di quei luoghi. Il risultato è un bilancio di sostenibilità che sembra nato in una valle abituata a pensare in termini lunghi: misurato, credibile e poco incline all’autoreferenzialità. E che mostra come un pastificio possa crescere senza smarrire la propria natura, trasformandola anzi nella chiave del proprio futuro.

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