Corre il sangue nella teleSandokan, Mozart e i rifacimenti lobotomizzati dei grandi classici

Prima il remake della saga sulla Tigre di Mompracen, mentre a fine mese uscirà “Amadeus”, la serie che rivisita il film di Miloš Forman sul compositore austriaco. Ma come tutte le nuove versioni di certi capolavori, è pensata per un pubblico disabituato a contenuti culturali che richiedono attenzione

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La madre del mio parrucchiere ha 62 anni, io ne ho 53: siamo coetanee. Non è sempre stato così, però: prima di arrivare all’età in cui si è tutti coetanei, l’ho scritto un milione di volte, si passa per età in cui nove anni fanno tutta la differenza del mondo (ma anche meno di nove, anche quattro, tre, due: vi ricordate di voi quattordicenni? Se vi avessero ingiunto di passare il tempo con qualche dodicenne, non avreste protestato vibratamente?).

Il mio parrucchiere è entusiasta di “Sandokan”, dice che è bellissimo. Gli chiedo se avesse visto l’originale, mi dice di no, ma la madre se lo ricorda benissimo: aveva dodici anni. È solo in quel momento che mi rendo conto che io di “Sandokan” ricordo solo l’anello col veleno. È una roba che mi si è impressa nell’amigdala allorché treenne, all’ora alla quale sarei dovuta già essere a letto?

O l’ho visto dopo? E quando? Alle medie? Al liceo? A vent’anni? Ma non erano anni di repliche, di on demand, di RaiPlay, di “Techetè”, di nostalgia istituzionalizzata, di modernariato culturale. Che sia un falso ricordo? Ne ho sentito parlare così a lungo che credo d’averlo visto? Non lo saprò mai, e non ho visto quello nuovo e ho dimenticato di chiedere al parrucchiere se ci fosse l’anello col veleno e l’immaginario delle nuove generazioni sia salvo.

Quello che so è che era, il parrucchiere, uno dei meno di sei milioni di spettatori che ormai bastano a fare del tuo prodotto il successo televisivo dell’anno: lunedì, quando Rai1 ha vinto la serata con “Sandokan”, Canale 5 (col “Grande fratello”, parlandone da vivo) aveva un terzo degli spettatori. Citerò ancora una volta il Favino del 2011: «“Bartali” ha fatto dodici milioni: due anni dopo, un successo era sette milioni». “Gino Bartali – L’intramontabile” andò in onda a marzo del 2006: quasi vent’anni dopo, un successo è tale con meno della metà degli spettatori. Potremmo chiederci cosa diamine facciano gli italiani invece di stare davanti alla tv, considerato che i podcast non li ascoltano, i libri non li leggono, la conversazione si vede da quanto non sanno farla che non sono allenati a sostenerla: saranno tutti pieni di vita interiore, per la gioia del padre di quella scrittrice che non cito perché se avete bisogno che vi espliciti un riferimento così elementare non dovreste perdere tempo con me ma ripartire dalle basi.

Potremmo, ma non ce lo chiederemo, non oggi. Primo, perché sappiamo tutti cosa fanno: spolliciano il telefono, guardano video buffi che siano una versione ancora meno impegnativa di “Paperissima”, cliccano su raccolte fondi per curare gatti e cani (il grado zero dell’impegno dialettico, epperciò i loro esseri viventi preferiti), baccagliano in chat di classe (intese come: con genitori di compagni di classe dei figli) delle quali si lamentano tantissimo ma alle quali tengono come a certi amori malati di gioventù.

Secondo, perché oggi dobbiamo invece occuparci di “Amadeus”, inteso non come film di Miloš Forman ma come sceneggiato che va su Sky a fine mese. Non l’ho ancora guardato. Un po’ perché non guardo mai niente, ma specialmente non la roba nuova, ma specialmente non la roba a puntate (non ho neppure visto “Sandokan”, diamine). E un po’ perché l’accordo tra gentiluomini è che, quando ti mandano le puntate in anticipo, tu non le recensisci subito ma aspetti una data che non vanifichi la pubblicità nel secolo in cui il pubblico ha l’attenzione d’un pesce rosso. Non le ho guardate, anche se non ho mai recensito alcunché in vita mia, perché sapevo che oggi avrei scritto questo articolo e non volevo avere la tentazione di fare prematuri riferimenti. Ma.

Ma vi pare che rifate Miloš Forman? Lo vedo e lo piango, questo vostro delirio d’onnipotenza. E non lo dico, giuro, solo per protettività nei confronti della mia formazione, per sacralizzazione di quella via Gluck in cui le dodicenni vedevano un film su un compositore di duecento anni prima, lo vedevano non come sacrificio per percepirsi intellettuali ma perché il cinema popolare era fatto con quelle storie lì, non coi pupazzoni i supereroi i fumetti e altro ribasso per il riflusso culturale e il pensiero debolissimo.

Lo dico perché la capacità di Forman di raccontare storie del passato rendendole storie sul presente non è che proprio ce l’abbiano tutti tuttissimi, e perché rifare una cosa così enormemente popolare non è mai un’ottima idea. Anche se ho guardato un trailer e Bettany mi pare in effetti bravissimo, e forse persino capace di far digerire a noialtre relitti del totalitarismo l’idea d’un Salieri belloccio (bestemmia, per quelle che hanno passato i successivi quarant’anni a vedere sempre e solo Salieri in qualunque ruolo interpretasse Murray Abraham).

Lo dico perché mi è passata davanti un’intervista in cui quelli del nuovo “Amadeus” dicevano che avevano chiesto ai ragazzini, e nessuno conosceva quello vecchio. Siamo sicuri che sia un modello economico valido, rifare tutto l’archivio per un pubblico che si rifiuta di prendere in considerazione quel che è uscito più di tre quarti d’ora fa? Com’è andata col “Gattopardo”? Valeva la pena? Non costava meno mettere Visconti in un punto visibile della piattaforma? Non perché io voglia insegnare il mestiere a piattaforme sull’orlo della bancarotta, per carità.

E, prima che mi rinfacciate quel che scrivevo pochi mesi fa, me lo rinfaccio da sola: «Guardo quell’adattamento shakespeariano e mi chiedo: perché noi con Dante no? È perché del pochissimo immaginario pop che abbiamo siamo protettivi e gelosi come Mazzarò della roba? C’indigna che qualcuno osi rifare “Il gattopardo”, invece di sembrarci normale che ai classici del pop si attinga (non andrò a vedere il musical dal “Grande Gatsby”, ma non mi pare ci sia in giro costernazione perché si adattano i classici anglofoni)».

Non è che mi contraddica per ragioni whitmaniane, al massimo altaniane (cioè: non è che contenga moltitudini, ma mi vengono in mente idee che non condivido). Ho il sospetto che il problema non sia l’intoccabilità dei classici, ma l’impermeabilità del pubblico.

Le dodicenni che guardavano volentieri “Amadeus” lo guardavano volentieri perché il mondo non era accovacciato come un genitore montessoriano alla loro altezza: erano le dodicenni a sollevarsi sulle punte dei piedi da spettatrici di cose che le facessero sentire grandi, non i genitori che si facevano piacere i consumi culturali per bambini (a parte quella volta l’anno che si andava al cinema per il cartone Disney, e anche lì: lo vedo e lo piango, il genitore che voglia portare un bambino d’oggi a vedere “Fantasia”, che oggi persino l’adulto troverebbe troppo denso di riferimenti culturali per essere godibile, troppo più impegnativo d’un video su TikTok per essere considerato intrattenimento).

Certo, però: che devono fare queste povere televisioni, questi poveri sceneggiatori, questi poveri lavoratori culturali che si trovano con tutte le storie migliori che sono già state raccontate? Forse hanno ragione loro.

Forse, faccio di nuovo la cafonata di citarmi, «l’impresentabile verità è che quelli che si agitano nel presente non hanno un centesimo dell’impatto che avevano quelli di prima: Lana Del Rey, che ha pubblicato una canzone la settimana scorsa, ha meno peso sul 2025 di David Bowie, che è morto nel 2016». Il guaio è che neanche uno Spotify fatto solo di cover di Bowie basterebbe ad arginare la scemenza che caratterizza anche la migliore umanità di questo tempo sbandato.

Un amico consapevole delle brutture del presente non è però immune all’altra metà del problema: l’istinto ad accovacciarsi all’altezza dei figli. Ha deciso di far vedere loro i film di Woody Allen, perché a che ti serve avere una filmografia di riferimento se essa non è approvata da gente un metro più in basso? Ha deciso di far vedere loro i suoi classici, perché non si ricorda che noi Fassbinder o Mike Nichols o Howard Hawks li scoprivamo in tv la sera tardi mentre i grandi ci urlavano di andare a dormire, li scoprivamo in cineteca il pomeriggio invece di fare i compiti: ce li avessero proposti i genitori, ci avrebbero fatto schifo.

Hanno cominciato da “La rosa purpurea del Cairo”. I piccini erano indignati perché la moglie non lasciava il marito imperfetto. Strano, i minorenni sono in genere per nulla moralisti e prescrittivi, hanno proprio tutti gli strumenti per capire le dinamiche matrimoniali. Per fortuna sono troppo piccoli per sapere che poi Woody quella bionda la mollò per la di lei figlia, sennò come minimo chiedevano d’essere resi adottabili per palese indegnità morale del genitore biologico.

Amico, se posso darti un consiglio: se ti viene voglia di far conoscere ai tuoi figli un classico, proponiglielo nel rifacimento attuale. Il Mozart del nuovo “Amadeus” è pure asiatico, sai come annuiscono soddisfatti col noto multiculturalismo della Vienna del Settecento. E, quando arrivi a “Sandokan”, fammi sapere se nel nuovo anello, invece del veleno, c’è l’Ozempic.

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