Eterno presenteLe copertine di The Face, e il pop immortale degli anni Novanta

Quelli che sono diventati famosi trenta o quarant’anni fa sono ancora qui, e non come relitti del passato. Forse perché chi all’epoca consumava certi prodotti culturali fa parte della generazione che ha inventato la nostalgia

Guia Soncini

Il giorno in cui Lucio Battisti ha compiuto quarant’anni io ero nel secondo quadrimestre della quinta elementare, cioè stavo entrando nel periodo in cui sei più carta assorbente rispetto ai consumi culturali. E a casa dei miei genitori Battisti era uno dei pochissimi consumi pop.

Anche perché non è che allora ci fosse un problema di sovrapproduzione: uscivano un milionesimo dei dischi di ora, e il pop aveva meno di trent’anni, avendo io d’imperio deciso ch’esso nasce la sera in cui Domenico Modugno spalanca le braccia a Sanremo.

A casa dei miei dunque si ascoltavano Battisti e i Beatles e Gino Paoli, e tuttavia nessuno si era scomposto l’anno prima, quando Paul McCartney ne aveva anche lui compiuti quaranta, e nessuno si sarebbe accorto di niente un anno e mezzo dopo, all’altezza dei miei dodici anni, quando Gino Paoli ne avrebbe compiuti cinquanta.

Oggi ci sarebbero cinquecento gallery su cinquecento siti per ogni compleanno tondo di ogni colosso della musica (credo di non dover specificare che sia una cit. di “Borotalco”, uno dei pochi testi di formazione di cui possiamo dare per scontato l’apprendimento), oggi noialtre se invecchia una popstar con cui siamo cresciute riteniamo di doverne fare metafora di qualcosa.

Non è mica iniziata da un quarto d’ora: nel 2006 mi mandarono a intervistare Jovanotti per una copertina sui suoi imminenti quarant’anni, e una cosa che mi fa molto ridere in retrospettiva è che io, che stavo per compierne trentaquattro, scrissi un pezzo su quant’eravamo ormai vecchi tutti. Invece di scrivere il pezzo che ho capito solo questa settimana di dover scrivere: quello su un secolo in cui il pop non esiste al presente.

Di qualunque scuola di pensiero siate rispetto agli anni Novanta – quella di Baricco per cui per capire devi esserci stato, quella di Courtney Love per cui se c’eri ti drogavi troppo per ricordarteli – è impossibile essere stati vivi e ricettivi in quel decennio e non ricordarsi parecchie copertine di The Face.

Me ne sono accorta alla mostra sulla rivista, che è alla National Portrait Gallery fino al 18 maggio, e che è un continuo di madeleine non solo per noialtri che a Roma andavamo all’edicola di piazza Colonna a comprare le riviste straniere, e che ora scuotiamo la testa sconsolati pensando al disastro della gratuità: com’erano belli i giornali quando dovevi mettere da parte i soldi per comprarli.

Voglio bene a Cristina Fogazzi per molte ragioni, e una è che un giorno parlavamo dei giornali che compravamo da giovani, quando non ci conoscevamo e lei era povera e le edicole erano il posto preferito di tutte le ventenni, e lei ha detto: «Avevo un budget per le riviste». Le quali a loro volta dovevano aguzzare l’ingegno rispetto ai budget: alla mostra c’è una foto pazzesca di Naomi Campbell in mutande e scarpe da tennis, che sono tutto quel che rimase quando lo stylist di Vogue si portò via gli abiti con cui l’avevano fotografata, arrivò Ellen von Unwerth a scattare coi rimasugli di tempo e di stoffa perché The Face era fatto con meno soldi di Vogue, e io le foto del giornale ricco non le ho viste ma sono abbastanza certa che non siano belle quanto questa.

Le copertine, dicevo. C’è qualcosa di strano non solo nel ricordarsene così tante se sei me o Cristina o una che spendeva la paghetta in giornali stranieri. C’è qualcosa che non mi torna in quante di quelle copertine stiano, scusate tantissimo se uso quest’espressione da Dams, nell’immaginario collettivo. The Face era una rivista di nicchia, mica era Vanity Fair, era una roba di sottoculture, l’intera mostra la mena sul loro avere dato spazio alle sottoculture, eppure non c’è mia coetanea alla quale scriva mentre passeggio tra pezzi di memoria, non c’è mia coetanea da sempre immune alle sottoculture e abbastanza ordinaria da avere iniziato a guardare i giornali forestieri solo quand’essi sono arrivati su internet, non c’è persona qualunque che non se le ricordi benissimo, quelle copertine di nicchia ma di massa.

Robbie Williams con delle lamette sulla lingua, ottobre 1995. Kurt Cobain con un vestito da donna e lo smalto scrostato, settembre 1993. Madonna con lo sfondo da Chiantishire ma le pecette «it’s my “love you but fuck you” record», agosto 2000. Kate Moss con le piume da capo indiano in testa, luglio 1990. La sola cima della testa rasata e sopracciglia e palpebre di Sinéad O’ Connor, febbraio 1990. Jay Z con dietro l’Hudson e i grattacieli, novembre 1997.

È come se le avessi comprate ieri, se fossero nuove sul tavolo del salotto e la memoria fosse fresca. Mentre non mi ricordo una copertina che sia una degli ultimi vent’anni, di nessun giornale. È perché i giornali hanno perso rilevanza culturale? Anche, ma non solo. È perché c’è la frammentazione e il sistema non sa più creare prodotti che durino abbastanza da far diventare chi li canta o li recita o li scrive delle star? Anche, ma non solo. È perché se hai visto Cobain con l’abitino a fiorellini poi non puoi che ridere in faccia a un secolo che pensa d’essere moderno dicendo “non binario”? Anche, ma non solo.

Quello che ho capito guardando la mostra di The Face è che Battisti era morto, quando io avevo undici anni. Tecnicamente, sarebbe morto quindici anni dopo, ma si era ritirato dalla vita pubblica e quindi le sue canzoni – così moschicide che sono forse il vero carattere italiano, più della cottura al dente della pasta – le cantavamo come il relitto d’un’altra epoca. Gino Paoli faceva ancora concerti e canzoni nuove, ma era comunque il passato. Paul McCartney l’avrei visto dal vivo vent’anni dopo, nel 2003, ma mai mi sarebbe potuto sembrare un pezzo di presente: lo andavi a sentire con la stessa soddisfazione con cui compravi i Pucci degli anni Sessanta – stupendi, ma mica li pensavi nuovi o attuali o vivi.

Adesso, giri per la mostra di The Face, guardi i servizi fotografici degli anni Novanta, e c’è tutto lo star system di adesso. Tutti quelli che sono diventati famosi tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta sono ancora qui, saldamente tra noi, non relitti di altre epoche ma consumi del presente, non carampane che non si arrendono ma quelli che fanno le cose di cui si parla.

Certo, il pop ormai va per i settanta, è inevitabilmente derivativo e chi s’illude d’inventarsi qualcosa lo vedo e lo piango. E sì, lo so che ci tenete tutti tantissimo a percepirvi in pari col presente e a postare i video di Benson Boone, e che se scrivo che mi son dovuta far spiegare chi fosse mi dite che sono boomer (ma come parlate), ma l’impresentabile verità è che quelli che si agitano nel presente non hanno un centesimo dell’impatto che avevano quelli di prima: Lana Del Rey, che ha pubblicato una canzone la settimana scorsa, ha meno peso sul 2025 di David Bowie, che è morto nel 2016.

Jay Z è più rilevante oggi di allora, Kate Moss continua a essere il traguardo al quale punta qualunque modella senz’arrivarci mai, Robbie Williams e Madonna che ve lo dico a fare, e – mi ripeto – persino i morti: Kurt Cobain è grandemente più popolare oggi di allora. Ditemi un nome di una star la cui carriera sia iniziata in questo secolo e che sia più presente nelle nostre amigdale di quanto lo siano Madonna o Battisti. Aspetto, non ho fretta.

Certo, The Face è un giornale inglese, e loro hanno una capacità di creare immaginario a noi ignota. L’altro giorno aspettavo un battello e l’imbarcadero sul Tamigi aveva una parete decorata con la mappa del metrò di Londra ma, al posto delle fermate, c’erano i nomi dei personaggi shakespeariani. Ricordo vagamente che una ventina d’anni fa scrissi d’un libro che raccontava di come fossero riusciti a fare della mappa del metrò di Londra un pezzo d’immaginario, ma ora guardo quell’adattamento shakespeariano e mi chiedo: perché noi con Dante no? È perché del pochissimo immaginario pop che abbiamo siamo protettivi e gelosi come Mazzarò della roba? C’indigna che qualcuno osi rifare “Il gattopardo”, invece di sembrarci normale che ai classici del pop si attinga (non andrò a vedere il musical dal “Grande Gatsby”, ma non mi pare ci sia in giro costernazione perché si adattano i classici anglofoni).

Però il pop degli anni Novanta che permane trent’anni dopo non è un’esclusiva inglese o americana: guardate quanto ci mettono a esaurire i biglietti i concerti di Cremonini o di Jovanotti, e quanto ci mettono Tony Effe o Elodie. È perché siamo la generazione che ha inventato la nostalgia, e per quanto i media cerchino d’inventare nuove star non siamo disposti a concedere a dei parvenu un posto fisso nei nostri consumi? È perché lo spazio per i poster sui muri è una quantità finita, ed è saturo di gente che ha cominciato quando lo star-system era una cosa seria e non si è ancora ritirata? È perché non puoi diventare una star se hai una telecamera sul telefono e ci notifichi come ti depili, come cucini, cosa pensi delle guerre?

«Ryan aveva i suoi vestiti, non c’era trucco né parrucchiere. Non c’erano addetti stampa e tutto era analogico, quindi nessuna delle star vedeva il proprio ritratto prima della pubblicazione. Tutto questo è cambiato con l’internet, e con le persone che controllano la loro immagine, il che comporta restrizioni al processo creativo». Lo dice Frederike Helwig, che fotografò Gosling per The Face nel dicembre 2001.

Abbiamo tutti una qualche via Gluck da rievocare, ma io passo davanti a quella foto e non mi sembra mica la coda lunga d’un passato in cui esistevano le star invece degli algoritmi. Mi sembra già saldamente parte d’un presente che le star non sa cosa siano, e in cui io non ho lo spazio mentale per imparare i nomi dei nuovi esponenti dello schieramento dei famosi: Gosling chi?

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