Io non vorrei scrivere il duecentesimo articolo dell’anno sulla fine di tutto, sul declino delle élite, sulla morte della cultura, sui miei coetanei peggiori genitori della storia dell’uomo, sugli adolescenti di oggi che diventeranno adulti non in grado di leggere le istruzioni sul pacco dei pannoloni da cambiarci, sull’inceppamento non solo della scuola non solo della trasmissione del sapere non solo dell’alfabetizzazione, ma soprattutto del meccanismo grazie al quale è esistita per qualche decennio la cultura popolare. Quindi, facciamo finta che questo sia un articolo su Netflix.
A cosa serve Netflix? Sì, certo: a farvi dare duecentoquaranta euro l’anno a una multinazionale che vi permette di avere nel telefono cataloghi di film e serie che non guarderete mai ma che ogni tanto potete spolliciare dicendo in tono annoiato da società dell’abbondanza «uff, non c’è niente da vedere». (Poi alla società dell’abbondanza ci torniamo).
Ma il punto è: qual è il piano industriale? Me lo sono domandato grazie a una delle tracce del tema di maturità, un argomento che finché gli adulti non hanno cominciato ad ambire a percepirsi adolescenti non interessava a nessuno se non a chi faceva l’esame quell’anno (non ricordo di aver mai seguito un servizio del tg sugli esami di maturità, quand’ero al liceo; non ricordo che gli esami di maturità siano mai stati un tema di conversazione fino ai miei trenta e passa anni; quando uscì la canzone sugli esami di maturità di Venditti ero in prima media, e persino “Grazie Roma” mi riguardava di più, e non ero mai stata a Roma – credo).
Poiché ormai se non si vive nella capanna di Unabomber si sente parlare dei temi di maturità (poi ci occupiamo anche del senso che ha oggi far scrivere un tema a un diciottenne), so – come tutti voi – che una delle tracce riguardava “Il Gattopardo”. Se avete letto la traccia, sapete che il brano da riassumere e commentare sarebbe potuto venire da un romanzo di Jane Austen, e probabilmente l’esito sarebbe stato lo stesso.
Poi veniamo a Jane Austen; dopo: un classico per volta, una Netflix per uno. I funzionari del ministero, consapevoli dei limiti del mondo e di quelli dello sguardo dei liceali, isolano una paginetta in cui il Risorgimento e tutto il resto (persino la Sicilia) potrebbero tranquillamente non esistere, giacché si tratta semplicemente di una dinamica sociale. Ci sono Calogero Sedara e la figlia che arrivano a casa del principone, c’è l’arricchito che spiega perché la moglie non lo accompagna, c’è il principe di Salina che lo mette in imbarazzo.
Consapevoli dei limiti dei maturandi, mettono una nota per spiegare che la «paglia» che ombreggia le trecce di Angelica (sì, l’autore scrive «treccie», e io mi rifiuto) è un cappello di paglia. Consapevoli del declino di tutto, chiedono di dire di cosa parli il brano, come l’autore presenti i personaggi, la differenza tra la seduttività di Angelica e la deferenza di Calogero, e come si faccia a capire che Sedara sta mentendo sulla moglie. Spero di non oltraggiare le madri dei piccoli geni analfabeti che si diplomano in queste settimane se dico che è un compito che a me avrebbero potuto assegnare in prima media, e io a scuola ero piuttosto ciuccia.
Se la vita ti dà limoni tu fanne limonata, dicono i frasifattisti americani, e io sono a favore di questo spirito pratico: se il tuo tempo ti dà giovani analfabeti, escogita temi di maturità che siano in grado di affrontare. Anche perché: Jane Austen.
Un mese fa un’americana posta due foto da una copia in edizione Penguin DeLuxe di “Emma”: l’ha comprata perché non aveva la sua e ora, dice, quasi quasi s’ammazza a vedere l’introduzione per imbecilli analfabeti. Ve ne traduco dei pezzetti, di queste deliziose avvertenze.
«Nonostante la grande popolarità della Austen, la prima lettura di uno dei suoi libri non è necessariamente facile o divertente» (ah no? Vi vorrei vedere davanti a “Moby Dick” o all’“Ulisse”, vi vorrei). «Datti tempo: leggi un capitolo alla volta» (dovessi affaticarti, è praticamente la miniera). «Leggi a voce alta […] Ascoltare le parole della Austen dette dalla tua voce può aiutarti coi paragrafi lunghi» (non bere la candeggina e stai lontano da Proust).
«Prova con un audiolibro» (ma anche col pizzo a tombolo, che forse è più alla tua portata) (a questo punto arriverà qualcuno che si chiede come mi permetta io di sminuire la cultura delle ricamatrici, perché non riuscire a star dietro a due subordinate non è grave, e dire che non saper leggere fa di te uno che deve darsi ai lavori manuali è classista).
«I romanzi lunghi come quelli della Austen sono un allenamento per la nostra memoria e la nostra soglia d’attenzione» (nell’edizione senza note critiche e altre amenità, “Emma” non arriva a trecento pagine).
Ne ho scritto di recente: i giovani non sanno né vogliono imparare a leggere e a scrivere, i docenti dicono che bisogna arrendersi al fatto che leggere e scrivere non siano più competenze necessarie per fare il salto di classe e quindi siano destinate a venire abbandonate, è andata così e pazienza. Ma, se questo è il contesto, se Jane Austen è considerata un’autrice ostica e non abbiamo intenzione di prendere a coppini chi la ritiene tale, perché per finire il liceo si devono scrivere quattro paginette sulla letteratura? Non sarebbe meglio vedere se riescono a mettere a fuoco un autoscatto?
Ognuno si revisiona l’autobiografia come può, e io rido sempre molto quando leggo qualcuno che ha fatto il liceo linguistico e dice che non si studiavano autrici. Ho fatto la maturità linguistica trentaquattro anni fa, e la quinta era l’anno della Austen, della Woolf, delle Brönte. Avevano un vantaggio sui maschi, da Joyce a Beckett: erano facilissime. Credevo che la facilità di lettura di Jane Austen fosse conclamata, non solo perché la rendeva potabile persino per la ciucciaggine della me diciottenne, ma perché negli ultimi tre decenni la tv e il cinema sono stati pieni di adattamenti e di derivazioni (anche se ora mi viene il sospetto che ci siano ventenni che non sanno che “Bridget Jones” era una parodia di “Orgoglio e pregiudizio”).
Poi è arrivata la foto dell’avviso all’inizio di “Emma”. Poi è arrivata la tizia su Twitter (o come si chiama ora) con nipote quattordicenne che ama le storie d’amore ma le ha detto che “Orgoglio e pregiudizio” è troppo difficile. Poi è arrivata l’altra tizia che dice che sarebbe già contenta se l’undicenne di casa in tutta l’estate riuscisse a finire di leggere il primo “Piccole donne”, cioè un libro che non credo sia esistita un’undicenne del secolo scorso che ha impiegato più d’un pomeriggio a leggere (e l’involuta sintassi di questa frase è evidentemente un dispetto alla carestia di comprensione del testo).
È “Il Gattopardo” il libro più importante del Novecento italiano? Probabilmente sì: personalmente non riesco a ritenerlo migliore di “Vestivamo alla marinara” o di “Fratelli d’Italia”, ma dei tre “Il Gattopardo” è l’unico che abbiano letto proprio tutti. O almeno così pensavo, cascame del Novecento che sono, fino all’altroieri.
Poi l’altroieri sono arrivati i liceali e gli universitari indignati. Non dal ragazzino che su TikTok scrive «Finalmente vivo una guerra mondiale! Alla seconda non ero ancora nato ma questa volta il diario hit sarà il MIO». Non da Fabrizio Corona che pubblica i messaggi dei liceali che gli scrivono «Ti ho paragonato a Borsellino nel tema della maturità». Non dalla tapina fan di Paola e Chiara alla quale uno zio professore ha detto che una traccia di tema era “Vamos a bailar”, e la poverina ci ha creduto e passa la mattina a spiegare che «è un manifesto di emancipazione post-trauma. Sono tematiche affrontate da altri autori del quinto anno».
No, quelli che l’algoritmo mi propone sono universitari e liceali indignati perché «Abbiamo fatto letteralmente ogni cazzo di autore d’Italia, pure se non ha scritto un cazzo, ma ’sto Giuseppe Lampedusa mai sentito». Ora, io non voglio fare quella che ha nostalgia della guerra fredda (dio, se ce l’ho), e non voglio neanche ripetermi. Sì, è esistito un tempo in cui sapevamo che esisteva “Il Gattopardo” non solo perché era il romanzo più importante del secolo ma perché era normale vedere i film di vent’anni prima, e quindi guardavamo Visconti.
«Se non c’è più una realtà condivisa, un qualche senso d’impegno collettivo è più difficile da coltivare», ha scritto l’altro giorno Stephen Bush sul Financial Times in un articolo sul fatto che non guardiamo più tutti gli stessi programmi in tv. Bush è del 1990, il che vuol dire che è nato un istante prima che quella roba lì finisse, quindi ne immagino lo struggimento.
Quella roba lì, che lui chiama «realtà condivisa», è quel mondo durato pochi decenni, in cui sono esistiti tutti i fattori che non convivranno forse mai più: la cultura popolare nel vero senso del termine (prima della frammentazione, ma dopo l’invenzione del pop e l’obbligo scolastico), il benessere economico, l’alfabetizzazione collettiva. Quella roba lì era, in Italia, il mondo in cui in tv passava “Il Gattopardo”, e tu lo guardavi perché la tv generalista non si chiamava “generalista”: era la tv, era tutto quel che avevi se non uscivi e andavi al cinema o in discoteca; era il mondo in cui t’incuriosivi e allora i tuoi ti dicevano che “Il Gattopardo” era un romanzo, e probabilmente ce l’avevano in casa, perché i casi letterari erano uno ogni tanto, non settecento al giorno pompati a forza, e la società dell’abbondanza non aveva ancora fatto diventare la letteratura rumore di fondo; era il mondo in cui magari il romanzo non lo leggevi, ma assimilavi l’informazione che esisteva e il nome dell’autore.
Oggi, che esiste la società dell’abbondanza, Tomasi di Lampedusa è ovunque. Una utente Twitter dice che dovrebbero conoscerlo perché «Alberto Angela ha fatto una puntata sui luoghi del romanzo», e io ho un piccolo mancamento, sebbene io stessa abbia pensato un attimo prima una cosa non dissimile: ma se Netflix vi ha pure fatto la serie.
Come tutti gli adulti, non ho visto “Il Gattopardo” di Netflix, perché mi pareva un’operazione evidentemente non diretta a me, ma al pubblico di quindicenni spettatori di “Bridgerton”, al pubblico che il film di Visconti lo troverebbe da boomer ma se glielo rifai a puntate, e con gli attori che segue su Instagram, magari lo guarda. Al pubblico che guarda da Cattelan la figlia della Bellucci che racconta che sul set s’è fidanzata con l’attore che fa Tancredi, e s’incuriosisce al prodotto come le nostre mamme facevano con “La piscina” (lo so, nessuno sa niente e dovrei spiegare di Delon e Romy Schneider, ma abbiate pazienza: sono del Novecento, tendiamo a dare per scontati i riferimenti di cultura popolare).
Non l’ho visto ma, nei giorni in cui usciva, ero a Londra, e ho – per venti secondi in cui su una scala mobile del metrò passavo davanti alle locandine di diversi spettacoli teatrali – pensato di scrivere un articolo sui nostri complessi culturali. Nei paesi che hanno con la drammaturgia un rapporto più disinvolto, nessuno si turba se fanno un musical dal “Grande Gatsby” o da “Ritorno al futuro” o dal “Diavolo veste Prada”. E invece noi guardaci, guai a chi ci tocca il servizio buono, ci spiegazza il vestito della domenica, ci toglie il cellophane dal divano, ci tocca i classici.
Ora la domanda è: non l’hanno visto neanche i quindicenni (e, in questo caso, a cosa serve Netflix, se coloro ai quali si rivolge non se ne accorgono)? O l’hanno visto ma, poiché Netflix non usa i titoli di testa, e insieme alla realtà condivisa abbiamo perso anche la curiosità necessaria ad andare su Google, non hanno mai scoperto che era «tratto da un romanzo di»? E sì, certo, la domanda è comunque «e allora a cosa serve Netflix», ma temo che prima ancora sia: quando hanno smesso d’incuriosirsi? (E, subito dopo: ma questi sono i figli dei miei coetanei, che esiste una cosa chiamata “Gattopardo” loro lo sanno, perché non gliel’hanno detto? Di che diamine di prodotti culturali parlate coi vostri figli: di Erin Doom?)