Donald Trump ha scritto al premier norvegese dicendo di non sentirsi obbligato a pensare «puramente alla pace» perché Oslo non gli ha conferito il Nobel. Sorvoliamo sul fatto che il Premio non lo dà il governo, ma un comitato indipendente di cinque persone scelte dal Parlamento norvegese, e concentriamoci sull’ossessione da almanacco. Finora il presidente degli Stati Uniti aveva provato a chiudere quanti più conflitti possibile: Israele e Hamas, Russia e Ucraina, Armenia e Azerbaigian (anche se la chiama sovente “Albania”) per mostrare quanto Washington fosse ancora il poliziotto del mondo. Alla faccia dell’America First.
Finalmente giù la maschera: archiviata l’ossessione per il Nobel, Trump può continuare col suo interventismo a casaccio, per poi instaurare una Pax Trumpiana e concentrarsi sull’unica guerra che gli interessa davvero, quella commerciale. Per arrivarci deve prima mettere in sicurezza il recinto di casa, rendendo gli Stati Uniti inattaccabili dalla pressione congiunta di Cina e Russia quando il Mar Glaciale Artico sarà meno glaciale. Dopo aver addomesticato il Venezuela il presidente americano punta ora ad ammansire l’Iran e ad acquisire la Groenlandia senza spargimenti di sangue.
La strategia è chiara; la tattica, invece, è confusa. Trump vuole ottenere tutti questi obiettivi in pochi mesi, prima che il Congresso torni a maggioranza del Partito democratico dopo le elezioni di metà mandato, ma il baccano ha svegliato gli altri attori geopolitici dal lungo sonno. A cominciare dagli alleati europei che non hanno alcuna intenzione di cedere l’isola artica del Regno di Danimarca, neanche a caro prezzo. Finalmente il risveglio: nessuno è disposto a guardare in silenzio i capricci trumpiani in tempo di pace, figuriamoci durante la tempesta perfetta. Ognuno ormai pensa a mettere più nomi, cose e città nella propria scialuppa, in attesa di tempi migliori.
Rimasto col martello in mano, senza niente di prezioso da poter spaccare perché tutto è stato rimesso in cassaforte, nel 2026 Trump ha scoperto suo malgrado un nuovo gioco: “Acchiappa la talpa” su tre continenti. Un conflitto lì, una tregua là, un cessate il fuoco sì, ma una vera pace no. Ogni martellata giusta lo avvicinerà al suo obiettivo, forse; ogni colpo sbagliato sarà comunque usato per distrarre gli americani dalla disastrosa politica economica, sicuramente.
Per gli Stati Uniti d’America sarà un anno movimentato col rischio di lasciare scoperto un altro gioco da luna park: un punching ball gigante con scritto “Taiwan”, che la Cina non vede l’ora di colpire. I conflitti aperti e quelli latenti disegneranno una mappa del rischio più frastagliata di quella che Trump si era illuso di poter mettere in ordine. I focolai che già conosciamo non si chiuderanno facilmente, e nuovi possibili guerre si affacciano con una rapidità inaspettata.
La tregua tra Israele e Hamas, celebrata da Trump come un successo diplomatico, resta fragile. Gaza è devastata: oltre tre quarti degli edifici sono danneggiati o distrutti, sessantuno milioni di tonnellate di macerie bloccano ogni ricostruzione reale e i progetti dell’Onu restano più simili a brochure che a cantieri. Israele mantiene una presenza militare nei corridoi strategici, Hamas conserva una parte della sua struttura. Basta un incidente per far saltare il tavolo e iniziare tutto da capo.
Il Board of Peace, autorità internazionale chiamata a governare temporaneamente Gaza, è un altro esperimento storico e forse costossissimo per i suoi partecipanti, viste le ultime indiscrezioni. Vedremo se riuscirà a sovrintendere al percorso condizionato verso la sovranità palestinese, con la riforma dell’Anp e il disarmo di Hamas; non si sa quale delle due sarà la più difficile da ottenere. Il suo funzionamento dipende dalla disponibilità reale dei Paesi arabi a contribuire con forze sul terreno, e su questo la convergenza è ancora fragile. Insomma, per la Riviera Gaza annunciata da Trump dovremo aspettare.
Anche il fronte russo-ucraino si avvia verso un anno di stallo violento. Negli ultimi mesi le forze russe, logorate da perdite enormi, hanno avanzato solo in segmenti marginali del fronte, meno del due per cento. L’Ucraina ha mostrato una resistenza sorprendente, ma soffre la fatica di una mobilitazione incessante aggravata dalle difficoltà nel reperire munizioni, dalla lentezza delle forniture occidentali e di una dipendenza economica crescente dagli alleati. È una guerra in cui entrambe le parti puntano all’impossibile: la Russia mira alla dissoluzione dell’Ucraina come Stato sovrano, o al suo vassallaggio definitivo. L’Ucraina non accetterà mai di tornare sotto il tacco di Mosca. Il risultato è un campo di battaglia segnato da offensive lente, combattimenti d’attrito e attacchi profondi con droni che hanno esteso la guerra fino al Mar Nero e alle basi russe nella regione di Krasnodar. Trump vuole chiudere la pace in fretta, ma non è una questione diplomatica, quanto esistenziale. Una situazione che ricorda sempre più la divisione della penisola coreana: un equilibrio tossico, congelato ma mai risolto.
E poi c’è Taiwan: il punto di frattura potenziale del sistema internazionale. Da anni la Cina osserva, prepara, accumula capacità militari e continua a testare i limiti della pazienza internazionale. Le incursioni oltre la linea mediana sono ormai quotidiane e rientrano nella strategia di “normalizzazione della pressione”. Le esercitazioni navali simulano già da mesi un blocco dell’isola, mentre gli attacchi ai cavi sottomarini e le operazioni di guerra informativa così come le campagne di disinformazione coordinate e l’uso sistematico di deepfake mirati agli elettori taiwanesi fanno parte di una strategia per erodere la resilienza taiwanese dall’interno.
Pechino ha ampliato la capacità missilistica a lungo raggio, ha modernizzato la flotta e ha potenziato la Guardia Costiera per operazioni nella “zona grigia”. Queste includono incursioni entro le acque contigue, manovre aggressive attorno alle isole minori di Taiwan e pressioni economiche mirate come restrizioni improvvise all’export o ai viaggi individuali dalla Cina continentale.
La Cina ragiona per decenni, non per cicli elettorali americani. Nessuno a Pechino ha fretta di invadere Taiwan, ma il 2027 non è una data come le altre: è il centenario dell’E sercito Popolare di Liberazione, un traguardo che il presidente del Partito comunista, Xi Jinping, ha legato all’obiettivo di avere forze in grado di «combattere e vincere», qualsiasi cosa significhi. Per questo motivo nel 2026 la Cina potrebbe testare un blocco parziale, non dichiarato ma di fatto operativo, attorno ai porti principali di Taiwan. Non è un’invasione, ma un lento soffocamento. Un’operazione del genere avrebbe come obiettivo la destabilizzazione politica interna e la rottura delle catene di approvvigionamento di Taipei, per vedere l’effetto che fa a Washington.
Benvenuti nel mondo mutipolare, in cui non esiste più un conflitto centrale a cui gli altri si allineano. Viviamo in un mondo in cui la somma di crisi, ambizioni nazionali e potenze regionali crea un equilibrio mobile e irregolare: un caos organizzato. Il 2026 non è l’anno della Pax Trumpiana. È l’anno in cui si capirà se questa instabilità può restare sotto controllo o se un singolo inciampo, in uno dei tanti fronti aperti, può diventare una pericolosa scintilla capace di far esplodere tutto. Intanto Trump ha già acceso qualche miccia.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.