
L’esperienza di Alberto Trentini nel carcere di massima sicurezza El Rodeo I, in Venezuela, è stata terribile. L’operatore umanitario si è trovato in un luogo fatto di celle minuscole, isolamento prolungato e condizioni igieniche degradanti, dove la pressione psicologica diventa una componente strutturale della detenzione. Nei quattrocentoventitré giorni trascorsi in carcere con l’accusa di cospirazione, Trentini non ha subito violenze fisiche dirette, ma ha descritto come la privazione di stimoli, l’assenza di relazioni umane e la totale incomunicabilità producano un impatto profondo e duraturo sulla mente, logorando lentamente l’equilibrio psicologico dei prigionieri.
Nel suo racconto emergono i giorni passati nella cosiddetta “Pecera”, l’Acquario: una grande stanza circondata da vetri opachi, attraverso i quali non è possibile guardare all’esterno. Ma dall’esterno tutti guardano dentro. I detenuti sono costretti a restare seduti, immobili, per ore interminabili. Quasi nudi. Al freddo. Per oltre sedici ore consecutive senza poter fare nulla: né parlare, né muoversi, né incrociare uno sguardo. Una sospensione forzata dell’esistenza, in cui il tempo perde consistenza e il corpo diventa un oggetto in esposizione.
Questa forma di sofferenza, pur non sempre accompagnata da percosse o torture fisiche evidenti, rientra in ciò che in ambito internazionale viene definito “tortura bianca”. Il racconto di Trentini, che, appunto, ha parlato di tortura bianca, è paragonabile a quelli ascoltati in questi anni su un altro Paese, l’Iran, e su un altro carcere, Evin, definito da molti come la più grande università dell’Iran, visto il numero di studenti e accademici rinchiusi nel tempo, insieme a giornalisti, avvocati e figure della società civile. Anche Alessia Piperno e Cecilia Sala sono state detenute in quel luogo, del quale sentii parlare per la prima volta a Roma, anni fa, attraverso le testimonianze di Caspian Makan, il fidanzato di Neda Agha-Soltan, la giovane uccisa da un colpo di fucile durante le proteste del 2009, divenuta il simbolo dell’opposizione al regime di Ahmadinejad.
La tortura bianca consiste nel rinchiudere un prigioniero in una stanza completamente bianca: muri, pavimento e soffitto privi di qualsiasi segno o imperfezione. La luce al neon resta accesa in modo permanente ed è disposta per impedire la formazione di ombre. L’isolamento acustico è totale. Nessun rumore dall’esterno, nessuna voce. Le guardie hanno ordine di non parlare e di muoversi con calzature insonorizzate, così che il detenuto possa sentire soltanto sé stesso. Anche l’abbigliamento è bianco. Il cibo è bianco, insapore e inodore: riso bollito, senza condimenti. La detenzione può durare mesi, a volte anni. Gli effetti, documentati da numerose testimonianze, sono la progressiva depersonalizzazione, la perdita del senso di sé e dell’identità, l’insorgere di psicosi, allucinazioni visive e uditive, crisi di panico, depressione profonda.
Nel contesto venezuelano, oltre a El Rodeo, un altro nome ricorre con frequenza costante nei rapporti internazionali sui diritti umani: El Helicoide. Si tratta di una struttura a spirale situata a Caracas, originariamente progettata negli anni Cinquanta come centro commerciale avveniristico e poi riconvertita nella sede del Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional. Un edificio monumentale, oltre sessantamila metri quadrati, concepito come simbolo di progresso e trasformato nel tempo in uno dei centri di detenzione più temuti del Paese.
Secondo testimonianze di ex detenuti e organizzazioni indipendenti, El Helicoide è stato utilizzato per anni come luogo di reclusione di oppositori politici, giornalisti e attivisti. Celle sovraffollate o, al contrario, isolamento prolungato, scarsissimo accesso a cure mediche, informazioni negate, interrogatori psicologici ripetuti e pressione costante caratterizzano la vita quotidiana all’interno della struttura. Le condizioni igieniche sono state descritte come precarie, con temperature estreme, infestazioni di parassiti e un contatto con l’esterno ridotto al minimo.
El Rodeo, Evin, El Helicoide: contesti politici diversi, architetture diverse, ma una stessa logica repressiva. Non sempre il dolore passa dal corpo. Spesso è la mente a essere il vero bersaglio. L’isolamento, il silenzio, la privazione sensoriale e l’annullamento dell’identità diventano strumenti centrali di controllo. La tortura bianca non lascia segni visibili, ma agisce in profondità, lentamente, fino a rendere la sopravvivenza stessa una forma di resistenza.