
Dopo gli scontri di Torino, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi segue la situazione in contatto costante con questura, prefettura e vertici della polizia. Al centro delle sue valutazioni c’è il dispositivo di sicurezza messo in campo prima del corteo, che secondo il Viminale ha consentito di limitare l’impatto delle violenze. «L’efficacia del dispositivo di sicurezza è testimoniata dall’identificazione di circa ottocento persone, di cui più di cinquanta straniere, nelle ore antecedenti lo svolgimento della manifestazione», dice in un’intervista a Federico Capurso della Stampa. Ma, guardando le immagini e i rapporti delle forze dell’ordine, Piantedosi sostiene che quanto avvenuto vada oltre la semplice gestione dell’ordine pubblico. A suo giudizio, «finalità e metodi di quel corteo hanno una evidente matrice eversiva e, quindi, potenzialmente terroristica, che va affrontata con strumenti adeguati».
In questo quadro si inserisce il nuovo pacchetto sicurezza su cui il governo sta lavorando. Se fosse già stato in vigore, osserva il ministro, «probabilmente il filtro preventivo avrebbe potuto essere rafforzato dalla possibilità di praticare il fermo di polizia per almeno dodici ore», una misura pensata per intervenire su soggetti già noti alle forze dell’ordine. Alle critiche di chi parla di deriva da Stato di polizia, Piantedosi replica che «qualcosa del genere esiste già in alcuni ordinamenti europei senza che nessuno gridi all’attentato alla democrazia».
Secondo il ministro, il lavoro preventivo ha addirittura evitato conseguenze peggiori. «A molte tra le persone identificate prima del corteo sono stati comminati provvedimenti di prevenzione e sono stati sequestrati materiali che altrimenti sarebbero stati impiegati per creare disordini», un’azione che avrebbe impedito «danni ben più gravi». Il rischio maggiore, spiega Piantedosi, erano «penetrazioni e devastazioni nel centro storico della città» e «l’occupazione delle stazioni», obiettivi che sarebbero stati sventati.
Piantedosi chiama in causa anche la magistratura, sostenendo che per evitare l’impunità «occorre ovviamente anche il concorso di un sistema giudiziario che finalmente prenda atto che in simili circostanze non si pratica la libera manifestazione del pensiero, ma tentativi organizzati di sovvertire l’ordine democratico». Per il ministro dell’Interno non è nemmeno corretto creare una separazione tra violenti e manifestanti pacifici, come se tutte le persone presenti al corteo di Torino fossero naturalmente aggressive. «È bene uscire dall’ipocrisia di una netta differenza», afferma, ricordando come alcuni abbiano «fatto scudo fisico» ai gruppi più radicali. E avverte: «Chi sfila a fianco di questi delinquenti […] offre copertura a questi gruppi organizzati».
Sul tema delle occupazioni abusive, il ministro ribadisce una linea di fermezza che vale per tutti: «Vale anche per Casapound», precisando che l’illegalità non può essere giustificata da presunti valori sociali o politici. Le parole del ministro si inseriscono però in un clima di crescente sfiducia verso l’imparzialità della gestione dell’ordine pubblico. La durezza mostrata a Torino alimenta l’idea che la repressione colpisca soprattutto le piazze riconducibili alla sinistra, mentre manifestazioni e ambienti dell’estrema destra beneficerebbero di una tolleranza ben diversa.